Il Tirreno

L’isola di Maria la giovane sposa del dopoguerra sbarca a Capraia

Nicola Maranesi
Maria Talluri con alcuni bambini sull’isola di Capraia nel 1948
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Maria Talluri con alcuni bambini sull’isola di Capraia nel 1948

Da Siena al cuore dell’Arcipelago fra dubbi e scoperte  seguendo il marito Riccardo, medico della colonia penale

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Un’ode delicata all’isola di Capraia, piccola gemma dell’Arcipelago Toscano a poco meno di tre ore di navigazione da Livorno. A scriverne nella sua memoria è Maria Talluri, sbarcata su quell’incantevole frammento di roccia oltre 70 anni fa, nel 1948, in un momento molto particolare della sua vita e della storia italiana.

Maria nasce a Siena nel 1924 e durante la Seconda guerra mondiale, come racconta in una testimonianza depositata all’Archivio di Pieve Santo Stefano, assume una posizione nettamente antifascista. Alla fine del conflitto e ancor prima di poter concludere il percorso di studi (si laureerà in Scienze naturali e insegnerà all’università di Siena dal 1966) si sposa: a Riccardo, il futuro marito, ha fatto una promessa. Avrebbe accettato di seguirlo all’altare se si fosse trovato un lavoro stabile. E Riccardo, che era medico, non si era fatto pregare: nella lontana Isola di Capraia cercavano proprio un medico delle carceri, alla colonia agricola. Detto fatto: lavoro trovato, matrimonio celebrato. Maria e Riccardo, novelli sposi nell’Italia delle miserie e delle mancanze, festeggiano la loro unione brindando con l’acqua e rimediando abiti appena decorosi; il viaggio di nozze non è altro che il trasferimento in quella nuova sede di lavoro.

E il timore che sia stata una scelta estrema, quella di accettare il trasferimento sull’isola, ma ancor prima quella di convolare così presto a nozze, si insinua nell’animo di Maria. Che però si fa coraggio e parte, al fianco del suo uomo, attraverso una Toscana «cariata dalle bombe» – l’espressione, bellissima, è sua – fino a raggiungere Livorno rianimata dall’intraprendenza dei suoi cittadini, affannati a ricostruire i danni provocati dall’aviazione di quegli americani-liberatori, che ancora abitano le strade e il porto labronico.

Poi il traghetto e l’arrivo a Capraia, la scoperta della dimensione di vita nella quale dovrà immergersi, non fanno che aumentare lo sconforto di una ragazza, poco più che ventenne, che si sente isolata tra poco più di 200 abitanti e invoca le visite dei parenti. Ma a poco a poco l’isola le entra dentro, e le offre occasioni di scoperta di sé e di emancipazione che la vita vissuta fino ad allora non le avevano offerto. A partire dal mare, dal bagno in mare, un’esperienza che Maria non aveva mai avuto il coraggio di affrontare, e che assurge a emblema della rinascita fisica e mentale. «Vagando per il paese – scrive Maria – conobbi donne e uomini che a prima vista parevano insignificanti, ma che, dai loro racconti si rivelarono fuori dal comune. Uomini e donne dalle rughe profonde e memorie limpide coi quali mi intrattenevo ad ascoltare le loro storie, vissute a peregrinare nei vari porti in lontani paesi di là dall’oceano, finiti poi sull’isola naufraghi ormai arresisi alle intemperie della vita».

Dopo molti anni da quel soggiorno, Maria Talluri è tornata a Capraia: «Scesa dal traghetto ripercorsi a piedi la stradicciola che dal porto arrivava al paese; sola, camminando lentamente, interrogando con gli occhi ogni cespuglio, il cielo, il mare, le rocce circostanti, cercavo il ricordo di Riccardo, ormai scomparso da tempo, degli amici e di me. Le voci di allora risuonavano nella mia mente, risuonavano i canti dei detenuti che in fila, sorvegliati da poche guardie, scendevano al porto con i barocci per caricare le provviste. I miei occhi sembravano contenere la visione del mare così come mi era apparso allora, tanto tempo fa, ora dolce, ora inquieto, ora protettivo, ora minaccioso, che io sempre guardavo con rispetto e timore, imparando ad amarlo, pur sentendomi straniera. Ero tornata a casa portandomi dietro gli odori di questa scheggia di terra e del suo mare, sperando di rivederla ancora con le sue rocce e le sue macchie di straordinaria bellezza, un’oasi di natura incontaminata, così come l’avevo vista la prima volta, in un giorno di primavera del 1948».

Il diario

DALLA MEMORIA DI MARIA TALLURI
 

E poi c’era il mare, sconosciuto e mai affrontato nuotando
Le povere nozze nel 1948, il viaggio sul battello fra le mine, lo sgomento e poi l’interesse per quel luogo e i suoi abitanti

Il quattro aprile del 1948 segna la data del mio matrimonio. Avevo promesso a Riccardo che se avesse trovato lavoro, dopo la laurea in medicina, l’avrei sposato; e lui lo trovò, contentandosi di andare a fare il medico delle carceri alla colonia agricola di Capraia, un’isola dell’Arcipelago toscano. A questo punto non potevo tirarmi indietro ed anche se poco convinta della bontà della sua decisione, avevo accettato di sposarlo.Erano tempi duri, la guerra ci aveva lasciato in miseria, almeno noi che non avevamo altre risorse economiche che lo stipendio inflazionato di mio padre. Il matrimonio venne festeggiato con brindisi di bicchieri colmi d’acqua e pochi invitati. Per l’occasione indossavo un tailleur ricavato da un completo verde-oliva di gabardina di Riccardo, che aveva dovuto riporre perché irrimediabilmente macchiato nei risvolti della giacca. La sarta, espertissima nel rabberciare l’usato, era riuscita a nascondere la parte macchiata, ricavandone un tailleur quasi perfetto.

Così abbigliata e in più, con un cappellino di paglia ornato dalle ali di un uccellino che pareva spiccare il volo, mi sposai. A casa dopo un rinfresco striminzito, salutati parenti e amici, Riccardo e io ci avviammo alla stazione per prendere il treno per Livorno e di lì imbarcarci per l’isola. Niente viaggio di nozze, soldi non ce n’erano, e questo fu il viaggio verso il posto di lavoro. La mia mamma, prima di partire, mi prese in disparte e consegnatemi cinquemila lire mi disse: queste sono per te, non lo dire a tuo marito, tienile nascoste e se le cose non andranno bene, ti serviranno per tornare a casa. Mia sorella non fu da meno, nell’offrirmi in dono una valigia, aggiunse: ti potrebbe servire per il viaggio di ritorno. Con questi ottimistici auspici lasciai la mia famiglia.Ci vollero tre giorni, fra treno, sosta a Livorno in attesa dell’imbarco, per raggiungere l’isola, dopo aver attraversato una parte della Toscana cariata dalle bombe. Livorno era stata devastata dai continui bombardamenti intorno al porto e nelle zone limitrofe.

In mezzo alle rovine formicolava un’umanità vivace, vestita alla bell’e meglio, che si affaccendava intorno a ciò che restava delle loro case. Era l’umanità del dopoguerra, con tanta voglia di vivere e ricominciare da capo, in nome della pace finalmente raggiunta. In mezzo a questo sciamare di popolo, gironzolavano i soldati americani, molti dei quali accompagnati dalle "segnorine", le prostitute giunte in città al seguito della truppa, spinte dalla fame o dalla speranza di giorni migliori.Al porto era attraccato il Limbara, una carretta a vapore che faceva la spola, una volta la settimana, fra Livorno, l’isola di Gorgona e la Capraia. Era l’unico mezzo di comunicazione, per il resto della settimana le barche a motore supplivano alla sua assenza. Saliti a bordo, ci salutò il comandante palesemente incuriosito da quella giovane coppia che pareva sbucata chissà da dove e capitata lì per sbaglio in mezzo a gente che di mare se ne intendeva mentre loro, all’aspetto, parevano del tipo fortemente terragnolo. Non appena la nave diresse la prua in mare aperto facendo rotta verso la Gorgona, il comandante si concesse una pausa di riposo e ci invitò a salire in plancia. Sapemmo da lui quali erano le condizioni del mare, quali e quante erano le mine non ancora esplose, quale il rischio di percorrere un mare infido e come il traghetto fosse costretto a seguire una rotta limitata a uno stretto canale perché al di là di questo le mine non erano state ancora fatte brillare. Ogni tanto, accennando a certi barili galleggianti in mare aperto, ci porgeva il binocolo per farci riconoscere che si trattava di mine venute a galla dopo le mareggiate che avevano spezzato gli ormeggi che le costringevano sott’acqua. Il Limbara continuava placidamente a navigare avvicinandosi alla Capraia dopo aver sostato alla Gorgona il tempo per scaricare detenuti, guardie carcerarie e mercanzie. Dopo più di quattr’ore di navigazione ci avvicinammo all’isola; già se ne vedeva il profilo dai rilievi irregolari che si stagliava all’orizzonte come un grosso pachiderma emerso dagli abissi marini ed accucciato lì, sornione e silenzioso. Così mi apparve la Capraia quel giorno di aprile: un’isola spersa nel mare, emersa dal cuore di un "immenso oceano", aspra, selvaggia e desolata.Il Limbara non poteva gettare l’àncora entro il porto perché le acque erano troppo basse per accoglierlo, cosicché si fermò fuori dal porto in attesa che una barca a motore si avvicinasse per caricare e scaricare passeggeri e mercanzie. Al porto ci aspettava il direttore della Colonia penale, issato su un calessino, unico mezzo di trasporto per passeggeri di riguardo. Saliti sul calesse ci inerpicammo per una strada stretta, piena di buche, che si snodava intorno ai fianchi rocciosi dell’isola salendo su fino al centro del paese. Il paese si trovava a un centinaio di metri sopra il livello del mare, aggruppato intorno al Castello, un castello-fortino posto un tempo a difesa dalle incursioni dei Saraceni, a picco sul mare. Una vecchia strada costituiva l’arteria principale di raccordo, in basso, col porticciolo, in alto, con la zona montuosa dell’isola in cima alla quale si trovava il semaforo della Marina. Insieme alla via principale due o tre altre strade, mal pavimentate con pietre dissestate, erano contornate da case di uno o due piani di colore indefinito. Gli abitanti erano pochi, non più di due o trecento, compresi i detenuti e le guardie carcerarie con le loro famiglie. Dopo il turbamento provato al primo impatto sull’isola, dopo i primi giorni di sgomento nel prendere coscienza che in quell’isola ci dovevo stare chissà per quanto tempo, lentamente e inavvertitamente avevo raggiunto uno stato di adattamento nel quale alle mie personali inquietudini si andava sostituendo l’interesse verso quel luogo e i suoi abitanti. Eppoi c’era il mare, a me sconosciuto; fino allora osservato solo dalla riva e mai affrontato nuotando, perché non avevo avuto mai l’ardire di lasciarmi avvolgere dall’acqua. Avendo ormai tolto l’ancora dalle mie radici, provavo una sensazione di benessere fisico e mentale che la vita sull’isola mi aveva trasmesso, togliendomi dal cervello le trame che generano prostrazione e senso di inadeguatezza personale.

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