Troisi, vita da cinema: arriva un film scritto dall’ex compagna e girato in inglese
“Domani mi alzo tardi” sarà diretto dal nipote dell’attore. Anna Pavignano: non una biografia, ma un vero romanzo
Sì, il film si farà. Sarà un progetto molto particolare, una produzione internazionale girata in lingua inglese. Le riprese inizieranno il 28 ottobre. La notizia coglie di sorpresa. Dopo anni di lungaggini produttive, casting interminabili e false partenze, pare proprio che la vita di Massimo Troisi ce la farà a raggiungere il grande schermo. Verrebbe quasi da non crederci, se a confermarlo non fosse l’autrice del romanzo da cui il film è tratto, Anna Pavignano, che dell’artista napoletano è stata a lungo musa ispiratrice, partner nella vita e sceneggiatrice. «Si intitolerà Da domani mi alzo tardi come il libro, di cui seguirà la struttura», spiega ancora Anna, che domani sera sarà ad Alessandria, al festival di cinema e critica Adelio Ferrero, per ricordare l’attore scomparso 25 anni fa. «Il regista sarà il nipote di Massimo, Stefano Veneruso, il protagonista l’irlandese John Lynch, mentre il mio ruolo verrà interpretato da Gabriella Pession».
Perché aveva scelto la forma del romanzo per raccontare la vita di Troisi?
«Per definizione una biografia è una sequenza di fatti. Di Massimo però mi interessavano la personalità, i sentieri esistenziali, il modo di parlare e di muoversi. Lui era un artista anche nel quotidiano e solo un romanzo avrebbe potuto farlo rivivere davvero».
Come nascevano le vostre sceneggiature?
«In una fase preliminare raccoglievamo le battute che Massimo sfornava, slegate fra loro. Poi passavamo all’ideazione della storia e alla scrittura. Da ultimo, quando neanche ci pensavamo più, ci sorprendevamo a collocare ogni battuta nella sua situazione ideale. Era un meccanismo che si ripeteva sempre, come guidato da fili nascosti. Poi, essendo lui anche l’attore del film, provavamo subito per verificare se tutto funzionava».
Che ricordi ha della sceneggiatura di Il Postino, che venne candidata all’Oscar?
«È stata la più travagliata di tutte. La prima stesura fu di Furio Scarpelli e suo figlio Giacomo, poi io e Michael Radford ne facemmo una riscrittura. Massimo in quel periodo era negli Stati Uniti e il regista volò da lui per fargli leggere la nuova versione. Insieme la modificarono, poi Radford tornò in Italia e ci lavorammo su ancora un po’. Quel copione ha viaggiato molto».
In Morto Troisi, viva Troisi immaginavate in chiave comica cosa avrebbe detto la gente di lui al suo funerale. Che rapporto aveva con la morte?
«Si sentiva precario. Il difetto cardiaco per cui morì gli venne diagnosticato a 14 anni, un’età in cui un ragazzino dovrebbe sentirsi immortale. Quel lavoro era forse un modo inconscio per esorcizzare la paura».
A cosa stavate lavorando?
«A Massimo piaceva molto un mio soggetto, una storia di passione al femminile. Con la sua morte però si è fermato tutto. Quello spunto è rimasto nel cassetto fino a due anni fa, quando l’ho sviluppato e pubblicato come romanzo. È diventato La svedese».
Se lo immagina in questo mondo dominato dai social?
«Credo gli sarebbe piaciuto molto. Agli albori del web si era comprato uno dei primissimi modem e chattava con quei pochi che già ce l’avevano. Oggi me lo immagino sul suo profilo Facebook, a scrivere poco ma al momento giusto».
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