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Federico Maria Sardelli e l’ultimo Mozart “La clemenza di Tito” chiude il Maggio
Il direttore livornese: «Non è un’opera minore, se Amadeus fosse vissuto di più avrebbe continuato a scrivere così»
Ancora Mozart per Federico Maria Sardelli: «Purtroppo è morto troppo presto, lo studi e ti rendi conto di quello che avrebbe potuto fare se fosse vissuto un po’ più a lungo per quel che riguarda il rinnovamento dell’opera seria». Non possiamo non essere d’accordo. La nuova passione mozartiana di Sardelli, dopo i recenti “Re pastore” e “Flauto magico”, si chiama “La clemenza di Tito”, l’ultima fatica operistica del salisburghese, ora chiamata a chiudere la stagione lirica del teatro del Maggio musicale fiorentino.
L’allestimento, che debutta mercoledì prossimo (repliche il 22, 24 e 27) è quello dall’Opera di Parigi firmato da Willy Decker: «Mi capita spesso – dice Sardelli – di non essere d’accordo con le scelte registiche, azzardate se non abominevoli, ma per fortuna non è questo il caso. Decker si muove in sintonia con la musica, niente contrasta con il libretto, una messinscena sobria e solenne al tempo stesso, in perfetta simbiosi con le tensioni e le oscillazioni della partitura mozartiana, una regia pulita senza alcuna concessione effettistica che ci permette di concentrarci esclusivamente sulla musica».
Federico Maria Sardelli, livornese, 55 anni, musicista, scrittore, disegnatore e poi fumettista, umorista, virtuoso di flauto “traversière”, maestro concertatore e direttore, fondatore con Bettina Hoffmann di uno dei migliori ensemble di musica rinascimentale e barocca, “Modo Antiquo”, nonché musicologo e compositore oltre che firma storica del “Vernacoliere” – «non ci facciamo mancare niente», sorride – fa rivivere il clima settecentesco dell’opera grazie anche a un organico che prevede alcuni strumenti d’epoca, come il fortepiano che accompagna i recitativi, il clarinetto e il corno di bassetto, i timpani barocchi e le trombe tedesche. «Ma non si tratta di una questione filologica – dice – si può fare ottima musica antica con gli strumenti moderni. La differenza sta nella testa e nell’intelligenza degli esecutori. L’orchestra del Maggio è straordinariamente duttile e dunque il livello di aderenza stilistica loro richiesto è molto alto».
Opera complessa e progressista, anche se si innesta su un vecchio libretto, “La clemenza di Tito” manca da 16 anni da Firenze. «È un lavoro – commenta Sardelli – considerato in maniera controversa dai critici. C’è chi lo considera il capolavoro di Mozart, chi un’opera non compiuta, chi un salto nel passato dopo le grandi novità della trilogia di Da Ponte o del “Flauto magico”. Per me non è così: Mozart è un uomo di grande aderenza contemporanea, un uomo moderno per gli standard del suo tempo. Viene chiamato a celebrare un monarca e sceglie un libretto chiaramente convenzionale nel tema ma non altrettanto nella scrittura musicale. Il finale del primo atto è di una potenza espressiva che non si era mai sentita prima e questo ci dà la misura di cosa sarebbe riuscito a fare se non fosse morto di lì a tre mesi. Da una parte dunque è un’opera convenzionale perché ne ha l’ossatura, dall’altra abbiamo tutto il Mozart del “Flauto magico” e di Da Ponte. Non è un salto nel passato, non è un’opera minore, non è un’opera controversa, è come lui avrebbe continuato a scrivere se avesse vissuto ancora. Non ci vedo incertezza o titubanza, nonostante l’abbia composta in soli 18 giorni».
E se Mozart resta il faro, l’altra faccia della luna per Sardelli ha la sigla del labronico “Sodalizio muschiato”, setta goliardica o convivio esclusivo, guidato da Alberto Fremura, che compie 25 anni, e per il quale Sardelli ha composto l’inno ufficiale: «Una ricorrenza che a fine marzo a Livorno festeggeremo con una grande mostra».
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