Il Tirreno

Mario Martone: «Questo è il momento giusto per portare il “sindaco” di Eduardo al cinema»

Fabio Canessa
Mario Martone, napoletano, compirà 60 anni a novembre
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Mario Martone, napoletano, compirà 60 anni a novembre

Il film in questi giorni nelle sale ripropone fedelmente il classico del teatro di De Filippo, sabato il regista lo presenterà all’Arsenale a Pisa  

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Se una pecca c’è stata, nel verdetto della giuria della Mostra di Venezia, è quella di avere lasciato a mani vuote “Il sindaco del rione Sanità” , uno dei film più belli visti al Lido e probabilmente il migliore tra quelli diretti da Mario Martone, che pure ha firmato opere come “L’amore molesto” e “Il giovane favoloso”. È un’opera che svetta nel panorama italiano per la perfezione della messinscena e il rigore stilistico con cui un testo teatrale classico viene tradotto in un linguaggio cinematografico contemporaneo. Ora che esce nelle sale, consigliamo gli spettatori di non farsi sfuggire una delle poche occasioni per riconciliarsi con il nostro cinema: sabato alle ore 20,30 lo presenterà al cinema Arsenale a Pisa lo stesso Mario Martone, in un incontro con il pubblico che costituirà l’evento speciale della rassegna “Dalla laguna al lungarno”.

Quando lo chiamo, più che l’intervista di un giornalista, la mia sembra la telefonata di un ammiratore. Così Martone si schermisce un po’. «E pensare che “Il sindaco del rione Sanità” è un figlio nato per caso, dal mio spettacolo teatrale. In genere sono portato a mantenere separate le mie attività. Però stavolta, mentre lavoravo sul palcoscenico mi sembrava di vedere già il film, girato proprio come l’ha visto lei».

Pur derivando dalla matrice teatrale, il film è cinema purissimo, appassionante e incalzante, tutt’altro che statico; eppure ha rispettato fedelmente il testo di Eduardo. Come è riuscita l’alchimia di trasferire così felicemente i due linguaggi?

«È proprio la ragione per cui le dicevo che durante la rappresentazione teatrale mi immaginavo il film: a suggerirmelo è stato il modo in cui si era creato lo spettacolo, tutto basato su un incrocio di sguardi. L’essenza dell’opera è lo scoprirsi e rivelarsi attraverso gli sguardi e la macchina da presa indaga proprio questo: il cinema è fatto di sguardi e di situazioni. Ho cercato di tenere gli attori stretti nella morsa della regia, perché in ogni scena è fondamentale ciò che essi guardano: il monologo del protagonista sulla terrazza diventa un dialogo se io inquadro soprattutto il suo interlocutore silenzioso. Sul set dicevo sempre che stavamo facendo un film a metà tra il cinema di John Cassavetes e quello di Mario Merola».

Il film inizia con un’ariosa panoramica dall’alto sulla Napoli notturna, come nel cinema americano viene di solito inquadrata New York, e si chiude invece in modo claustrofobico, con una lunga sequenza bloccata dentro una stanza.

«È esattamente l’effetto che volevo: girare in una sola stanza dell’appartamento, connessa però con dei corridoi ad altre stanze che non vedremo, per creare l’atmosfera di una casa-labirinto, a sua volta circondata dal reticolato esterno del quartiere Sanità. E qui invece mi sono fatto guidare dal modello insuperabile di Alfred Hitchcock, che in “Nodo alla gola” e in molti altri suoi capolavori è un maestro nell’evocare la tensione di luoghi bloccati».

Il nome di Eduardo De Filippo compare, in testa al film, prima del titolo. Sembra quasi suggerire un’identificazione con il “sindaco” protagonista.

«No, la mia intenzione non era quella, anche se di sicuro ci sono delle affinità tra il “sindaco” Barracano ed Eduardo, cosa che vale per moltissimi dei suoi personaggi. Basti pensare al rapporto tra padri e figli, centrale nell’opera e nella vita dell’autore. Volevo solo avvertire lo spettatore che quello che sta per vedere non è un adattamento, uno sceneggiato ispirato al testo di De Filippo: no, la materia del film è il testo stesso, rispettato alla lettera con pochi e irrilevanti cambiamenti per attualizzarlo. La mia operazione è quella di trattare Eduardo De Filippo come il cinema ha trattato Shakespeare, Cechov o Moliere: considerare il suo come un testo eterno, alla pari dei grandi classici, e metterlo alla prova della contemporaneità».

Ci è talmente riuscito che a me il suo film ha ricordato “Gran Torino” di Clint Eastwood.

«Non ci avevo pensato, ma il rimando è possibilissimo e il confronto mi fa piacere».

E allora, già che ci sono, aggiungo pure che, oltre alla dimensione cristologica, ci sono affinità anche con il figliol prodigo: l’antagonista del “sindaco”, il fornaio che rivendica di continuo di essere onesto e lavoratore, come il fratello bravo della parabola evangelica, risulta assai peggiore del protagonista criminale.

«Non ci avevo mai riflettuto, ma quello che lei dice è molto interessante. In effetti la storia contrappone un criminale ricco di umanità a un uomo irreprensibile dal punto di vista della legalità, ma completamente arido ed egoista. È il genio di Eduardo che non tollera il rozzo schematismo tra buoni e cattivi. La grandezza della sua arte sta proprio nell’affondare le mani nell’oscurità delle coscienze, facendo sprigionare tutte le sfaccettature della contraddizione umana. È un’opera insieme realista e misteriosa. E, quanto alla dimensione sacrale a cui lei alludeva, è talmente vero che la parte finale si richiama con grande evidenza all’Ultima Cena».

Il bravissimo Francesco Di Leva ha 41 anni, mentre nel testo di De Filippo il protagonista ne ha 75...

«È la tragicità del nostro tempo, di dimensioni superiori a quella dell’epoca di Eduardo. Oggi i boss sono giovanissimi, in media trentenni, e se arrivano ai quaranta sono fortunati. E la scelta coraggiosa del protagonista, fatta a quell’età, diventa ancora più straziante».

La scena finale, che non riveleremo, sembra ispirata a un pessimismo nero, senza fiducia nel futuro.

«Era già nello spirito del testo eduardiano. L’importante però non sta nell’effetto di quello che fa il protagonista o di quello che possiamo fare tutti noi ogni giorno, ma nel gesto stesso».

Questo è l’insegnamento etico, una volta si sarebbe detto il “messaggio”, che il suo film vorrebbe dare?

«Proprio così. In tempi come i nostri, con la politica attuale, non abbiamo più alibi ideologici. Per cui si rischia di rinunciare ad agire, consapevoli che tanto non cambierà nulla. Invece l’importante è fare quello che si deve fare: facciamo il gesto giusto, come il mio “sindaco”. Per questo mi pareva il momento buono per portare nei cinema la sua storia». —
 

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