Il Tirreno

lunedÌ 26 

Serravalle Jazz omaggia Sellani premiando il genio di Danilo Rea

Lorenzo Mei
Serravalle Jazz omaggia Sellani premiando il genio di Danilo Rea

Il pianista ospite del festival «Un grande onore, lui per me è stato un esempio e un amico»

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Il Serravalle Jazz, che si terrà dal 25 al 28 agosto nello splendido borgo pistoiese e che vedrà tra gli ospiti della prima serata il trombettista americano Dave Douglas insieme alla Barga Jazz Orchestra, il giorno dopo, lunedì 26, avrà sul palco Danilo Rea, a cui è stato assegnato il premio Renato Sellani 2019, ormai una tradizione del festival.

Una scelta azzeccata, visti i molti punti di contatto tra i due pianisti, a cominciare dalla grande sensibilità: «Mi fa piacere che questa sia una delle motivazioni – spiega Rea – perché credo che Renato avesse una sensibilità musicale enorme, ma anche un tocco e un suono straordinari. E la cosa pazzesca è che era praticamente autodidatta. Per me è stato un esempio e un amico, abbiamo anche suonato tante volte insieme, è stato perfino padrino di mio figlio. Renato mi disse che voleva fargli da padrino, e io gli risposi: veramente ci sarebbe mio fratello. E lui: beh, con me però bisogna fare in fretta, ho una certa età».

Avete in comune, anche la collaborazione con i protagonisti della canzone italiana: Sellani aveva lavorato con Mina, Battisti, Paoli.

«La curiosità è che quando Sellani ha smesso di suonare con Mina sono arrivato io. Certamente la vicinanza alla canzone italiana è stata una costante delle nostre carriere, insieme all’amore per la melodia e per i classici americani, ma anche per la musica classica. Ecco, forse l’unica differenza fra noi era che io venivo da studi classici mentre lui è arrivato a tutto questo da solo».

Ha parlato della musica classica: tra i suoi lavori c’è una ricerca su Bach fatta insieme a Ramin Barhani, che è un po’ diversa da quello che in passato il jazz, per esempio Jacques Loussier, ha fatto con autori della tradizione europea.

«Quello di Loussier era un disco in cui aveva preso delle partiture di Bach e le aveva riarrangiate in chiave jazz. Con Barhami facciamo un lavoro in coppia: lui suona i brani come sono scritti, e io ci improvviso sopra, naturalmente con le cautele dovute quando ci si accosta a questi giganti».

La necessità di rompere gli steccati e oltrepassare i confini dei generi musicali resta una prerogativa del jazz?

«Lo è sempre stata, alla fine. La partenza è stata la musica afro-americana, ma i musicisti, anche quelli neri, quando scrivevano le loro composizioni avevano ben presente la cultura europee. La musica arriva alla contaminazione soprattutto per mezzo dell’improvvisazione, e il jazz è quello che ci ha fatto capire il meccanismo con cui farlo. Con i Doctor 3 facciamo pezzi di tanti autori, per esempio Elton John: ecco, non si può suonare una sua canzone con lo stile di Charlie Parker, e invece qualcuno a volte lo fa».

Un pianista che sembra avere la sua stessa sensibilità in questo senso può essere Brad Mehldau?

«Direi proprio di sì, anche se confrontando le date, quando ho cominciato a fare quel tipo di improvvisazione, Brad, che ammiro moltissimo e con cui ho suonato, era poco più che un bambino. Naturalmente l’improvvisazione libera l’aveva già fatta Keith Jarrett. Nonostante questo sono stato bersagliato spesso da critiche quando ho preso quella strada, alcune recensioni mi massacrarono. Mi sono sentito dire che ero bravo, ma che suonavo jazz. Ecco, se si cerca qualcuno che suoni il jazz entro certi confini, non sono quello giusto. Mi sembrerebbe di recitare la parte di qualcun altro, a me piace essere libero e improvvisare».

Che cosa dobbiamo aspettarci quindi al Serravalle Jazz?

«Proprio questo: improvvisazione e libertà. Suonerò tra gli altri insieme a Ellade Bandini, con cui sono stato sul palco pochi giorni fa insieme ad Ares Tavolazzi (anche lui a Serravalle Jazz il 26 agosto, ndr). Alla fine del concerto ci siamo abbracciati tutti e tre e ho detto: ma vi rendete conto che fortuna che abbiamo a poter suonare tutto quello che ci pare e come ci pare?» —
 

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