Il Tirreno

Tra cammelli e selfie trash: Forte dei Marmi, che ti è successo?

Mario Neri
Tra cammelli e selfie trash: Forte dei Marmi, che ti è successo?

Un’estate “cafona” e il mito vacilla: Agnelli sarebbe inorridito, i milanesi in fuga nell’entroterra

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FORTE DEI MARMI. C’è sempre stato un limite, un confine invalicabile. Solo per pura convenzione poteva coincidere con quello geografico. Così, ogni volta che dall’entroterra varcavamo in bici o in motorino la rotonda della via di Scorrimento, era un po’ come superare una frontiera. Di certo su qualche antica tavola della legge, o su qualche libro segreto sulla genesi, con parole nitide c’era scritto ciò che per noi era solo un insieme incongruo di regole non dette, oggetti, stili, modi di essere e apparire.

Ma di una cosa noi tutti eravamo sicuri, soprattutto quelli che arrivavano in questa wonderland quasi come intrusi: dal Forte era bandito ogni genere di trash. Se volevi partecipare dei suoi bagliori, esserne anche solo sfiorato, approfittarne come il bel mozzo che sale dalla cambusa nel salone sul ponte per intrufolarsi al ballo, dovevi stare in quel limite. No, non c’era spazio per la raffinatezza un po’ scabra e intellettualoide di altri eden marini, ma neppure per la rozzezza contadina, gli eccessi rupestri, i calzoni con il risvolto, le camicie scolorate da troppe lavatrici. Il Forte era un Vangelo sociale illusorio per la Versilia, ma la sua dottrina era dogmatica, ed era la signorilità.

I nonni lo ripetevano ai nipoti per tradizione aedica: qui c’erano i “signori” che ti affittavano la casa per l’estate e ti costringevano a rintanarti nel garage trasformato in abitazione di fortuna, erano la seta e il lino degli industriali e i cumenda milanesi, erano gli Agnelli e i Piccolomini, viziati, nobili, irrequieti, volubili, ma ti insegnavano a stare al mondo, il loro mondo, affollavano la tua adolescenza di aspettative tradite, sfoderavano lusso e spregiudicatezza, celavano effimera visibilità e declini repentini, ma sempre con irripetibile eleganza. Ecco, tutto questo negli anni abbiamo imparato a vederlo tramontare, ci siamo acconciati alla Morte dei Marmi cantata da Fabio Genovesi, all’arrivo dei ricchi russi, sfrontati, rudi, scialoni, abbiamo varcato la via di Scorrimento con sempre maggior disincanto. Ma mai avremmo immaginato l’estate 2019.

Eccola, racchiusa in tre immagini tragiche e definitive: un cammello beduino in spiaggia per un party (un party!!!) con ex showgirl chirurgicamente modificata; Daniela Santanchè con veste maculata e ormai un pizzico sfiorita alla consolle del Twiga che emula le adunate di sabbia e mojito al Papeete. E poi alla fine lui, il Capitano confuso, sconfitto, rabbioso come un toro accecato dal rosso imperversare alla Versiliana. Dovreste provare a immaginare Matteo Salvini 60 anni fa, intercettato per caso da Gianni Agnelli o da Paola di Liegi. Loro silenziosi, vestiti alla marinara, mentre con passo lieve si avviano verso il mare, accennando un «buongiorno» arrotondato dalla “r” francese, d’improvviso investiti dalla voce del sovranista, che dietro una siepe di un bagno famoso sbraita contro un telefonino, panza sudata e villosa, sguardo truce e postura carnivora. Ecco, il declino sarebbe diventato Armageddon, deflagrazione nucleare del mito.

Che poi del mito dieci anni fa Matteo Raffaelli, regista indigeno fuggito a Roma, raccontò la genesi in un documentario diventato una specie di pilastro fondativo. Il Forte mi parlò. Un capolavoro. Il racconto delle origini, i primi letterati mitteleuropei che nell’Ottocento inseguirono una vita libertaria, la spiaggia di dune selvatiche, una nuova Arcadia, poi i grandi pittori e poeti, gli anni Ruggenti e Sapore di Mare, quando il massimo della sfrontatezza era sentir sbottare un signore sul pontile con un «figa!» o un «cribbio!». Anche la lingua è sempre stata un marchio del Forte. E i panni qui si son sempre risciacquati sui Navigli, più che in Arno.

Ed era il segno distintivo di un’etichetta, fondata sull’esclusività dei comportamenti, una finzione studiata, con un canovaccio inviolabile. Guai a chi varcava la via di Scorrimento per addentrarsi nell’entroterra, a Querceta o a Seravezza. Erano cose da folli, da stravaganti amanti del brivido attirati dal mito del buon selvaggio delle Apuane. Ai rampolli lombardi l’uscita serale era concessa solo fra le vetrine delle grandi firme. Ecco, quest’anno, i milanesi la sera si trasferiscono in massa a Pietrasanta, costretti sulle rotte commerciali della città-ristorante a confondersi con i lo(g)ali. «Figa, meglio di quei truzzi laggiù». 
 

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