Pisa, il lato B della stagione: gli errori che hanno davvero fatto la differenza
Dall’addio di Pippo Inzaghi dopo la storica promozione al “no” del Cholito Simeone. Tanti errori sul campo e fuori per scrivere la storia di una retrocessione annunciata
PISA. Analizzare la retrocessione del Pisa, certificata con il ko interno con il Lecce di venerdì sera, sembra quasi come leggere le ultime ore di vita e la triste fine di Santiago Nasar nel capolavoro (non l’unico) che il genio e la sublime penna di Gabriel Garcia Marquez hanno regalato all’umanità col titolo “Cronaca di una morte annunciata”. Già, perché qui (fortunatamente) si parla di retrocessione in serie B. Certificata dai numeri, è vero, con tre turni di campionato da giocare ma nell’aria già da mesi. Parecchi mesi.
I dati
Come dicono i numeri. Perché il calcio, è vero, non è una scienza esatta ma i numeri qualcosa raccontano. Quelli dei nerazzurri recitano di appena 18 punti fatti in 35 uscite, ben 25 sconfitte a fronte di 2 sole vittorie (12 i pareggi), 25 le reti segnate e 63 quelle incassate dalla peggior difesa (e almeno per ora peggior squadra) del campionato. Dietro, ovviamente, ci sono una lunga serie di errori, commessi sul campo ma anche fuori, e un viaggio, in Serie A, che doveva essere un sogno perché atteso da 34 lunghi anni, ma che è diventato un incubo in meno di un anno (4 maggio 2025 la data della promozione). La sintesi del presidente Corrado dopo l’ultimo ko racconta bene il campionato: «Purtroppo Pisa non è una squadra da Serie A, anche se ha il tifo che lo merita, e penso che chi vince il campionato di B non necessariamente è una squadra da Serie A».
L’altra faccia
Dietro ai numeri, c’è un lato B della storia, proprio la categoria in cui il Pisa torna troppo in fretta. Ci sono i soldi in primis. E i risultati, oggi, dicono più sperperati che investiti (ma, per fortuna, c’è sempre un domani). La solidità della società e del suo patron Alexander Knaster, infatti, non sono in discussione. Tra il mercato estivo e quello invernale, infatti, il Pisa investe più di 30 milioni. Tanta spesa e poca resa. Con problemi che iniziano addirittura prima del campionato.
Lo strappo
Cominciano, cioè, quando i fuochi d’artificio della festa per la riconquista del massimo palcoscenico non ci sono ancora spenti. Cominciano con il condottiero, Filippo Inzaghi, che si sfila. Accetta la corte del Palermo dicendo sì al progetto del City Group ma tornando pure in quella categoria, la Serie B, appena vinta. Un brutto segnale. Che, purtroppo, all’esterno viene subito raccolto. Sul mercato, infatti, i nerazzurri incontrano tanti problemi e sbattono contro tanti «no grazie». Così il Cholito Simeone non chiude la porta ma dice subito sì al Torino appena a bussare sono i granata, il difensore argentino Troilo finisce al Parma dopo una lunga trattativa, Zerbin lascia Napoli ma preferisce la Cremonese. I dirigenti nerazzurri, così, affidano il timone ad Alberto Gilardino e cercano i necessari rinforzi altrove. Solo che chi doveva portare esperienza, Albiol e Cuadrado, sembra ai titoli di coda della carriera, echi deve aggiungere qualità, Nzola e Stengs, o non lega o ha troppi problemi fisici.
Occasioni sprecate
Una storia di “vorrei ma non posso” che si ripercuote, fatalmente, anche sul campo. Il Pisa non è una banda di scappati di casa, sia chiaro, e lo dimostra subito: buon pari all’avvio a Bergamo. Solo che quelle che potevano (e dovevano) essere vittorie diventano pareggi (appunto quello inaugurale in casa della Dea), quelli che potevano (e dovevano) essere pareggi diventano sconfitta (tipo il debutto interno con la Roma). Ok, ci sta. Il destino di sofferenza era scritto nella pietra. Solo che la storia si ripete non solo troppo spesso, ma quasi sistematicamente. E così la frase: «Non meritavamo di perdere (o di pareggiare)», diventa sempre più frequente.
Rimedi inutili
Non esce dai bassifondi, il Pisa, e il gap si amplia inesorabilmente. Eppure nessuno si arrende. La società investe anche a gennaio, ma le difficoltà sul mercato interno (acuite da una classifica già provvisoria) e una certa esterofilia producono scelte che nell’immediato non pagano. Arrivano Durosinmi, Loyola, Stojlkovic, Bozhinov. Gente di valore, potenzialmente, che costa anche ma purtroppo resta valida solo sulla carta. A fine gennaio arriva anche il cambio di allenatore. Esonerato Gilardino e al suo posto arriva Oscar Hiljemark dalla lontana Svezia. Un’altra scommessa e, pure questa, non paga. La forbice continua ad allargarsi e, di fatto, da febbraio la fine è nota: servirebbe un miracolo per salvare il Pisa. C’è pure tempo per un cambio di direttore sportivo, con Gabbanini al posto di Vaira) ma l’eventuale soprannaturale, non arriverà.
Il futuro
A 362 giorni da una promozione attesa da più di 12.000, è di nuovo Serie B. Giorni tristi, chiaro, ma il futuro non è nero. O almeno ci sono almeno due basi decisamente forti, dalle quali ripartire. Una, come già accennato, è la società. Che, come la squadra, non è stata all’altezza della Serie A ma ha tutto per diventarlo (a partire da Knaster, chiaro) in non troppo tempo. L’altra è la piazza. Perché il popolo nerazzurro ha dimostrato e confermato durante la stagione di essere da Serie A, e forse anche di più, di meritarla. Tornarci e farlo presto non sarà una passeggiata di salute, chiaro, ma neanche è oltre i confini della realtà.
