Il Tirreno

Intervista al presidente Foa: «Ecco come la Rai vuole sfidare i colossi del digitale»

Marco Zatterin
Intervista al presidente Foa: «Ecco come la Rai vuole sfidare i colossi del digitale»

Apertura a una grande alleanza con Mediaset, La7 e le emittenti locali contro Netflix, Amazon, Disney, Apple 

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La televisione italiana ha bisogno di valutare un accordo di sistema, con l’obiettivo di conservare il proprio prestigio con tecnologie digitali adeguate. Nell’estate rovente monopolizzata dalla politica, Marcello Foa richiama l’attenzione sulla rivoluzione del piccolo schermo che scuote il Bel Paese, sulle sfide che si pongono per l’industria dell’intrattenimento ora che la cavalcata dei giganti globali - Netflix , Amazon, Disney e Apple in arrivo - si fa travolgente. «Si può ragionare su qualche forma di cooperazione nazionale fra pubblico e privato», ragiona il presidente della Rai. Se poi non funziona, pazienza. Ma non provarci, assicura, avrebbe tutta l’aria di un errore già visto. Potrebbe essere una piattaforma digitale su cui condividere i contenuti italiani, dalla Rai a Mediaset passando per La7 e le altre sorelle, e senza dimenticare le tv locali.

Nulla di concreto, sia chiaro. Ma è una suggestione importante in prospettiva. Assicura Foa che, per il sistema Paese e la Rai, «è il momento in cui rendersi conto che la produzione italiana e la capacità di essere in sintonia col pubblico nazionale diventano una forza». E che queste «saranno anche garanzie di sopravvivenza nel lungo termine, se riusciremo a offrire allo spettatore nazionale ciò che i giganti non possono dare».

Come si fa, presidente?

«Dobbiamo riconsiderare le strategie. La produzione di contenuti italiani deve diventare centrale e imprescindibile. È il solo modo per battere Netflix o Amazon. Se non facciamo questo salto di qualità, rischiamo di rimanere impigliati nelle vecchie logiche e di perdere il confronto».

Lo slogan è dunque «prima il contenuto italiano»?

«La Rai ha un mandato di servizio ben preciso ed è la più grande industria culturale italiana. Un recente studio Ebu ha dimostrato che fra le tv pubbliche siamo primi in Europa per ascolti, e primi per risultati ottenuti in rapporto ai fondi a disposizione. Significa, nonostante le polemiche e la necessità di migliorare, che abbiamo la capacità di mantenerci in sintonia col pubblico».

È strano?

«No. Ma in Italia è una circostanza sottovalutata».

Qual è il percorso?

«La Rai conosce il Paese meglio di chiunque: è un punto di forza che va sfruttato in ogni direzione, nel realizzare prodotti culturali come nel sostenere il cinema e la fiction e, insisto, nel promuovere un vero pluralismo. Mi piacerebbe una Rai che comprasse meno programmi fuori e producesse di più in proprio, che tornasse a ideare e a realizzare format, che sapesse informare gli italiani con rinnovato dinamismo e aderenza alla società come solo una tv radicata in tutte le regioni può. Occorre un salto di qualità per chi lavora alla Rai e per chi si occupa della Rai, penso anche al mondo politico. Senza questo, rischiamo di diventare obsoleti davanti all’avanzata dei giganti».

È una sfida di innovazione che si vive anche a livello continentale. L’Italia è pronta?

«I titolari del servizio pubblico europeo si interrogano su come affrontare la sfida tecnologica digitale e on-demand in modo che l’offerta sia al passo coi colossi internazionali. Non ci sono ancora risposte definitive. I tedeschi chiedono di lavorare tutti insieme, auspicano una riflessione comune, il che è condivisibile. È giusto aprire al dibattito».

Dalla Germania arriva l’invito per una piattaforma collettiva. Aspettano che la Rai risponda entro settembre.

«Siamo nella fase dei gruppi di studio. Una decisione non è ancora matura, decisione peraltro che non spetta a me come presidente e di cui il Cda non ha ancora parlato. Quindi non posso dire molto. Anche se i tedeschi hanno in mente una data, i tempi saranno più lunghi».

E la possibilità che si faccia anche in Italia un’alleanza fra operatori pubblici e privati per distribuire contenuti?

«Si può ragionare su qualche forma di cooperazione nazionale fra pubblico e privato. Dipende dalle priorità. Dalla vostra intervista a Piersilvio Berlusconi emerge una Mediaset concentrata su utili e gestione industriale, cosa che li ha spinti a cercare anzitutto alleanze transnazionali e non italiane. È normale per un gruppo privato quotato in Borsa, mentre la Rai è vincolata al mandato di servizio pubblico. Ma mi colpisce che non si sia aperto finora un ragionamento di sistema a livello nazionale, come avvenuto altrove».

Un dibattito sottotraccia…

«È una questione a cui non s’è rivolta la giusta attenzione. Non ho una risposta certa. Sarebbe bene, invece, che ci si interrogasse su questa possibilità, per valutare come l’industria italiana della Tv possa conservare il prestigio con tecnologie digitali adeguate».

Suona come un patto fra Rai, Mediaset etc. sulle piattaforme di condivisione digitale dei contenuti. Possibile?

«Non mi spingo a tanto. Dico che sarebbe normale confrontarsi serenamente, non solo con Mediaset ma anche con La7 e altri. Auspico un dibattito di sistema. Ognuno metta sul tavolo i propri interessi. I nostri obiettivi, come servizio pubblico, sono precisi. I gruppi privati ne hanno altri, perfettamente legittimi. Esploriamo tutte le ipotesi. Magari ci rendiamo conto che non è possibile e ne prendiamo atto».

Visto il clima quando si parla di tv non sarebbe uno scherzo.

«Sarebbe opportuno uno sforzo di dialogo credibile e strutturato. Se non lo facessimo, commetteremmo gli stessi errori commessi in altri settori, cedendo all’individualismo che è forza ma è anche un vincolo, come l’incapacità di fare squadra che limita lo sviluppo di colossi anche italiani…»

Aprirebbe ad altri operatori, magari a Timvision?

«A livello radiotelevisivo, ci sono i grandi e i piccoli. Dipende da che tipo di riflessione si vuole fare. Solo i grandi? Vogliamo le tv locali? Loro, da sole. non potranno farcela, quindi dovrebbero essere parte del sistema. In prospettiva, dovrebbero poter usufruire di un’eventuale piattaforma digitale comune. Come e con quali costi è da discutere».

Su che tipo di programma si può puntare?

«Il discorso non è tanto sul tipo di programma, ma sul modo di concepire Tv e radio. Devi prima individuare la qualità e l’attrattività di una produzione. E poi chiederti: come diffonderla nel modo migliore e con quali strumenti? Tv generalista? On-demand? Che spazio sui social? Si parte dal contenuto e si arriva alla sua declinazione su piattaforme. Come Rai abbiamo la forza della gratuità, al di là del canone».

Tutto questo richiede pianificazione.

«L’idea che i mandati dei Cda Rai siano di tre anni non aiuta a impostare un discorso non dico di lungo, ma nemmeno di medio periodo. Ogni volta si riparte non da zero, ma quasi. È un limite che penalizza la Rai e rende più difficile uno sviluppo strategico coerente. Allungarlo a 4 anni o renderlo coincidente con la legislatura, avrebbe senso».

In giugno ha visto a Oslo il Ceo di Netflix. Tutto bene?

«È venuto col calumet della pace. Ha ricordato che "non raccogliamo la pubblicità, noi siamo a pagamento". La proposta è stata "facciamo una coproduzione, vi diamo la possibilità di trasmetterla per primi, poi la mettiamo sul nostro portale e la portiamo in giro per il mondo"».

E lei?

«Interessante, ma non siamo ingenui. Possiamo farlo pure noi. Se l’uso è sempre meno lineare e sempre più on demand sui vari portali, non è un affare. Non è questa la soluzione». —


 

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