Il Tirreno

verso il festival 

A Cannes cinema romantico e politico Bellocchio unico italiano in concorso

Fulvia Caprara

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cannes. Zombie, amanti, emarginati e traditori. E poi stelle del rock e del calcio, attrazioni omosessuali, ritorni di fiamma, poliziotti smarriti, killer implacabili. Dal 14 al 25 maggio, durante la 72ª edizione del Festival di Cannes, il cinema, nella sua accezione più completa, sarà su quel piedistallo che il direttore Thierry Fremaux e il presidente Pierre Lescure difendono, ancora una volta, a spada tratta, senza paura di polemiche e accuse di passatismo: «Sarà un festival romantico e politico – annuncia il primo – con personaggi che si battono per i loro ideali, con bei ritratti femminili, e con film che, anche se in modo mascherato, tornano a essere di genere».

L’unico titolo in gara per l’Italia è “Il traditore” di Marco Bellocchio, con Pierfrancesco Favino nei panni del super-pentito di mafia Tommaso Buscetta, in una lettura che l’autore definisce al tempo stesso «personalissima e oggettiva. È un film civile, ma senza ideologia, né retorica. La storia di un uomo che ha tradito la propria famiglia perché questa ha tradito lui». Nelle sale dal 23 maggio, nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci, “Il traditore” si batterà con le ultime opere di altri affezionati frequentatori della rassegna, da Pedro Almodovar con “Dolor y Gloria” («Film non autobiografico – ha spiegato l’autore madrileno – di cui però potrei essere il protagonista») a Ken Loach con “Sorry we missed you” sulla vicenda di un padre di famiglia che perde il lavoro e si ricicla facendo il fattorino per consegne a domicilio.

E poi i fratelli Dardenne che in “Le jeune Ahmed” raccontano la trasformazione in estremista islamico di uno studente belga; Xavier Dolan con “Mattihas et Maxime”, cronaca di amicizie e legami omosessuali. E Terrence Malick con “A hidden life” dramma storico ambientato nella Seconda guerra mondiale; Arnaud che in “Roubaix, une lumiére” con Lea Seydoux, ricostruisce la trama di un omicidio avvenuto nella sua città natale. Su “C’era una volta a Hollywood” di Quentin Tarantino aleggia ancora il dubbio, Fremaux fa sapere che il film non è pronto, ma che all’ultimo potrebbe anche esserlo.

Le paillettes, il divismo, l’adrenalina dei grandi eventi e delle feste da mille e una notte, avranno, come da tradizione, ruolo preponderante nella kermesse. Dopo l’apertura con il cast stellare di “The dead don’t die”, regia di Jim Jarmusch, con Selena Gomez, Adam Driver, Bill Murray, Tilda Swinton, basta immaginare quello che potrà accadere nei giorni in cui Elton John sarà sulla Croisette per la proiezione del biopic “Rocketman”, Diego Maradona affronterà la montée des marches per il documentario di Asif Kapadia che ne ricostruisce vita, miracoli, rinascite e oblii; Jean Louis Trintignat e Anouk Aimée, con Monica Bellucci, appariranno di nuovo insieme nel film di Lelouch “Le plus belles annees d’une vie” e Alain Delon riceverà la Palma alla carriera che aspettava da tempo.

Eppure, oltre tutto questo, c’è nella ricorrenza del Festival un significato più profondo che riguarda i futuri orizzonti della settima arte. La difesa del cinema in sala, rilanciata con chiarezza da Fremaux e da Lescure, passa attraverso l’esclusione dalla gara dei film prodotti da piattaforme digitali per cui non è prevista l’uscita nei cinema «almeno in Francia». —

Fulvia Caprara

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