Il Tirreno

SPETTACOLI

I nuovi (maledetti) amici miei sono in piazza: Veronesi, Haber, Papaleo e Rubini a Prato

Ilenia Reali
I nuovi (maledetti) amici miei sono in piazza: Veronesi, Haber, Papaleo e Rubini a Prato

I quattro artisti se le cantano sul palco. Il regista fa le prove a Roccamare: «Sarà una nuova trasmissione di Rai Due»

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Un tavolo di plastica in uno splendido giardino di un agriturismo a due passi da Roccamare, in Maremma. Pantaloncini corti, barba da fare e anni di lavoro nel mondo del cinema, del teatro, dello spettacolo che rende fluida la battuta, fa filare il racconto, rende il tono e i silenzi, uno strumento musicale da far suonare con naturalezza. È in quest’angolo di Toscana che il regista Giovanni Veronesi sta facendo le prove per lo spettacolo “A ruota libera” con gli amici (e che amici) Alessandro Haber, Rocco Papaleo e Sergio Rubini. Saliranno insieme sul palco di piazza Duomo, a Prato (città di origine di Veronesi) mercoledì 28 agosto, in una serata anteprima del festival “Prato è spettacolo”.

Veronesi, perché state facendo le prove proprio a Roccamare?

«C’è un posto migliore? Ci vengo da sempre. È un luogo talmente tanto mio che ci ho portato tutti. Sai quando i cani prendono l’osso e lo sotterrano sempre nello stesso posto? Io lo faccio con Roccamare, li sotterro qui e poi ogni tanto li ritiro fuori. Haber c’è stato più volte, Papaleo due volte ai tempi di “Viola bacia tutti” e anche Rubino una volta».

Com’è nato lo spettacolo?

«Per caso. Un produttore ci chiamò tre anni fa dicendoci che De Gregori non voleva più fare l’apertura di un teatro sul Lago di Garda perché non si erano messi d’accordo o non so perché. Balsamo, il produttore, mi disse: “Ci sono 2.000 persone che hanno già pagato. Vieni? Puoi radunare una banda per fare qualcosa. Io dissi di sì e radunai Haber, Rubini e Papaleo. Presi la rubrica (ride) e ne parlai a chi mi ha risposto per primo... Loro non avevano niente da fare. Si fece la scaletta in macchina. Ognuno raccontò gli aneddoti della propria vita, Haber e Rocco cantarono, Rubini fece dei giochi di parole in barese. Io mi sputtanai un po’ di storie sul cinema e alla fine dopo due ore e mezzo c’era da spararci per buttarci giù dal palco e soprattutto la gente si divertiva. Capimmo che questo spettacolo si poteva fare».

E ora cosa accadrà?

«Dal 3 ottobre sarà una trasmissione in prima serata su Rai Due. Si chiamerà “Maledetti amici miei”: uno spettacolo cinico, cattivo, basato sulle cattiverie dell’amicizia. È uno spettacolo molto stronzo, anche tra di noi».

Su Instragram ha già preso di mira Haber. Lo lasciate nei parcheggi, fate i video mentre dorme...

«Lo usiamo come un attore che per l’ultima volta fa gli spettacoli. Ci siamo chiesti: “Quanto camperà ancora Haber?” “10 anni al massimo”. E allora facciamogli fare gli applausi, facciamo alzare il pubblico in piedi. Come si fa quando ci sono gli attori morenti. Se lo merita, gli diamo più di tempo per congedarsi. Facciamo le prove del suo funerale, diciamo cose molto esplicite sulla nostra amicizia».

Qual è quindi il suo maggiore difetto?

«È egocentrico».

E quello degli altri? Perché li lasceresti volentieri a casa?

«A casa mai. Sto bene solo con loro, per me loro sono la vacanza. Rocco è come quei cagnolini bastardi che non freghi mai: trova sempre il posto all’ombra e a te rimane quello al sole, prende sempre il pezzo meglio della parmigiana ma ha un mondo da raccontare, il mondo dei papalei. Rubini è un uomo di profilo, dinoccolato, sembra Pinocchio. Ha le giunture oliate, si gratta di continuo e se alzi la voce gli viene un eritema. Quando gli dici di no ti guarda come un animale quando non si aspetta il tuo no. “No? Come no?” »

E lei che difetto ha?

«Io voglio fare le cose per forza. Mi ostino anche se non è il caso».

Quindi litigate?

«Stavo litigando proprio ora con Haber. Vuol fare le poesie di Bukowski e io non voglio. “Guarda che cambiano canale in televisione” . Ma lui insiste».

Che cosa avete in comune?

«Nulla. Siamo completamente diversi».

Prato è la sua città...

«Mi piace fare uno spettacolo in piazza del Duomo. Spero che Prato risponda bene: parlerò dei pratesi, li sputtano e li elogio. Racconterò degli amici del babbo che ti incontravano e ti toccavano la giacca».

Quanto si sente ancora toscano?

«Mi sento molto maremmano. Un bel cinghiale maremmano. Nella mia vita è tutto un grufolare».

Come è cambiato professionalmente lei, negli anni?

«Ora faccio solo quello che mi piace. Il cinema, la televisione, la radio: faccio solo cose che mi divertono. Non scriverò un libro solo perché in casa c’è già chi lo fa (lo scrittore Sandro Veronesi è il fratello (ndr).»

Chi ci sarà tra il pubblico a Prato che non vorrebbe assolutamente fosse assente?

«Avrei voluto Francesco (Nuti ndr). Ci sarà suo fratello Giovanni. Io sono rimasto ancorato lì, la mia vita dopo il suo incidente si è spezzata, si è fermata. Ogni volta che vado in un posto in cui sono stato con Francesco, ho vissuto con Francesco, ho riso con Francesco, soffro».

Sarebbe stato il quinto in questo spettacolo?

«Non lo so. Forse l’avremmo fatto io e lui insieme. So che mi sono attaccato anche a questo tipo di vita che sta facendo. Quella clinica, dove vado a trovarlo una volta a settimana, per me è un appuntamento fisso».

Cosa vi dite?

«Niente. Lui non parla ma ride. Io gli dico che Haber è morto o che sta per morire. Faccio battute e lui ride. L’ultima volta ha riso meno. Ride sempre meno».

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