Il Tirreno

Sport

Calcio: il personaggio

Marco Tardelli, 70 anni e l’urlo Mundial: «Sono stato commesso e cameriere fino al debutto col Pisa, poi la scalata alla Juve»

di Luca Tronchetti

	Marco Tardelli
◗
Marco Tardelli

Il campione del mondo del 1982 rivela: «Dovevo andare all’Inter, poi arrivò Boniperti: mi ordinò subito di tagliare i capelli»

8 MINUTI DI LETTURA





Quell’urlo liberatorio sul prato verde del Santiago Bernabeu di Madrid segnò un’intera generazione e oggi, 42 anni dopo, ha la stessa potenza espressiva del celebre dipinto evocativo del pittore scandinavo Edvard Munch. Con una differenza sostanziale. Mentre la figura urlante del quadro trasmette angoscia e agonia quello strillo, il più famoso e importante dello sport del calcio nella notte dell’11 luglio 1982 in occasione della seconda rete che ipotecò, di fatto, la vittoria dell’Italia ai mondiali, è un vero inno alla gioia di vivere, al totale appagamento, all’estasi di un momento irripetibile durato sette secondi e conclusosi dopo una folle corsa verso il sogno dell’eternità con l’immediato risveglio nell’abbraccio dei compagni. Quel grido, che ha il valore di un’opera d’arte, porta la firma di Marco Tardelli che oggi compie 70 anni con la contagiosa allegria e la stessa curiosa inquietudine di quando correva a perdifiato dietro a una sfera di cuoio capace di guizzi felini in grado di far piangere portieri e avversari.

«Ringraziando Dio sono arrivato bene a quest’età. Il mio autunno della vita è pieno di entusiasmo e di aspettative. Non farò particolari feste di compleanno. Adesso vivo a Roma con la mia compagna (la giornalista Myrta Merlino), sento i miei figli (Sara e Nicola) e i tanti amici della Juve e della nazionale con cui ho ancora splendidi rapporti». Calciatore, allenatore, giornalista e opinionista e conduttore tv di programmi sportivi (dal 2003 conduce su Rai 3 il programma “L’avversario-l’altra faccia del campione”), Marco Tardelli, toscano, per metà lucchese e per metà pisano, è immagine iconica del football di casa nostra. Un campione del mondo con 81 presenze e 6 reti in maglia azzurra, cinque scudetti e due Coppa Italia con la Juventus e capace, sempre con la Vecchia Signora (374 presenze e 53 reti nelle partite ufficiali), di mettere in bacheca tutte le massime competizioni Europee: Coppa Campioni (1984-85), Coppa delle Coppe (1983-84), Coppa Uefa (1976-77), Supercoppa Uefa (1984).

Se le dico Garfagnana cosa le viene in mente?

«I profumi della montagna lucchese, il mondo contadino, la casa a Capanne frazione di Careggine dove sono nato perché lì non c’erano ospedali. E le prime vacanze da bimbo nella casa dei miei zii, uno dei quali lavorava in una cava, immersi nel verde con le pecore e le capre al pascolo. Il pallone? Quello è venuto dopo. Lì era quasi tutta salita e nella mia memoria non ci sono campi di calcio».

A sei anni eccola a Pisa.

«Mio padre viene assunto come operaio all’Anas e ci trasferiamo nella periferia di Pisa. A salvarmi fu l’oratorio Lanteri in via Masaccio. Padre Bianchi è stato il mio primo mentore. Ho passato tante vacanze in quel luogo magico. E grazie a quel sacerdote per la prima volta ho visto il mare. Giocavamo a calcio dalla mattina alla sera. Ci fermavamo solo per le funzioni religiosi quando eravamo convocati come chierichetti. E guai a non presentarsi altrimenti il pallone spariva».

Eravate quattro fratelli e tutti potenziali calciatori.

«Erano tutti più forti di me. Ero il più piccolo, ma sicuramente il più determinato. Il più bravo era Danilo, uno che dava del tu al pallone. Lo voleva il Torino, ma era indolente. Giocava nei campionati del Csi al campo Abetone di Pisa e quando le partite erano al mattino lui rimaneva a dormire sino alle 11. Tullio invece era un tipo tosto, alla Gattuso, ma tecnicamente non era eccelso mentre Flavio, che aveva tutto per diventare calciatore, smise dopo che mio babbo, fervente cattolico e iscritto alla Dc, seppe dal prete che lui era andato a giocare con la squadra del circolo Rinascita dichiaratamente comunista. Ne nacque un incidente diplomatico e mio fratello, piuttosto che andare a giocare con la squadra dei cattolici, preferì dire addio al pallone».

Poi c’è stato il passaggio dal San Martino al Pisa.

«Al Pisa in C ci sono finito per sbaglio. Giocavo nel San Martino e il mio allenatore Romano Paffi pretese che, assieme ad altri due ragazzi visionati a un provino, lo Sporting ingaggiasse me per il settore giovanile. Ero gracilino e mi presero controvoglia. Alla fine sono l’unico che ha debuttato in prima squadra grazie al tecnico pisano Roberto Balestri e ai veterani Gonfiantini, Barontini, Vinciarelli e Luca Giannini, che più avanti sarà il mio secondo nell’under 23 e all’Inter, che mi hanno preso sotto la loro ala protettrice e mi hanno aiutato a migliorare. Sarà un caso, ma il mio esordio nei professionisti avvenne nel 1972 allo stadio Porta Elisa di Lucca nel derby toscano più sentito tra Lucchese e Pisa».

La sua vita è stata anche da cameriere e commesso.

«Il mio primo regalo con i soldi guadagnati con il calcio me lo sono fatto a 20 anni quando sono andato a giocare in B al Como: una Renault 5 utilizzata per spostarmi in riva al Lario. La mia famiglia quando ho iniziato con il calcio non mi hai mai chiesto del denaro. Ma sino a quando non ho debuttato con il Pisa davo una mano in famiglia come commesso in un negozio di scarpe o cameriere all’hotel Duomo in centro storico. Una volta mi chiamarono al Ciocco a Castelvecchio Pascoli per servire ai tavoli. Pagavano bene e tornavo nei luoghi della mia infanzia. Era l’estate del 1967, avevo 13 anni e al centro sportivo del complesso residenziale c’era in ritiro il Napoli. Mi sono emozionato nel vedere Zoff e quando sono arrivato alla Juventus gli ho confidato che ero stato suo cameriere. Mi vengono i brividi a pensare che 15 anni dopo abbiamo alzato insieme la Coppa del Mondo».

Poi c’è stato il suo passaggio dal Como alla Juventus.

«Senza Pippo Marchioro non ce l’avrei mai fatta. Mi ha cambiato di ruolo, da terzino a centrocampista, e mi ha aiutato a far sparire l’ansia che mi faceva rigettare prima delle partite. La lontananza da casa mi deprimeva perché all’aria del lago preferivo quella di mare. E così il mister alla domenica sera, subito dopo la partita, mi spingeva sul treno affinché alle prime luci dell’alba potessi rientrare in famiglia, nel mio porto sicuro. Con il Como vincemmo il campionato e fummo promossi in A. Divenni l’uomo mercato e dovevo finire all’Inter che offriva 700 milioni».

Invece arrivò Boniperti e la storia cambiò.

«La Juventus mi voleva a tutti i costi e sborsò 950 milioni. Appena giunto a Torino incontrai in sede Boniperti che vedendomi mi ordinò di tagliarmi i capelli e mi obbligò a togliermi braccialetti, catenine e amuleti vari. Con lui non si sgarrava: firmavi in bianco. Guadagnavi meno che in altri club, ma se vincevi pagava premi molto ricchi. E cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta alla Juve raramente si arrivava secondi. E’ una balla che fosse tirchio: una volta gli chiesi in prestito una penna e lui mi consegnò una Cartier d’oro e mi disse di tenerla per regalo».

Tra i tecnici con cui lei ha lavorato spiccano Bearzot e Trapattoni.

«Due papà. Se Spinosi, compagno di squadra dei primi anni in bianconero mi aveva soprannominato “Schizzo”, per il Vecio ero “il Coyote” perché ci addormentavamo a notte fonda. Sentivamo molto la gara e per rilassarci parlavamo di tutto. Per me è stato un maestro di vita e mi ha insegnato ad apprezzare la letteratura e i classici. Per lui mi sarei buttato nel fuoco. Tre mondiali e un europeo non si dimenticano. E quando qualche giornalista lo attaccava in modo poco british ero pronto a sfidarlo e a menare le mani. Dopo che segnai il secondo gol alla Germania Ovest nella finale del mondiale con tutta la vita che per un istante mi passava davanti prima di essere travolto da Gentile, Cabrini e gli altri cercai con uno sguardo quell’uomo eccezionale. Al Trap mi legano quindici anni di vita di spogliatoio passati da calciatore con la Juventus e l’Inter e da allenatore come suo vice nell’Irlanda a controllare giocatori sicuramente bravi, ma un troppo dediti all’alcol. Con lui sono cresciuto, sono diventato un leader naturale, prototipo del calciatore moderno e capace di destreggiarmi in qualunque zona del campo senza perdere smalto, lucidità e continuità».

Che ricordi ha, invece, di Gianni Agnelli e Michel Platini?

«L’avvocato stravedeva per me e non mi avrebbe mai lasciato andar via nonostante che, a un certo punto, mi cercasse la Roma dell’ingegner Viola. Una volta però mi arrabbiai di brutto e assieme ad altri compagni gli chiesi perché Platini guadagnasse più di noi che eravamo campioni del Mondo. La risposta non la ottenemmo, ma in compenso aumentarono i premi per le partite vinte».

Se in occasione di questi 70 anni lei avesse il potere di far tornare in vita una persona cara chi sceglierebbe?

«Senza dubbio i miei genitori. È grazie a loro se sono diventato Marco Tardelli. E poi tanti amici che ci hanno lasciato troppo presto. Su tutti Gaetano Scirea, il migliore di tutti noi e come ebbe a dire Bearzot: Lui era un angelo, ma lo hanno rivoluto indietro troppo presto».

Tardelli, diamo anche uno sguardo al presente: chi vince il campionato?

«Bella domanda. Sino a qualche giorno fa avrei detto che sarebbe stata una lotta tra l’Inter, che gioca il calcio più bello, e la Juventus che, con l’avvento di Thiago Motta, sta ricostruendo un ciclo come avvenne a metà degli anni Settanta con Trapattoni. Invece credo che il Napoli di Conte abbia tutte le carte in regola per inserirsi nella corsa scudetto. Non ha le Coppe, ha gli uomini giusti al posto giusto e sta assimilando i concetti e il dna di un vincente come il suo allenatore».

Da Matarrese a Gravina sono passati quasi 50 anni, ma il calcio a livello verticistico è sempre dominato dalla politica. A quando una vera riforma? 

«È il mio compleanno e preferirei glissare su certi stucchevoli argomenti. Io ho sempre vissuto di corsa, fuori e dentro il campo, coltivando i miei sogni da solo con il talento come regalo. Quello che sono stato e che sono l’ho guadagnato centimetro per centimetro».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Il futuro del cantiere

Salvataggio Tigs, le offerte giuste: «Partono da 250 milioni di euro» – Chi sarà a decidere e tutti gli scenari possibili

di Giovanna Mezzana