Il presidio
L’intellettuale irrequieto che voleva abolire il Nobel e si schierò con i serbi
Peter Handke ha una produzione enorme, ma è noto soprattutto per la sceneggiatura del film “Il cielo sopra Berlino” di Wenders
premio 2019
Da tempo l’austriaco Peter Handke era nella lista dei papabili del Nobel, nonostante la dura polemica che lo coinvolse al tempo della guerra nei Balcani in cui difese la posizione e l’operato di Miloševič, accusato di crimini contro l’umanità per le operazioni di pulizia etnica dell’esercito jugoslavo contro i musulmani in Croazia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo. Proprio allora Handke pubblicò due racconti, “Giustizia per la Serbia - Viaggio d'inverno lungo i fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina” e “Appendice estiva contro la demonizzazione del popolo serbo”. E ancora ieri, alla domanda se avesse cambiato posizione, ha risposto di non aver nulla da cambiare, e ha confermato di aver parlato al funerale del presidente serbo nel 2006. «Il mio sentimento più importante è quello epico – ha ribadito – come Cervantes e Tolstoj».
Parole che si commentano da sole e ci fanno rimpiangere lo scrittore che è stato tra i più innovativi della sua generazione. Con al suo attivo un’enorme produzione letteraria, dal teatro alla narrativa, dalla saggistica ai diari e alla poesia. Col tempo Handke, nato a Griffen in Carinzia nel 1942 da un padre austriaco e una madre slovena morta suicida nel 1971, ha coniugato le sue giovanili inquietudini con le mille voci del mondo e la lingua di un narrare, com’egli scrisse, che perlustra e delinea. Già all’inizio, negli anni 60, si era imposto quale outsider e sperimentatore con testi teatrali come “Insulti al pubblico” e “Kaspar”. Fin da allora il linguaggio fu il suo vero, ossessivo tema: declinato in forme quasi aggressive nelle sue pièce, poi in modo più morbido in romanzi costruiti come gialli o in riflessioni sulla crisi della scrittura. E infine in zibaldoni come “Il peso del mondo” o “Alla finestra sulla rupe, di mattina”.
Nel tempo ha continuato la sua battaglia contro gli stereotipi, svelando il sostrato ideologico dietro il balbettio quotidiano nel tentativo di catturare percezioni e sensazioni sfuggenti. Come il giovane narratore cieco del suo primo romanzo “I calabroni” (1966): un soggetto che sembra allungare lo sguardo nella fratture della realtà per cogliere nessi e connessioni inedite. Era la sua rivoluzione non estranea a una certa utopia demiurgica e per il lettore non era sempre facile seguirlo.
Ma ogni libro sembra voler aggiungere un piccolo tassello alla sua nostalgia da anticapitalista romantico. Come nel lungo racconto “Don Giovanni” un’allegoria dello sguardo che seduce e libera il mondo dalla sua insulsa ritualità e dalla follia quotidiana. Ma Handke si è misurato, a suo tempo, anche con il cinema collaborando come sceneggiatore con il regista Wim Wenders nel film “Il cielo sopra Berlino” il cui incipit è legato a una poesia dello scrittore: parole di un bambino che esplorano la purezza dell’infanzia, ma anche voce di uno scrittore che ha sognato di ampliare la realtà e reinventare il mondo. —
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