Il Tirreno

LETTURE SOTTO L’OMBRELLONE 

I palombari eroi dell’Artiglio

DOMENICO ALEOTTI*
I palombari eroi dell’Artiglio

Un’epopea viareggina nella storia della marineria 

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DOMENICO ALEOTTI*

Fino a pochi decenni fa non c’era bar, osteria, nei porti di Livorno, La Spezia, Genova, Viareggio, dove non si ascoltasse la leggenda dei palombari viareggini della nave Artiglio. La Sorima, società armatrice aveva gli uffici a Genova Sottoripa, vicino al palazzo San Giorgio, nelle cui prigioni il veneziano Marco Polo, catturato da una nave genovese, dettò a Rustichello da Pisa le sue memorie che divennero poi il leggendario “Il Milione”.

L’enorme quantità di oro recuperata dai palombari viareggini dell’Artiglio II rendeva i racconti negli angiporti ancor più esagerati. Spesso entravano nelle osterie, piene di marinai e uomini rotti a ogni avventura, cantastorie con fisarmonica e chitarra. E tra le varie canzoni spuntava la leggenda dell’Artiglio, con i palombari che divenivano i “giganti degli abissi”.

Oggi abbiamo a disposizione libri, saggi, associazioni, che tengono viva la memoria di quei grandi lavoratori che sfidavano gli abissi. L’Artiglio, la piccola nave che divenne famosa nel mondo, era poco più un peschereccio d’alto mare, sul quale l’inventiva dei marinai e dei palombari viareggini collocò, argani e verricelli potenti. La nave era parte di una piccola flotta con base nel porto di Genova, dai nomi adatti a strappare dagli abissi materiali e tesori: Rostro, Raffio, Arpione. La società fondata dal Commendator Giovanni Quaglia di Genova venne chiamata Sorima (Società Recuperi Marittimi).

Le imprese di questi equipaggi divennero mitiche soprattutto dopo il ritrovamento della nave inglese Egipt, affondata a largo della Bretagna, che portava oro alle banche d’Australia e India. L’Artiglio, ospitava a bordo l’élite dei palombari viareggini. Il più rappresentativo era Alberto Gianni, intelligente, calmo, ragionatore, autodidatta ma capace di grandi soluzioni tecniche per gli scafandri rigidi: un meraviglioso marinaio, oltre che un capo palombaro, membro di quella comunità viareggina famosa fin dall’Ottocento per l’abilità, la maestria nel condurre i bastimenti a vela, in giro per il mondo a “buscare” carichi e lavoro. Lo scrittore Joseph Conrad, comandante di grandi velieri, ebbe modo di conoscere e stimare la marineria viareggina: molti dei suoi personaggi sono ispirati a marinai tirrenici.

Alberto Gianni, Capo palombaro del primo Artiglio, fu l’uomo che localizzò l’Atlantico l’Egypt, la nave carica d’oro. Ma rinviò il recupero perché la stagione delle tempeste stava arrivando e quella zona, non amata dalla marineria di tutto il mondo, si trovava al limite di un mare difficile. La Sorima nel 1930 spostò l’Artiglio in lavori sotto costa, sul Florence, affondato da un U Boot tedesco nel 1918, relitto carico di esplosivo e che a soli 30 metri di profondità era un grosso problema per la navigazione. Gianni e i suoi compagni non tornarono più all’Egypt, che dopo due anni di ricerche avevano individuato: il relitto del Florence esplose e risucchiò l’Artiglio verso il fondo. Perirono tutti i palombari e 12 marinai.

I sopravvissuti dell’affondamento del primo Artiglio chiesero all’Armatore di potersi imbarcare sulla nuova nave preparata per divenire Artiglio II, e onorare così la memoria dei loro colleghi. L’Artiglio II tornò sull’Egypt, posato a 130 metri di profondità. E i palombari allievi e amici degli scomparsi Gianni, Franceschi, Bargellini, nel ‘33, dimostrarono al mondo, con un lavoro durissimo, la tempra dei lavoratori delle marinerie toscane.

Il regime cercò subito di strumentalizzare la cosa, ma con imbarazzo quando scoprì che a parte l’armatore e il comandante nessun palombaro, nessun marinaio, risultava iscritto al partito fascista. Il carisma naturale, la modestia, il lavoro vissuto come etica dei palombari viareggini attenuarono nonostante la mobilitazione dei media allineati, la strumentalizzazione.

Questo racconto è un gesto di affetto verso una scrittrice, Donatella Borghesi, che è anche la nipote del capo palombaro, il mitico Gianni. La conosco da cinquant’anni, il “vascello” del nostro incontro fu La Comune, il mitico collettivo teatrale che fondammo nel 1970 con Franca Rame, Dario Fo, Nanni Ricordi, il musicista Paolo Ciarchi e altri. Quando venni a sapere, che Donatella è la nipote per parte di madre del Capo Palombaro Gianni, dopo decenni ci siamo rincontrati, lei sempre con davanti agli occhi la figura del nonno, al quale ha dedicato un sentito gesto d’amore rendendolo protagonista del suo ultimo romanzo, dal bellissimo titolo “Sono io la tua sposa marina”.

Fra dieci anni sarà passato un secolo da quando l’Artiglio portava il Tricolore sugli oceani, accompagnando un pugno di eroi del lavoro verso il mito e la storia. Con tristezza, mi sono sempre chiesto come mai, il cinema, la televisione, non hanno usato questa saga grandiosa dove un gruppo di lavoratori del mare dà alla Patria corone d’alloro più di tanti impettiti politici o burocrati. Per questo spero che agli incontri di presentazione del romanzo – come quello di stasera a Castiglione della Pescaia (vedi box) – partecipino in tanti a rendere omaggio ai marinai e ai palombari dell’Artiglio. —

*giornalista e scrittore



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