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Wang Yuyang, Moccia e Mannocci: tre sguardi sull’arte contemporanea
FIRENZE. Vibra di iniziative, grazie all’attivismo del suo direttore Sergio Risaliti, il Museo Novecento di Firenze. Dove a rotazione, al di là della collezione permanente, è tutto un fiorire di esposizioni temporanee. Un turnover costante di progetti che occupano i vari spazi, rinnovandoli e arricchendoli di mese in mese, senza soluzione di continuità. Gli ultimi approdi, fino al 16 gennaio, sono tre, anzi quattro se si considera anche la nuova puntata della rassegna video “Survival strategies” a cura di Paola Ugolini che, attraverso i lavori di sette artisti internazionali, riflette sulle tragedie del mondo contemporaneo.
Al piano terra, prende vita “Lucciole per lanterne”, prima personale in Europa dell’artista cinese Wang Yuyang, realizzata in collaborazione con la galleria Massimo De Carlo e curata da Lorenzo Bruni. «Rispettando lo spirito con cui è stato concepito il ciclo Duel – spiega Risaliti – che vede di volta in volta un artista contemporaneo duellare metaforicamente con l’opera di un artista presente nella collezione permanente del museo, i lavori di Yuyang, tre cicli pittorici e due installazioni luminose, sono in aperto dialogo con una “Natura morta” del 1923 di Giorgio Morandi».
Il loggiato coperto al primo piano ospita l’installazione di Rebecca Moccia “Da qui tutto bene”, che rientra nella selezione “Ora et labora” aperta ad una riflessione sul linguaggio e sul valore della scrittura nelle arti visive, e che rappresenta il primo impegnativo intervento site-specific realizzato in un museo italiano dalla giovane artista, prodotto in collaborazione con la Galleria Mazzoleni di Torino.
A l primo e secondo piano, nel progetto “Campo aperto”, Lino Mannocci presenta “Un matrimonio futurista”, con cartoline, marmi, dipinti e un’installazione ispirato alle nozze tra Gino Severini e Jeanne Fort, alle quali parteciparono i protagonisti delle avanguardie artistiche e letterarie parigine, da Max Jacob a Marinetti, da Apollinaire a Fernand Léger. — G.R.
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