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Il ricordo

Addio a Sandro Mazzola, fu un "maledetto toscano" a portarlo verso la maglia nerazzurra

di Luca Tronchetti

	Sandro Mazzola col fratello Ferruccio
Sandro Mazzola col fratello Ferruccio

Il suo legame con l'Inter merito di Benito Lorenzi da Borgo a Buggiano per tutti “Veleno”

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È morto nella notte tra venerdì e ieri a Milano - alla vigilia del match della sua Inter all’Olimpico con la Roma, possibile rivale per lo scudetto - Sandro Mazzola, uno dei migliori calciatori italiani della storia, emblema e simbolo della Grande Inter, icona nerazzurra di sempre e per sempre e autentico monumento con le sue 565 partite e i 158 gol dal 1960 al 1977 con la maglia della Beneamata. Il popolare “Baffo”, che aveva 83 anni, è stato capace di vincere 4 scudetti (tra cui quello della prima stella datato 1971), due Coppe dei Campioni e altrettante Intercontinentali conquistando sia il titolo di capocannoniere in Serie A sia quello di bomber europeo. Il funerale del campione di straordinaria eleganza calcistica si celebrerà domani alle 14,45 nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano.

Il predestinato

Alessandro “Sandro” Mazzola è stato un predestinato del pallone: debutto in Serie A e gol della bandiera il 10 giugno 1961 nel 9-1 della Juventus a Torino quando per protesta il presidente Angelo Moratti fece giocare la squadra Ragazzi, a segno in maglia azzurra alla prima partita il 12 maggio 1963 nel 3-0 finale al cospetto di sua maestà Pelé, in rete, con una storica doppietta, nella finale di Coppa dei Campioni il 28 maggio 1964 a Vienna contro l’invincibile armata del Real Madrid di Alfredo Di Stefano quando il “Colonnello” Ferenc Puskas, a fine partita regalandogli la “camiseta blanca”, gli fece il più bel complimento della sua vita: «Una volta ho giocato contro tuo padre: oggi hai onorato la sua memoria».

L’eterno legame

Già, perché quel papà campione, quel personaggio amato e venerato che corrispondeva al nome di Valentino Mazzola, capitano e simbolo del Torino degli Invincibili, se n’era andato troppo presto assieme alla sua fantastica squadra in quel terribile 4 maggio del 1949 nello schianto dell’aereo sulla collina di Superga. Sandrino non aveva ancora sette anni e quel ricordo struggente non l’ha mai abbandonato. Sognava quasi tutte le notti di palleggiare con il papà che lo aveva visto, bimbetto, sgambettare sul prato verde del Filadelfia con indosso il completino granata e calciare in porta con Bacigalupo che si buttava dall’altra parte lasciando che il pallone gonfiasse la rete. Mazzola, fervente cattolico e frequentatore dell’oratorio di San Lorenzo Maggiore a Milano in compagnia di due campioni della musica leggera come Adriano Celentano e Tony Renis, lo ha sempre ribadito in ogni intervista: «Lui da lassù ha guidato la mia carriera. Di una cosa sono certo: Valentino era più forte e completo di me».

Quel ricordo struggente è andato in scena due anni fa al Teatro della Cooperativa quando il “Baffo”, 81 anni e già minato dalla malattia, ha assistito a una “piece” sul Grande Torino e su Valentino Mazzola scritta, diretta e interpretata da Gianfelice Facchetti, figlio, attore-scrittore e drammaturgo, di Giacinto Magno con cui il numero 10 nerazzurro ha percorso un lungo tratto di vita assieme. «Quando l’ho invitato a salire sul palco ho letto nei suoi occhi un’emozione infinita – ricorda Gianfelice Facchetti –. Per lui è stato il regalo più bello che potesse ricevere. Essendo un gigante di questo sport per salutare la vita ha scelto il giorno dei 100 anni dello stadio di San Siro che è stato il tempio in cui ha fatto vibrare di emozioni milioni di tifosi. Ed è riuscito, rimboccandosi le maniche, a ripercorrere le orme di un padre ingombrante con uno suo stile e un suo modo di giocare differente che lo hanno fatto diventare un grande come babbo Valentino che l’ha preceduto». E oggi padre e figlio si sono ricongiunti in un unico afflato.

Mazzola e la Toscana

Al paterno granata, che ha accompagnato i primi calci e dal 2000 al 2003 la fine della sua carriera da dirigente senza troppa fortuna sotto la Mole, il destino ha sostituito due colori: il nero della notte e l’azzurro del cielo. Merito di un “maledetto toscano”: Benito Lorenzi da Borgo a Buggiano per tutti “Veleno”: polemico e rissoso in campo, altruista e generoso fuori. Alla morte di Valentino divenne il padrino dei figli Sandro e Ferruccio (anche lui calciatore, ma di livello inferiore e scomparso nel 2013) per un debito di riconoscenza. Fu proprio il capitano del Torino a intercedere con il ct azzurro Pozzo per far giocare Lorenzi almeno una volta in Nazionale. E “Veleno”, unico a tenere viva quell’antica amicizia prendendosi cura dei figli e portandoli all’Inter dove “Veleno” era un giocatore-simbolo. E poi per quella lucente stella con i baffi la Toscana, e in particolare la Versilia, era sinonimo di vacanza e relax con gente allegra e simpatica.

A celebrarlo dalla sua Piombino c’è Lido Vieri, classe 1939, compagno di mille battaglie in otto anni di militanza nella casa nerazzurra: «Siamo entrati subito in sintonia, forse perché arrivavo dal Torino che aveva un posto speciale nel suo cuore. Per me è stato un amico e un capitano davvero speciale. Quando prendevo un gol bislacco t’incoraggiava usando la sua proverbiale bonomia: “Lido, non ti preoccupare, capita a chi gioca. Anche noi in mezzo al campo ne commettiamo di errori”. Unica eccezione alla vigilia del derby. 48 ore prima della stracittadina si trasformava e teneva tutti sulla corda. Ci teneva a vincere e a battere il suo alter ego Gianni Rivera. Diciamo che Baffo voleva fare il regista e il leader come l’Abatino, ma il suo vero ruolo era quello di mezzapunta dove era il numero 1 incontrastato tanto che avrebbe dovuto vincere il Pallone d’Oro. Quando diventò dirigente mi propose di restare all’Inter come allenatore dei portieri, ma l’amico Nassi mi propose di giocare ancora un anno nella Pistoiese e le nostre strade si divisero».

Meazza- Herrera- Mou

A svezzare Sandrino nelle giovanili fu un’altra icona - che in quanto a tecnica non era seconda a nessuno - come Peppino Meazza che gli insegnò a calciare indifferentemente sia con il destro che con il sinistro completando l’opera di Madre Natura e consegnando al Dio del calcio un giocatore leggendario che ha attraversato intere generazioni vincendo ed emozionando. Ma Mazzola non sarebbe diventato Mazzola senza l’avvento del Mago: Helenio Herrera. Fu quell’allenatore apolide, moderno per l’epoca, a spostarlo più avanti, come falso nueve o seconda punta, partendo sempre da dietro. Ricordava l’immortale bandiera nerazzurra: «Hablà Hablà era avanti anni luce: non ho mai conosciuto un motivatore in grado di tirarti fuori il 110%. Durante la settimana arrivavi ad odiarlo, ma la domenica capivi che aveva ragione perché riuscivi a sovrastare gli avversari sul piano fisico-atletico. Passeranno 40 anni prima che sulla panchina dell’Inter sieda un personaggio altrettanto carismatico: Josè Mourinho, capace come Herrera, usando una forte dialettica per attirare le critiche e liberare dalle pressioni la squadra».

La maglia azzurra

70 presenze, 24esimo giocatore di ogni epoca, e 22 reti (undicesimo posto) in una carriera ultradecennale iniziata con la vittoria in amichevole sul Brasile e conclusa in quell’azzurro tenebra dei Mondiali del 1974 in Germania dopo la sconfitta-eliminazione con la Polonia (2-1). Ma la sua storia in maglia azzurra resta quella della “Staffetta” con Rivera a Messico ’70. Ne parla con una distaccata ironia Mario Bertini, pratese, oggi commerciante di moda in pensione e per nove anni compagno di squadra e guardiaspalle del “Baffo” all’Inter: «Ricordo bene che a quel Mondiale la maglia numero 10 era talmente pesante che nessuno la voleva e finì sulle spalle del sottoscritto. Una decisione ridicola quella di affidare quel numero sacro a un onesto portatore d’acqua. Mazzola non si discute: ha rappresentato l’Italia del calcio nel mondo così come del resto è stato Rivera in quegli anni. Sandro era un Signore con la esse maiuscola, una bravissima persona con cui potevi discutere di qualsiasi cosa senza mai alzare la voce. A lui mi lega un aneddoto riguardo a un calcio di punizione a Torino contro la Juventus che lui si era procurato, ma che volli calciare io nonostante il suo acceso disappunto. Andò bene: segnai e tutto si appianò». La gioia in campo di vincere un Mondiale - sfiorata all’Atzeca dopo un tempo giocato alla pari con i fuoriclasse carioca (da Pelé a Rivellino, da Jairzinho a Carlos Alberto) - Mazzola l’ha avuta nel 2006 da commentatore Rai quando i ragazzi di Lippi alzarono la Coppa del Mondo nel cielo di Berlino.

Inter forever

In un’epoca dove i calciatori per avere ingaggi migliori cambiano casacca come si cambiano i pedalini, Mazzola seppe rinunciare a un mucchio di soldi pur di non tradire la causa nerazzurra. «Avevo 30 anni, Boniperti era stato amico di mio padre, mi avrebbero dato tre volte tanto di quanto prendevo all’Inter. Per un attimo vacillai, ma ci pensò mamma Elvira a fugare ogni dubbio: “Da quelli lì mai, tuo padre si rivolterebbe nella tomba”. Meglio così».

Il dirigente

Dopo il ritiro divenne dirigente nerazzurro dal 1977 al 1984 portando in dote all’Inter campioni come Altobelli e Beccalossi. Ma come direttore sportivo il suo acquisto più importante è stato quello di Ronaldo (l’asso brasiliano proprio venerdì ha compiuto 50 anni) nell’era di Massimo Moratti che lo volle con sé nella ricostruzione dell’Inter dopo anni di delusioni. E il Fenomeno allenato da un allenatore educato, sincero e di buon senso come Gigi Simoni proprio in maglia nerazzurra conquistò quel Pallone d’oro che lui aveva solo accarezzato.

Un altro Mazzola?

Dell’Inter odierna il Baffo stimava Barella e seguiva con affetto e sincera ammirazione Lautaro Martinez. Ma non vedeva calciatori con le sue caratteristiche. Forse per trovare un altro Mazzola bisognerà attendere qualche anno. C’è un ragazzo, oggi quindicenne, che porta il suo identico cognome. È suo nipote. Il nome? Neanche a dirlo: Valentino. 

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