Intervista all'attore Guglielmo Favilla: «Vi racconto Il Nome della Rosa nei panni del monaco Venanzio»
Livorno, da Ridley Scott a Turturro, l’attore livornese su Rai 1 nella serie dei record. «Esperienza sul set meravigliosa accanto ai mostri sacri della recitazione»
C’è un livornese nell’abbazia più famosa del mondo. Non prega, non dice messa, non benedice, semmai muore – anzi, è già morto: l’hanno ammazzato lunedì sera su Rai Uno davanti a sei milioni e mezzo di spettatori. E’ Guglielmo Favilla, classe 1981, che nell’evento televisivo dell’anno (“Il Nome della Rosa” dal libro-capolavoro di Umberto Eco del 1980), interpreta il monaco Venanzio da Salvemec; ennesima chicca nella carriera del brillante Favilla, partito da Livorno come una delle teste pensanti del pool di videomaker dei “Licaoni” (con Alessandro Izzo e Francesca Detti), e arrivato in pochi anni a recitare per Ridley Scott in “Tutti i soldi del mondo” (sul rapimento Getty), per i fratelli Taviani in “Una questione privata” (diretto dal solo Paolo dopo la morte di Vittorio) o, in teatro, ad essere tra i protagonisti di “Odio Amleto” con Gabriel Garko e Ugo Pagliai, diretto da Alessandro Benvenuti.
Ma la ribalta mondiale del “Nome della Rosa” è una vetrina non da poco, perché quella diretta dall’italiano Giacomo Battiato è una serie dei record, venduta in 132 Paesi ed interpretata da un cast internazionale da urlo, capitanato dall’attore feticcio dei fratelli Coen e di Spike Lee, John Turturro – un autentico istrione che passa con disinvoltura dai robottoni della serie “Transformers” al saio francescano di Guglielmo Da Baskerville, che fu di Sean Connery nella pellicola di culto di Jean-Jacques Annaud del 1986.
Favilla, come è arrivato ad essere uno dei frati dello “Scriptorium” del Nome della Rosa?
«Entrare nel cast è stato abbastanza strano. La notizia che stava per iniziare questa serie è arrivata subito dopo la fine del film con Ridley Scott, ma non pensavo di riuscire a farla perché ero impegnato col “BarLume”. Avevo solo sentito dire che stava per partire questa grande produzione italo-tedesca ma che le riprese stavano slittando per un ritardo con le location. Un giorno, qualche mese dopo, mi chiama la mia agenzia per dirmi che in un bar di piazza Farnese a Roma mi aspettavano due persone che avrebbero avuto piacere di incontrarmi. Al mio arrivo mi trovo davanti il regista Battiato e sua moglie Anna Zaneva, responsabile del cast, che, così, dal nulla, come se nulla fosse, mi domandano se avessi avuto voglia di unirmi al gruppo di attori nel loro film. Per poco non svengo. Son riuscito solo a chiedere: “Ma il provino?” e loro hanno risposto, “ti conosciamo bene Guglielmo, abbiamo visto tutto quello che c’era da vedere”».
Che emozione è stata duettare con un attore che ha nel curriculum collaborazioni con Martin Scorsese, Michael Cimino, i Coen, Spike Lee e oltre 100 pellicole hollywoodiane?
«L’esperienza sul set è stata meravigliosa. John Turturro è fantastico, generoso, umile, scrupoloso, ma soprattutto sempre attento ad aiutare e sostenere tutti ad ogni inquadratura: ti incoraggia, ti supporta, si mette a tuo servizio nella scena come solo i più grandi sanno fare. Ma devo dire che ho visto all’opera dei mostri sacri della recitazione. Segnalo Michael Emerson che interpreta l’Abate del monastero, uno che ad ogni ciak magnetizza la camera o il mitico James Cosmo (era tra i protagonisti di “Braveheart” di Mel Gibson): un ciclone, per energia e passione. Notevole anche il giovane Damian Hardung che interpreta Adso: una rivelazione, sfonderà. Ovviamente, mi limito agli attori con cui ho lavorato più a stretto contatto, perché il cast del "Nome della Rosa" è tutto meritevole».
C’è qualche curiosità della lavorazione che ci vuole raccontare in esclusiva?
«Alla mia agenzia mi prendono ancora in giro perché mi sono fatto tagliare i capelli a monaco e ho portato “la chierica” per 5 mesi, ma poi ho scoperto che potevo semplicemente richiedere di indossare una parrucca sul set. Detto questo, vi posso svelare che per filmare la scena della mia morte e per la scena della mia autopsia, il responsabile degli effetti speciali ha realizzato una serie di calchi del mio corpo in lattice e altri materiali speciali dal peso di oltre 15 chili. Ho passeggiato per giorni sul set con un doppio ventre, squartato, mostrando a tutti con orgoglio il mio falso pancreas. C’è un bel video su Rai Play del truccatore Luigi Rocchetti che racconta proprio il backstage delle mie scene».
Che progetti ha per il futuro?
«Penso a maggio, inizierà la lavorazione della settima serie dei Delitti del BarLume. Poi ho un sogno che spero di realizzare entro l’anno: debuttare con un monologo brillante in teatro, scritto col grande Astutillo Smeriglia (l’autore della serie cult “Preti”) con cui collaboro da anni». (Favilla è voce narrante e doppiatore di tutti i corti di Smeriglia). —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
