Italia
Edward Norton: racconto le ombre di oggi
Ecco “Motherless Brooklyn”: al centro della storia un detective privato affetto dalla sindrome di Tourette
Ha impiegato quasi 20 anni per portare a termine il progetto di Motherless Brooklyn I segreti di una città e, adesso che l’opera è compiuta, Edward Norton, 50 anni, candidato all’Oscar per Birdman, American History X, Schegge di paura, mostra un’aria pacificata che contrasta con la sua fama di attore problematico. Alla Festa di Roma, con particolare gioia cinefila, ha presentato il nuovo fim (nei cinema dal 7 novembre) con Warner Bros, ma ha anche accettato l’Incontro ravvicinato con il pubblico in cui, tra i tanti argomenti, affronterà anche quello del suo impegno ambientalista, in veste di fondatore del programma «Slar United Neighbors»: «Il cinema italiano – dice – ha avuto un impatto enorme sui miei gusti e sulle mie aspirazioni di regista, quindi partecipare a questa Festa con il film è davvero un sogno che diventa realtà. Ne sono felicisssimo».
Secondo Norton, nel thriller basato sul romanzo omonimo di Jonathan Lethem in cui interpreta il detective privato Lionel Essrog affetto dalla sindrome di Tourette, il pubblico italiano potrebbe ritrovarsi diversi punti di interesse: «Sebbene si tratti di un film caratterizzato da un’epoca tipicamente americana e di un noir ambientato a New York, gli spettatori coglieranno subito l’assonanza tematica con le loro recenti vicissitudini». Sullo schermo, accanto a Norton che stavolta è anche produttore, recitano Bruce Willis, l’amico, quasi padre putativo, che gli ha insegnato il mestiere, il collega interpretato da Bobby Cannavale, la ragazza misteriosa Gugu Mbatha-Raw, tutti immersi in una New York Anni 50, sospesa tra degrado e affari sporchi, uffici lussuosi e cantine piene di jazz, squali dell’edilizia e neri emarginati.
Che cosa l’ha attratta del libro di Lethem?
«Non ce ne sono tante di storie scritte così bene, con un protagonista memorabile e con una città raccontata con tanta aderenza alla realtà. A New York, dove vivo da 30 anni, ci sono tante cose meravigliose, ma anche tante disfunzioni, insomma, il puzzle era molto complicato».
Il suo personaggio soffre di una malattia particolare, difficile da spiegare e da rappresentare. Come lo ha costruito?
«Ogni personaggio è un’esperienza unica, diversa da tutte le altre. Lionel ha una sindrome che, nella vita reale, esiste sul serio, la prima cosa da fare per renderlo al meglio era rispettarlo. Poi, naturalmente, ho studiato la malattia e ho incontrato le persone che ne sono affette, anche se i sintomi sono diversi in ogni caso. La sfida più grande era spiegare la complessità di Lionel, il fatto che il suo disturbo, da una parte lo spinge alla passività, dall’altra gli dà qualche vantaggio».
Il romanzo era ambientato nel 1999, lei ha spostato la vicenda negli Anni 50, ma i personaggi dei potenti e il clima di generale corruzione hanno molte somiglianze con l’attualità. È d’accordo?
«Se lei ha visto questo mi fa piacere, ma non ho cercato trucchetti per parlare di oggi senza dichiararlo apertamente. Credo che nell’era moderna in cui viviamo, quella della democrazia e della libertà, ci siano aspetti senza tempo, che continuano a riproporsi. Abbiamo messo il potere nelle mani del popolo, che può votare e prendere decisioni, però continua sempre ad aleggiare l’idea di una minaccia e succede spesso che ci si continui a innamorare di leader oscuri. E questo non è un problema che riguarda solo gli Usa. Dobbiamo tenere gli occhi aperti».
Che rapporto ha avuto con l’autore del romanzo?
«Gli ho parlato del mio progetto, è uno scrittore straordinario, molto interessato al cinema, gli detto che avevo intenzione di arricchire la trama del suo racconto, partendo dal ritratto emotivo di Lionel, che ne è il cuore, ma poi aggiungendo le mie invenzioni».
La musica, con la colonna sonora firmata da Daniel Pemberton, la canzone scritta da Thom Yorke e la collaborazione di Wynton Marsalis, è l’altro protagonista. Perché era importante che tutto avvenisse a ritmo di jazz?
«Nella New York di quel tempo, la musica era questa. I jazzisti più famosi creavano molto sull’improvvisazione e il loro modo di fare ha un’analogia con quello di Lionel, abituato a convivere con un meccanismo di pensiero compulsivo. Nel libro il jazz lo aiuta, lo fa stare meglio, ma è un po’quello che succede a tutti noi, la musica ci libera».
Di recente si è parlato di una sua polemica con Steven Spielberg sul tema delle piattaforme digitali. Qual è la sua posizione?
«Prima di tutto non era una polemica, ma una semplice conversazione privata che è stata amplificata. Non seguite quello che dice il giornalismo online. Credo che Netflix abbia gestito il film “Roma” nel migliore dei modi e non penso che siano loro a rovinare il cinema. Il panorama sta cambiando, ma tutti noi abbiamo vissuto l’esperienza di vedere film al cinema e sappiamo quanto possa essere magica». –
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
