Scoppia il caso Ippolito: è l’inizio della fine del boom atomico
Il lavoro nei laboratori vicino all’Aia, le tristi serate lontano da casa, le curiose reazioni e abitudini dei colleghi olandesi
Mi ci vollero parecchi giorni per poter digerire il pensiero di riprendere, per un tempo ancora del tutto indefinibile, la vita da solo. Poi, un po’alla volta, la curiosità e l’interesse suscitato dal progetto che dovevo seguire, riuscirono ad attenuare, almeno nei giorni di lavoro, il senso di depressione che si stava impadronendo di me.
all’euratom in olanda
Attraverso la documentazione che era stata presentata all’Euratom, mi feci abbastanza presto un’idea del progetto che si andava sviluppando. Arrivando a Petten, portavo con me molto dello scetticismo accumulato nelle visite precedenti. Ma là le cose andavano diversamente. L’esperimento era ben condotto e soprattutto era mirato a due importanti risultati: il primo era il rilievo dell’andamento del flusso dei neutroni in punti vicinissimi tra loro, per determinare gli squilibri che si generano nei punti singolari della matrice, per esempio dove la geometria del combustibile è modificata dalla presenza degli alloggiamenti delle barre di controllo. L’altro scopo era la sperimentazione di una vera novità: il veleno consumabile (burnable poison).
il caso ippolito
Ogni sera, quando uscivo dall’ufficio, facevo una camminata fino in centro all’Aia. Là potevo trovare qualche giornale italiano e in particolare il Corriere della Sera, non più freschissimo, perché arrivava con un giorno di ritardo, ma sempre molto atteso perché mi portava le notizie dall’Italia. Fu proprio il Corriere che mi portò l’eco dell’affare Ippolito. Il prof. Ippolito era stato bruscamente rimosso dalla posizione che occupava al Cnen e posto sotto accusa per l’opera che vi aveva svolto. Mi pareva incredibile che l’uomo, per il quale avevo provato un’impressione così favorevole a Trieste e che avevo sentito nominare a Bruxelles con ammirazione e rispetto dai funzionari dell’Euratom, potesse aver rischiato il suo prestigio e la sua posizione con affari poco puliti. Cercai nelle cronache del processo qualcosa di concreto che mi facesse mutar parere sul suo conto e che, giustificando il processo, mi ridesse fiducia nella giustizia italiana. Ma non mi riuscì di trovar niente. I giornali si dilungavano nel descrivere fatti inessenziali ma destinati a suscitare lo sdegno del popolino contro quell’Ippolito che poteva usare l’auto del Cnen anche per andare in vacanza, o che aveva autorizzato spese di rappresentanza per i partecipanti ad un congresso.
Comunque Ippolito finì in prigione ed io non potei che convincermi, che c’era andato per una faida politica. Quel processo, come era prevedibile, ebbe effetti disastrosi sull’attività nucleare in Italia. Il Cnen, pur continuando ad assorbire denaro come e più di prima, era stato sterilizzato e, per molti anni, non fu più in grado di esercitare alcuna utile attività di ricerca, o di orientamento per le scelte energetiche. Il programma di costruzione delle centrali nucleari, pur propugnato dall’Enel che non poteva affossarlo per mancanza di argomenti scientifici e tecnici validi, ebbe vita dura, tanto che dal terzo posto nel mondo, che l’Italia occupava a quell’epoca nella produzione di energia elettronucleare, decadde ed è oggi in una posizione tale che denuncia la sua rinuncia alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, e all’affrancamento dai ricatti dei paesi produttori di petrolio.
la principessa irene
Da qualche giorno i colleghi erano distratti da qualche cosa di molto importante. Li vedevo negli uffici discutere animatamente a gruppi di tre o di quattro e, anche se non capivo quello che dicevano, mi rendevo conto che gli argomenti delle loro discussioni non erano questioni di lavoro. Immaginai che fossero agitati per qualcosa che riguardava la politica e perciò non me ne curai. In ogni paese la politica dà ampi motivi di discussione e non c’era ragione di pensare che, anche in Olanda, le cose non fossero così. Per quanto mi riguardava, tutto quello che sapevo era soltanto che il paese era retto da una monarchia; che gli ultimi regnanti erano stati di sesso femminile, e che le loro effigi si potevano vedere nelle monete. Dopo un po’ di tempo però, cominciai ad incuriosirmi e finii col domandare cosa stesse succedendo.
Il problema era grave: la principessa secondogenita Irene, si era fidanzata con un principe spagnolo. “Ah bene! ” feci io. M’accorsi subito però che la mia uscita era stata una gaffe. Per questa storia color rosa, gli olandesi avevano, a dir poco, messo il lutto. Ed era un lutto che io non capivo. Ci sono ormai in Europa così pochi principi disponibili, che se le principesse di sangue reale non sono disponibili a sposare il droghiere o il loro autista, hanno molte probabilità di votarsi per sempre al ruolo di zitelle. La principessa Irene aveva inciampato in un principe spagnolo... mi pareva che tutti dovessero essere contenti... E invece no! Molto tempo fa, ai tempi di Carlo V, i Paesi Bassi erano stati dominati dalla Spagna e se ne erano liberati con una lunga guerra che era avvenuta a cavallo del 16° e 17° secolo. Gli olandesi di oggi ricordano ancora quella dominazione e la scelta di Irene li aveva offesi profondamente nei loro sentimenti nazionali.
Eppure non avrei dovuto essere così meravigliato se mi fossi fermato a riflettere che quasi ogni sera, quando mi sedevo davanti al televisore, mi dovevo sorbire un film di propaganda antitedesca. In quel paese c’è evidentemente una tendenza a conservare e a coltivare il risentimento popolare. E, su quei sentimenti, mi pareva che la televisione olandese speculasse un po’ troppo. È vero che qui i tedeschi, durante la guerra, ne hanno combinate di tutti i colori, pensavo. Ma ora, stiamo tutti facendo del nostro meglio per creare l’unità d’Europa e tutto quello che può mantenere in vita l’odio verso un altro popolo europeo, per fatti avvenuti in un periodo così particolare e così drammatico, non dovrebbe essere oggetto di propaganda, se non si vuol rendere vano questo tentativo così lungimirante e promettente, al quale anche gli olandesi prendono parte.
auto e bici
Guidare l’auto, in certe ore del giorno, era veramente un problema. Migliaia di cittadini, approfittando della mancanza assoluta di salite, usavano per i loro spostamenti, la bicicletta. In fianco a molte strade, erano ricavate piste ciclabili che però, negli incroci, intersecavano le strade. A causa del flusso continuo dei ciclisti, che andavano e tornavano dal lavoro, era perciò necessaria una guida attenta e prudente. Inoltre gli olandesi sono di carattere tranquillo e paziente ed anche i loro riflessi ne sono influenzati. Guidando, bisognava far molta attenzione a non frenare bruscamente, perché chi seguiva, non faceva a tempo a realizzare e a reagire in conseguenza. Perciò, quando ero al volante, usavo uno stile che non m’era per niente congeniale e, malgrado questo, riuscii a farmi tamponare.
Agli incroci, prima che cominciassero le ore di punta, si vedeva arrivare un vigile, molto spesso in gonnella, che portava su una spalla un complicato marchingegno che, una volta piantato in un buco apposito, in mezzo al crocevia, si rivelava essere un semaforo, dotato di bandierine metalliche, azionate da leve e manopole, con le quali la “Vigilessa” si dava da fare per dirigere il traffico. Passata l’ora di punta, sfilava quel ferrigno spaventapasseri dal suo buco, se lo metteva in spalla e se ne andava. —
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