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Cristiano Ronaldo ha annunciato l’addio al Portogallo: la scelta delle parole nella lettera e la mossa a sorpresa

di Redazione web

	Cristiano Ronaldo con la maglia del Portogallo 
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Cristiano Ronaldo con la maglia del Portogallo 

Dopo 23 anni in nazionale, CR7 affida ai tifosi un messaggio carico di emozione: nessun record o trofeo, ma il ricordo delle persone, dei sacrifici condivisi e di un legame destinato a durare per sempre

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Una lettera lunga, intensa, scritta più con il cuore che con il peso dei numeri. Cristiano Ronaldo ha annunciato la fine della sua avventura con la maglia del Portogallo, chiudendo un capitolo durato oltre due decenni e destinato a restare nella storia del calcio mondiale. Lo ha fatto con un messaggio rivolto al suo Paese, ai compagni, ai tifosi e a tutte le persone che hanno condiviso con lui un viaggio iniziato nel 2003 e concluso oggi. L'annuncio arriva giovedì 5 novembre alla vigilia delle convocazioni per le prossime sfide della Nations League e segna il tramonto di uno dei percorsi più iconici mai vissuti da un calciatore in nazionale.

L'annuncio: «È giunto il giorno di restituire la maglia numero 7»

Ad aprire il messaggio è stata una frase dal forte valore simbolico: «È giunto il giorno di restituire la maglia numero 7 della nostra nazionale. Non l'ho mai sentita esclusivamente mia. Ma per 23 anni ho avuto il privilegio e la responsabilità di indossarla, difenderla e portarla con me negli stadi di tutto il mondo». Parole che hanno immediatamente chiarito come la decisione sia definitiva. Non un arrivederci, ma la conclusione di un percorso che ha accompagnato un'intera generazione di tifosi portoghesi.

Nessun riferimento ai record: il pensiero va alla sua gente

Chi si aspettava un bilancio fatto di trofei, gol e statistiche ha trovato tutt'altro. Nel suo addio Ronaldo sceglie di mettere al centro le persone. Una mossa a sorpresa, per certi versi. Nel racconto trovano spazio gli emigrati portoghesi sparsi nel mondo, i compagni di squadra, gli uomini e le donne che hanno lavorato dietro le quinte, fino ai familiari che hanno accettato anni di sacrifici e lontananze. Il campione portoghese ribadisce di non aver mai considerato quella maglia una proprietà personale e sottolinea come il legame con il suo Paese non finirà con il ritiro dalla nazionale. 

Le tensioni con Jorge Jesus sullo sfondo

L'addio arriva a poche settimane da un periodo complicato vissuto all'interno della selezione lusitana. Il 30 settembre Ronaldo aveva lasciato il ritiro di Copenaghen dopo essere rimasto per tutta la partita in panchina contro la Norvegia. Le dichiarazioni del commissario tecnico Jorge Jesus e il mancato impiego avevano generato una frattura culminata, pochi giorni più tardi, in una lettera pubblica nella quale CR7 accusava l'allenatore di non aver mantenuto gli accordi presi. Successivamente era arrivata una sospensione di trenta giorni da parte della federazione portoghese, provvedimento tuttavia retroattivo e quindi non ostativo a un possibile ritorno nelle gare di novembre. Fino a poche ore fa il suo nome figurava infatti tra quelli monitorati per le sfide contro Danimarca e Galles. L'annuncio del ritiro ha però chiuso definitivamente ogni scenario.

Una carriera irripetibile con la maglia del Portogallo

Con il Portogallo, Ronaldo lascia un'eredità gigantesca. In ventitré anni ha collezionato 234 presenze e 146 reti, diventando il riferimento assoluto della nazionale lusitana e uno dei calciatori più influenti della storia del calcio internazionale. Nel suo percorso figurano il trionfo all'Europeo del 2016 e le vittorie in Nations League, ma nel giorno dell'addio l'attaccante ha scelto deliberatamente di non soffermarsi su questi traguardi.

Al centro del suo messaggio c'è piuttosto il significato della maglia e il rapporto costruito con milioni di tifosi.

Il cuore della lettera: «Il calcio è fatto di persone»

Nel passaggio più emozionante del suo discorso, Ronaldo ripercorre il senso del cammino vissuto con il Portogallo. «Oggi è giunto il momento di consegnare questa maglia al futuro. Non è stata una decisione facile, perché certe decisioni non si prendono solo con la testa, ma anche con il cuore. Sto chiudendo un viaggio iniziato nell'agosto del 2003 e che ha cambiato la mia vita per sempre. Quando ripenso a tutto quello che ho vissuto con la nazionale, non vedo solo partite, gol, record o trofei. Vedo persone. Vedo immigrati che, per 90 minuti, hanno sentito il Portogallo un po' più vicino. Vedo milioni di portoghesi che non ho mai incontrato personalmente, ma che hanno fatto parte della mia vita. Perché in fin dei conti, il calcio è molto più di un semplice gioco. Il calcio è fatto di persone».

Le vittorie, le sconfitte e il senso del dovere

L'ex capitano ripercorre poi le tappe di una carriera vissuta sempre ai massimi livelli. «Durante tutta la mia carriera in nazionale, ho cercato di superare i miei limiti. Volevo vincere, volevo essere il migliore, volevo fare la storia. Mi sono sempre spinto al massimo. Ho sempre voluto di più, ho sempre creduto che potessimo andare oltre. E ho dato tutto quello che avevo per questa maglia. Ci sono stati pomeriggi e serate perfetti, ci sono state vittorie che non dimenticherò mai, ci sono state sconfitte che ancora oggi faccio fatica a ricordare. Anch'io ho fallito, anch'io ho sofferto, ci sono stati momenti in cui non sono riuscito a dare al popolo portoghese ciò che desiderava così ardentemente. Ma non mi sono mai arreso. E soprattutto, non ho mai smesso di essere orgoglioso di rappresentare il Portogallo».

«I record passano, resta il posto nel cuore delle persone»

Uno dei temi centrali della lettera è il valore delle emozioni rispetto ai risultati sportivi.

«Nel corso degli anni ho imparato alcune cose molto semplici. Gli obiettivi vanno e vengono, i trofei finiscono nei musei, i record vengono prima o poi battuti. Ma c'è qualcosa che il tempo non potrà mai cancellare. Il posto che occupiamo nel cuore delle persone. Se mai vi ho reso felici, se uno dei miei obiettivi vi ha mai fatto abbracciare qualcuno, dimenticare una preoccupazione o sentire orgogliosi del nostro Paese, allora ne è valsa la pena. Perché essere portoghesi significa anche questo». Poi aggiunge: «Abbiamo sofferto insieme, ci siamo rialzati insieme. Abbiamo ritrovato la fede. Il Portogallo avrà sempre bisogno di giovani che sognano. Di giocatori che non si arrendono mai. Di nuove generazioni che credono sia possibile raggiungere traguardi mai raggiunti prima. Perché un Paese che continua a creare nuovi eroi è un Paese che non smette mai di credere in se stesso».

Il grazie ai compagni e alla famiglia

Nel suo addio non manca un pensiero per chi lo ha accompagnato quotidianamente. «Ai miei compagni di squadra in nazionale, voglio dire una parola speciale. Grazie per ogni corsa, per ogni abbraccio, per ogni discussione, per ogni silenzio prima di scendere in campo. Per ogni vittoria che abbiamo festeggiato insieme e per ogni sconfitta che ci ha reso più forti. Ho avuto il privilegio di essere il vostro capitano. Ma nessun capitano cammina mai da solo. E voi tutti fate parte della mia storia». E ancora: «A tutti gli allenatori, dirigenti, medici, fisioterapisti, magazzinieri, membri dello staff e a tutte le altre persone che hanno lavorato con me in questi anni, grazie di cuore. Molti di voi non compaiono nelle foto. Ma senza di voi, nessuna di queste fotografie sarebbe stata possibile. Alla mia famiglia, grazie per aver condiviso questo sogno con me. Grazie per aver compreso le assenze, i sacrifici e i momenti in cui la nazionale ha dovuto occupare uno spazio che apparteneva anche a voi. Se sono arrivato fin qui, è perché siamo sempre stati mano nella mano».

L'immagine che porterà con sé per sempre

Tra tutti i ricordi, Ronaldo sceglie un momento preciso: l'inno nazionale prima del calcio d'inizio. «E al popolo portoghese, a tutti i portoghesi sparsi per il mondo, voglio dire un'ultima cosa. C'è un'immagine che porterò sempre con me. Il momento in cui inizia l'inno nazionale. Mi guardo intorno, vedo i miei compagni di squadra, vedo le tribune, vedo bambini, madri, padri e nonni, vedo portoghesi venuti da così lontano solo per essere lì. E in quei minuti, smettiamo di essere diversi. Non ci sono club, non ci sono colori, non ci sono classi, non ci sono professioni, non ci sono opinioni. C'è una sola passione: il Portogallo. È questo il sentimento che porterò con me per il resto della mia vita».

L'ultimo saluto

La conclusione della lettera è un commiato definitivo ma carico di orgoglio. «Oggi concludo il mio percorso sul campo con la Nazionale, me ne vado a testa alta, orgoglioso del cammino che ho percorso e con la consapevolezza di aver dato tutto per il Portogallo. Ma non smetterò mai di essere uno di voi. Continuerò a soffrire, a tifare e a festeggiare ogni vittoria del Portogallo insieme a voi. Ho dedicato la mia vita a diventare il miglior giocatore del mondo. Oggi mi rendo conto che la vittoria più grande è stata quella di essermi guadagnato il diritto di rappresentare il miglior paese del mondo». Infine il ringraziamento conclusivo: «Grazie per questi 23 anni. Grazie per aver creduto in me. Grazie per avermi permesso di vivere un sogno iniziato quando ero solo un bambino, a Madeira, mentre inseguivo un pallone. L'orgoglio di aver indossato questa maglia sarà mio per sempre. Il Portogallo farà sempre parte di me. Per sempre. Cristiano Ronaldo». Con queste parole cala il sipario su una storia iniziata oltre vent'anni fa. Non solo quella di un campione, ma quella di un simbolo che ha accompagnato il Portogallo attraverso un'intera epoca calcistica.

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