Il Tirreno

terza giornata

Nelle persecuzioni di “J’accuse” anche pezzi di vita di Polanski

Marco Contino
Nelle persecuzioni di “J’accuse” anche pezzi di vita di Polanski

Archiviate le polemiche innescate dalla Martel sul regista: pellicola sontuosa Il coproduttore Barbareschi: «Devo solo ringraziare Dio per aver lavorato con lui»

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«Lasciamo le polemiche alle nostre spalle. Il Festival del Cinema non è un tribunale morale ma è una manifestazione artistica, libera sana e meravigliosa». Luca Barbareschi, kippah in testa e barba lunga, coproduttore (e attore) del film di Roman Polanski – “J’accuse” – entra in conferenza come un vincitore, braccia alzate e applauso della sala.

Le tensioni con Lucrecia Martel, presidente della giuria del Concorso, che aveva ammesso di sentirsi a disagio per la presenza in competizione del film di un regista condannato per stupro dalla giustizia americana (assente al Lido per il rischio di estradizione), sembrano definitivamente archiviate. Dopo la minaccia dei produttori di ritirare il film dal concorso e le rassicurazioni ufficiali della presidente di non aver alcun pregiudizio nei confronti di “J’accuse” (che ha visto ieri in sala Darsena, guizzando dalla poltrona alla fine della proiezione), Barbareschi chiude la querelle: «Il passato è passato: il film deve parlare, la giuria giudicare e il pubblico, se vuole, potrà applaudire. Io posso solo essere grato a Dio per aver lavorato con Polanski».

Una premessa liberatoria perché distoglie l’attenzione dalla polemica per concentrarla, finalmente, su un film sontuoso, potente, profondamente attuale senza essere militante. Polanski realizza un thriller storico, in cui la rigorosa ricostruzione dell’“Affaire Dreyfus” serve a raccontare uno dei più importanti (mis) fatti della storia contemporanea francese, da un’angolazione inedita. Quella del colonnello George Picquart (Jean Dujardin) che per primo denunciò la falsità delle accuse di alto tradimento – alimentate dal crescente antisemitismo nella Francia di fine ’800 – contro Alfred Dreyfuss (Louis Garrel), capitano di origine ebraica dell’esercito francese, deportato nell’Isola del Diavolo. Un calvario lungo dodici anni prima della sua riabilitazione, che Polanski ricostruisce minuziosamente, in nome della verità, contro ogni forma di potere deviato e di persecuzione, che allora la stampa ebbe il coraggio di riconoscere con il famoso editoriale di Èmile Zola (J’accuse), l’invettiva del 1898 per denunciare i persecutori di Dreyfuss.

Ancora “la veritè”, dunque, intorno alla quale, sin dall’apertura del Festival, sembrano gravitare molti film visti finora e che, in “J’accuse” (in sala dal 21 novembre con il titolo “L’ufficiale e la spia”), conta più di ogni altra cosa, come conferma Jean Dujarden: «Per Polanski la verità è cruciale. Polanski ci ha guidato come una voce sciamanica, rigirando le stesse scene anche molte volte, nel rispetto della vicenda di cui noi attori siamo solo al servizio». Anche Louis Garrel riconosce l’attualità e la profondità del messaggio: «Il film dimostra come la giustizia, alla fine, trionfi. Sono orgoglioso del film, per quello che racconta». Per Emmanuelle Seigner, sposata con Polanski da trent’anni (ieri era il loro anniversario) e al suo sesto film con il regista, «il senso di persecuzione che spesso si ritrova nelle sue opere viene dalla sua vita, dalla sua esperienza. Gli attori sono pronti a tutto per Polanski». Il grande assente di questa Mostra ma, finora, il più presente e il più celebrato. Con tanto di standing ovation a inizio proiezione. —



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