Il presidio
Dopo 20 anni diventa un film la “bambina” di Stephen King
La vedova di Romero “adotta” il romanzo sulla ragazzina che si perde nel bosco I produttori saranno gli stessi di “It”, per partire ora si cerca uno sceneggiatore
FRANCESCA LENZI
Mentre i primi temporali estivi restano in attesa del secondo capitolo di It (in sala dal 5 settembre), il cinema continua a ispirarsi a Stephen King. È notizia degli ultimi giorni il progetto di una trasposizione su grande schermo del romanzo “La bambina che amava Tom Gordon”, pubblicato esattamente 20 anni fa. Già nel passato il compianto George A. Romero aveva cullato l’idea di adattare per il cinema la storia di Trisha McFarland, bambina che si perde nel bosco, con l’unica, immaginaria compagnia del suo idolo, il giocatore di baseball Tom Gordon. Alla fine non se ne fece di nulla, ma adesso ci siamo. E il progetto, che include anche la vedova Romero, porta la firma proprio dei produttori di It, con a capo Roy Lee. Al momento si cerca ancora uno sceneggiatore, ma il primo a essere entusiasta del futuro adattamento del romanzo è lo stesso King, creatore di incubi e deliri, affabulatore di avventure spaventose e raccontastorie dell’animo umano. I racconti di Stephen King trovano linfa letteraria nella sonnolenta provincia americana. Proprio laddove non accade mai nulla e le giornate scorrono pigre e tutte uguali, lo scrittore modella una realtà parallela e, spesso, allucinata. C’è un romanzo, pubblicato giusto giusto 40 anni fa, non tra i più famosi di King. È uno dei più brevi, poco conosciuto, privo di mostri e creature spaventose. Un romanzo non ancora adattato per il cinema, e forse non lo sarà mai. Racconta la storia di 100 ragazzi, pescati a caso da un elenco di volontari che, partendo dal confine tra il Maine e il Canada, devono arrivare sulla costa Est degli Stati Uniti. A piedi. Senza mai fermarsi. Anzi, di più. Senza mai scendere sotto le 4 miglia (6 chilometri circa) l’ora. Chi lo fa riceve un’ammonizione e accorre camminare un’ora senza guai per togliersi di dosso l’impiccio del richiamo. Sono consentite tre ammonizioni. Alla quarta si è fuori dalla lunga marcia, eliminati dai soldati del cingolato che segue la gara. Una gara spietata che si ripete ogni anno in una versione distopica dei Usa. Il contorno politico e sociale è appena accennato, ma alcuni elementi indicherebbero un’ipotetica sconfitta degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Una gara che si conclude quando resta un solo concorrente che, come premio, ottiene la realizzazione di ogni desiderio da lì sino alla fine dei suoi giorni. È questo che spinge i ragazzi a partecipare? È questo che muove la volontà di Ray Garraty, numero 47, accompagnato alla partenza dalla madre su una vecchia Ford azzurra? La lunga marcia, scritta da King sotto lo pseudonimo di Richard Bacham esce nel 1979, cinque anni dopo Carrie, esordio dello scrittore che, tuttavia, iniziò la stesura di Ray Garraty, e degli altri 99 volontari, nel 1966. Nel tempo altri libri e altri film hanno raccontato reality ferocissimi con in palio la sopravvivenza a discapito degli altri partecipanti. Vengono in mente il recente Hunger Games,o il precedente La decima vittima di Elio Petri. O ancora, il poco conosciuto, ma notevole, Contenders: serie 7. Tutti simili, tutti basati sulla caccia all’uomo. Tutti, quindi, diversi dalla Lunga marcia, incubo privato e intimistico, romanzo di formazione e metafora modernissima della crescita e della caduta in una società individualista e ambiziosa, scandita dallo scorrere inflessibile del tempo e dall’inadeguatezza emotiva dell’essere.
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