Una vita tra battute e amore per l’arte in un sodalizio da “Amici miei”
I quattro hanno cominciato a lavorare insieme nel 1998 per loro l’unica bandiera era «far cultura e divertirsi»
«I componenti il Gruppo G4: il cronista, Arturo Molinari, è il grafico. Disegna con la sgorbia e dipinge con il linoleum. È anche l’incolpevole cronista delle avventure del Gruppo; Tarrinaccio, Leonardo Tarrini, è il macchiaiolo. In più è un illusionista: fa volare i fiori, fa parlare i cavalli, fa scaturire il sentimento da una tela; la mamma, Ugo Uva, è lo scultore. Dipinge le sue sculture con perfezione grafica e cromatica. Dipinge l’uomo e la donna, il suo universo, il suo centro, i suoi contorni; il gattone, Umberto Croce, è l’astrattista. Con i suoi pastelli a olio racconta incredibili viaggi cosmici, si tuffa in caccia di sensazioni cerebrali e riemerge carico di feticci e di totem che poi descrive sui suoi cartoncini».
Così Arturo Molinari descrive i componenti del “Gruppo G4” nelle prime pagine di una memoria che ha depositato presso l’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano. Ma che cos’è il G4? Un sodalizio artistico iniziato nel 1998, certo, ma soprattutto la storia di un’amicizia che si è cementata in un arco di tempo più ampio, che ha unito quattro uomini liberi e creativi sotto l’unica bandiera del “far cultura e divertirsi”. Un motto, una ragione di vita che li ha guidati, nel pieno rispetto della loro autonomia, a partecipare a varie manifestazioni artistiche, sia individualmente che come gruppo. Ugo Uva da Roma, lo scultore, Leonardo Tarrini, da Livorno, il poeta, Arturo Molinari, da Genova, il grafico, Umberto Croce, da Milano, l’astrattista. La loro storia richiama immancabilmente le avventure dei quattro inseparabili amici d’infanzia, sulla cinquantina, che affrontavano i loro disagi con scherzi a danno di malcapitati, protagonisti del film Amici miei di Mario Monicelli, uscito al cinema il 10 agosto del 1975. Proprio come Ugo Tognazzi, ovvero il conte Mascetti, Philippe Noiret nel ruolo del giornalista Giorgio Perozzi, Duilio del Prete in quello di Guido Necchi, Adolfo Celi che interpretava Alfeo Sassaroli, Gastone Moschin, ovvero Rambaldo Melandri: così i membri del G4 hanno condiviso una storia fatta di battute, gag, zingarate e tormentoni.
Nel presentare una loro mostra collettiva, Giuliana Matthieu – storica direttrice della rivista livornese d’arte e cultura “La Ballata” – ha scritto: “Le zingarate perpetrate innocentemente li hanno visti sempre uniti ad organizzare scherzi o a rendere scherzose anche le imprese più serie. L’aver creato uno studio in comune dove scambiarsi impressioni ed espressioni, nei frequenti momenti di presenza a Livorno di tutti i componenti, li ha avvicinati alla sperimentazione di nuove idee che dessero rilevanza alle tecniche e alle espressioni che ognuno aveva nel tempo coltivato. Una creazione pittorica a otto mani è stata il miglior banco di prova delle loro teorie: il dipinto sia un crogiolo dove quattro artisti concorrono indipendentemente a formare un unico tessuto descrittivo, cromatico e poetico, come quattro elementi in una fusione alchemica”.
È la cronaca della summa pittorica rappresentata dall’esperimento “Otto Mani”. È stata l’ultima importante espressione artistica del gruppo. «Purtroppo il decano Ugo Uva – racconta oggi Molinari – ci ha lasciati a fine gennaio 2014 e il livornese Leonardo Tarrini a fine febbraio 2015. I superstiti per ora resistono, ma naturalmente consideriamo conclusa questa affascinante avventura. Finché l’età ci è stata clemente ci siamo dedicati all’arte e alle zingarate: non proprio quelle di “Amici miei’, anche se pare che a Pietro Germi l’ispirazione sia venuta dall’aver udito le zingarate di cinque giovani livornesi. Pur mancando della regia di Monicelli, le nostre zingarate nascevano davvero all’improvviso; senza il bisogno di stuzzicare il prossimo, ci divertivamo a prenderci in giro anche tra noi». Fare cultura e divertirsi.
Il diario DI ARTURO MOLINARI
Quella volta che al premio Città di Livorno vincemmo tutto
Leonardo lo liquidò dicendo: «O cos’è?». Portammo delle opere quasi a caso, tornammo con coppe, targhe e statuette
A Livorno Ugo (Uva, ndr) ebbe la delicatezza di condividere la sua personale di pittura con me, senza neanche farlo pesare. Insistetti per chiamarla "Il Maestro e l’Artigiano" e lui acconsentì. Avevo già pronte le locandine, con vedute di Livorno incise in positivo e quindi stampate con inchiostro chiaro su carta scura, non ci restò che apporre il titolo con il "piccì" . In realtà la presenza del Maestro in galleria si era notata già nei giorni precedenti per aver ottenuto l’aggiudicazione del primo premio alla mostra a concorso che si chiuse il sabato. La domenica mattina montammo la nostra duplice personale. La domenica pomeriggio alle 18 inaugurammo. In omaggio a Ugo erano presenti i notabili della città, almeno in fatto di critica e di arte, ovviamente ne trassi vantaggio anch’io.
Passata la confusione e la piacevole affluenza del vernissage, i giorni seguenti trascorsi in galleria si svolsero più tranquilli, al punto di lasciarci il tempo di realizzare un’idea scherzosa: scrivere a quattro mani una poesia sull’arte. Io mi buttai sulla parte descrittiva, Ugo fu la musa ispiratrice dei versetti sull’attualità dell’arte. Eravamo lì, in un raro momento di solitudine, a meditare sui primi versi appena abbozzati, quando la porta si aprì ed entrò assieme ad un soffio di aria gelida Umberto (Croce, ndr), intabarrato e sorridente. "Sei a Livorno! " gli gridammo in coro, stupiti dall’evidenza. Lo stupore continuò davanti alla presentazione della sua ultima monografia, frutto della virtù di un "piccì" adoperato con maestria. Una copia per ciascuno di noi. Naturalmente ce la facemmo dedicare. E qui, con la solita, incredibile tempestività, arrivò Leonardo (Tarrini, ndr) con la telecamera.
La galleria vibrava di attività: Umberto a studiare dediche, Leonardo a provare inquadrature e noi, il Maestro e l’Artigiano, a far da comparse. Il regista volle anche il sonoro e la nostra umiltà fu superiore a ogni elogio. Poi Ugo commise un piccolo errore, una sbadataggine, disse "Visto che siete tutti qui, vado un momento dal corniciaio". Un attimo dopo Leonardo ed io eravamo attorno a Umberto a preparagli la dedica. "Sti filibustieri... hai capito, si sono coalizzati per fottermi... guardali che fanno un capannello tra di loro e non gliene importa di lasciarmi in disparte" ma si capiva che era contento.IN PRINCIPIO IL VERBOSO... Nella dedica a Ugo, qualsiasi riferimento alla realtà era assolutamente voluto. La poesia progredì lentamente nelle poche ore tranquille in galleria, perché Umberto e Leonardo ci vennero a trovare tutti i giorni. Decidemmo anche di festeggiarci con una pizza, alla sera, ma non il giorno della chiusura che capitava il 31 Dicembre, andasse per il 29. Invitammo anche Franco Catalucci, prezioso fotografo d’arte e di artisti.
Finì bene, in studio da Leonardo, a giocare con la telecamera e a far foto. Nonostante il raffreddore e le interruzioni di Ugo che mi riversava addosso profonde considerazioni sull’arte pittorica senza lasciarmi il tempo di tradurle in poetica, la poesia fu terminata a Capodanno. Rileggendola ci rendemmo conto che i quattro filibustieri si sentivano bene insieme, per lo meno si divertivano. «Che bello, potremmo fare un gruppo» disse Ugo con entusiasmo. «Visto che siamo in quattro, il gruppo dei quattro, anzi per brevità il G4» azzardai. «Sì, mi piace, e poi tu potresti scrivere qualcosa su di noi... oh, solo su di noi! come ricordo di qualche avvenimento, qualche momento passato insieme... eh?». Come no! Cominciai subito, con piacere. Però, per amore di precisione, ripresi la poesia appena terminata e riscrissi l’ultimo verso.CASINISTI DI QUALITÀ! "Agosto 1998. Nella saletta i quadri ci stanno giusti, nonostante la supervisione di Ugo che ci comanda da seduto pretendendo rispetto filiale...
L’ indomani, domenica, c’è la premiazione a Tirrenia e l’inaugurazione a Montenero. Un vero tour de force. A Tirrenia Umberto e io ritiriamo i nostri premi al circolo del tennis mentre Ugo si ostina a pretenderne uno al circolo del golf dove al massimo gli danno un handicap. Lo rifiuta sdegnato. Ci ritroviamo tutti a Montenero dove Leonardo, che non partecipa ai concorsi, non gioca a tennis né a golf, ci ha preceduto.Nessuno ci voleva andare, al premio Città di Livorno, meno che il sottoscritto. Leonardo lo liquidò dicendo "O cos’è?". Umberto non aveva opere da presentare, Ugo si era dimenticato di aver preso l’impegno con Giovanni. Io no, io dovevo lavorare, stampare, incorniciare e presentare. Ma si sa, io sono un discepolo, anzi "il discepolo". Così presi un granchio, anzi due, in una notte senza luna, gli diedi un titolo e una cornice e mi apprestai a presentarlo alla Premiata Galleria d’Arte degli Scali Rosciano. Il giorno della partenza il Maestro si ricordò della promessa: "Prendine uno" mi gridò dal finestrino dell’auto "un gospel per Modì, sì quello, e portalo a Malventi, poi a pagare penso io quando ritorno!" . Anche Umberto, prima di rientrare a Milano, ebbe un attimo di debolezza e mi portò un figurativo "na robetta che avevo lì in studio, ma sì dài che partecipo anch’io...! ". Ne parlai a Leonardo, ma senza secondi fini, giuro.
Tant’è che con un sospiro disse quasi a se stesso "allora mi toccherà venicci". Il G4 era ancora insieme, compatto come non mai, pronto ad affrontare le più agguerrite giurie. Le sere livornesi ci videro, nei giorni seguenti, impegnati a ritirare i quadri in mostra alla Nuova Fortezza e a consegnare quelli alla Galleria Rosciano dove Leonardo ricicla un suo paesaggio del ’78 aggiornando la data col pennarello e a Ugo cambiamo un gospel con un piffero. Non ci videro invece all’inaugurazione alla saletta Mascagni cui avevamo rinunciato per questioni meteorologiche: io per pioggia e lui per malvento. Presenziamo invece alla premiazione. Il Prof. Monti, pimpantissimo, presenta, introduce, declama. Luca chiede se qualcuno si è ricordato di portare una macchina fotografica. Leonardo nasconde la superotto.
La saletta è gremita... di tavolini. La folla in piedi occupa il poco spazio disponibile per cui due persone sono costrette a restare fuori della porta a fumare una sigaretta e bere un bicchiere di vino. Alla premiazione del pubblico Leonardo riceve un sesto premio - un gattino d’argento ed una medaglia ricordo - ma noi nulla, neanche una menzione. Alla premiazione della giuria Leonardo di nuovo un sesto premio, altro gattino d’argento e varie strette di mano. "Speriamo siano maschio e femmina" mi fa, sbucando tra la folla. Poi mi chiamano per il terzo premio. Me ne vado con la mia targa quando assegnano il secondo premio a Ugo.«Ritiro io» grido. Me ne vado con la targa e la coppa quando danno il primo premio a Umberto.«Alt! Ritiro io, datemi tutto» sembrava l’assalto alla diligenza. Poi ritiriamo anche i quadri, mentre Leonardo borbotta «Io avevo capito che ci voleva un dipinto su Livorno, sennò guasi guasi ci mettevo è fiori...» che fa ben sperare per il futuro. Scendiamo per la strada vecchia, le coppe sul sedile posteriore tintinnano ad ogni scossone, la targa tace. Però, ’sti filibustieri che non ci volevano venire...
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