Il Tirreno

La Divina commediola di Giobbe Covatta: «Quello che mi preme è parlare di razzismo»

Maria Teresa Giannoni
La Divina commediola di Giobbe Covatta: «Quello che mi preme è parlare di razzismo»

L’attore è domenica 22 settembre alle 19 a Livorno per “Scenari di quartiere” con il suo spettacolo comico e serio che parla dell’Africa  

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Giobbe Covatta sulle orme di Dante? Mai, non oserebbe mai misurarsi con il Divino Poeta. Quello che ha scoperto è un fratello minore di Dante, uno che invece che “La Divina commedia” ha scritto “La Divina commediola” e non si chiama Dante ma Ciro, Ciro Alighieri. Più o meno la stessa epoca dell’illustre fiorentino, ma lui ha scritto in quartine e in napoletano, non nel toscano che poi è diventato italiano. È con la sua “Divina commediola” che Giobbe arriva a Livorno per chiudere in bellezza domani la rassegna “Scenari di Quartiere”: l’appuntamento è per le 19 nel parco di Villa Fabbricotti (in caso di pioggia alla stessa ora la sede sarà il teatro Goldoni). Ci farà ridere come sa fare lui e anche riflettere perché l’argomento di cui si occupa il poema è la carta dei diritti dell’infanzia. E con lui seguiremo le orme di Ciro che come Dante compie un viaggio all’inferno per scoprire che in punizione non ci sono i peccatori ma le vittime, i più deboli e indifesi: i bambini.

Covatta, chi non ricorda il suo magnifico spot tv in favore di Amref la ong che opera in Africa ( “Basta poco che ce vo”) e ora rieccolo qui a parlare di Terzo Mondo e di Africa. In questo caso lei fa un po’ come Benigni…

«Una specie. Leggerò questa “opera straordinaria” scritta da “un poeta straordinario” per affrontare temi serissimi in maniera burlesca. Chi come me ha il privilegio di poter parlare tutte le sere alla gente ha l’opportunità di affrontare anche qualcosa che gli sta a cuore. Certo nello show può capitare di nominare anche Salvini e Renzi, ma il filo conduttore è un altro: quello che mi preme davvero è parlare di razzismo. Non mi interessano le persone ma i concetti che si portano dietro».

Ora che il tema immigrazione è sulla bocca di tutti, è cambiato qualcosa nel suo impegno?

«Nei limiti delle mie possibilità lo porto avanti come prima. Il problema è sempre quello dell’ignoranza, non ci si chiede che cosa c’è dietro l’immigrazione, ne parliamo sempre da un certo punto in poi. Se chiedo dov’è il Mali pochi lo sanno, se c’è un regime in Mali e sul perché scappano nessuno mi sa rispondere. Solo conoscendo le questioni poi si possono prendere decisioni».

Lei cosa va a fare in Africa?

«A volte faccio semplicemente il turista, ma più spesso vado se ho qualcosa da fare, come girare documentari di informazione giocosa su vari argomenti. Oppure vado a controllare progetti: abbiamo una scuola in Sud Sudan, in Tanzania un acquedotto, che poi è semplicemente un tubo di 14 chilometri».

Ha una figlia di vent’anni, che cosa ne pensano i giovani?

«I nostri ragazzi sono incuriositi e partecipano a quello che ritengono importante. Per un breve periodo a Roma sono stato assessore alla cooperazione internazionale e ho portato 100 ragazzi di 100 scuole romane in Malawi, al ritorno quanti crede che siano entrati a lavorare nella cooperazione internazionale? Tutti e 100, poi oggi magari non lo fanno più ma allora hanno deciso che quella cosa era importante, hanno imparato ad amarla, ad amare le persone che ci lavorano».

È un po’ come dire: aiutiamoli a casa loro.

«Certo, io lo sostengo da sempre. Abbiamo una legge importante per cui lo 0,7 del pil è destinato a progetti di cooperazione, ma noi quell’obbligo non lo assolviamo, al massimo mandiamo soldati per proteggere le frontiere. Il problema per noi è non farli entrare, poi dio provvede».

Non mi sembra tanto ottimista.

«No perché è un problema globale importante che include gente e pensieri. Io come altri faccio quello che posso ma siamo visti soltanto come una minoranza un po’ snob. Qualche miglioramento l’ho visto ed è per merito degli africani. In Africa ci vive un miliardo di persone. Al netto delle guerre (attualmente ce ne sono 17) e delle carestie vivono una vita povera ma normale. Nascono, crescono, si riproducono e muoiono proprio come in tutto il resto del mondo. Si riesce a mantenere un equilibrio: il clima è gradevole, il popolo mite anche se sono molto diversi da noi. Pochi conoscono la storia dell’Africa, conosciamo la storia degli europei in Africa, ma abbiamo lacune spaventose su quello che è venuto prima, sul loro modo di organizzare i millenni. Quando questi equilibri si rompono in maniera traumatica, anche dal punto di vista commerciale, gli africani soffrono. Anche se molte novità tecnologiche sono state utilissime: i telefonini hanno risolto un’infinità di problemi in Africa, così come internet e l’accesso alle informazioni. Lo stesso bisogno di rapportarsi gli uni agli altri servirebbe anche a noi, dovremmo cercare di rendere a doppio senso questa logica». —

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