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Triste, solitario y final: addio Mou, le troppe scuse del guru che non vince

di Fabrizio Bocca

	Josè Mourinho
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Josè Mourinho

La notizia dell’esonero e poi un lungo giro in auto tra amarezza e ricordi: lo Special One saluta la Capitale

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Triste, solitario y final. Mourinho potrebbe essere oggi quello strambo Philip Marlowe vecchio e decadente, straordinariamente raccontato da Osvaldo Soriano, che in una Hollywood immaginaria cerca di venire a capo del mistero del precipitare della sorte e del complotto di attori e registi che ne guastano la vita. Questo è dunque il breve resoconto finale di un declino inevitabile.

Un gruppetto di tifosi - una dozzina, a testimonianza che le legioni olimpiche si erano all’improvviso dissolte - ferma la macchina di Josè Mourinho nel piazzale di Trigoria e lo sommerge di “Grazie Miste, Grazie Miste” (senza la erre) rotti dall’emozione, fino a che uno ci mette veramente il massimo che gli venga dell’omaggio all’allenatore cacciato senza rispetto alcuno con un comunicato alle 9 del mattino. “Tirana è per sempre, miste!” Per sempre…”. Il problema forse era proprio quello, che la Roma era rimasta ferma a Tirana, e cioè alla fine della prima stagione dell’epoca Mou. Di buono c’è che almeno qualcuno questa benedetta Conference League, vivaddio, ancora se la ricorda.

Ripreso il cammino la macchina di Mourinho – martedì 16 gennaio, il giorno dell’esonero dello Special One – ha fatto un lungo giro per Roma, soffermandosi sul Gianicolo, forse ad apprezzarne per l’ultima volta i commoventi panorami e l’eterno “Cuppolone”, per poi depositare il Fu Special One in albergo. La Roma ha voluto che Mou liberasse subito il suo ufficio, lo spogliatoio e tutti gli spazi, e dunque gli ha messo a disposizione un camion dei traslochi per portare via tutti i suoi due anni e mezzo di cose e ricordi. Già dall’ora di pranzo Mourinho era il passato e la Roma una “tabula rasa” perfetta pronta a ricevere il dioscuro Daniele De Rossi.

Lo shock è stato forte, ma non del tutto inatteso, anzi per molti ormai liberatorio. Si trattava di decidere se farlo adesso o fra quattro mesi. Tutti ormai si sentivano pedine del grande gioco di Mourinho, che continuava a servire in tavola l’eterno minestrone indigeribile fatto di quelle eterne rigaglie e frattaglie di scuse, infortuni, complotti, arbitri, mercato, tranne quel poco che realmente serve in una grande squadra di calcio: gioco, gol, risultati, vittorie, punti in classifica.

I Friedkin - titolo perfetto per una comedy americana a Cinecittà - con la stessa rapidità e sorpresa con cui lo ingaggiarono, così lo hanno fatto fuori: «Nel miglior interesse del club è necessario un cambiamento immediato». Via. Non hanno insomma lasciato che la situazione si intorbidisse ulteriormente e hanno provato a salvare la stagione e a conquistare almeno quel quarto posto, non poi così lontano (-5).

Mourinho della Roma non è stato allenatore, è stato tutto. Tecnico, dirigente, media manager. Polemiche con gli arbitri a parte e con la sua stessa società per il mercato, gli ultimi mesi erano stati un crescendo di esternazioni, salvo poi affermare: «Sono stanco di essere allenatore e uomo di comunicazione».

A Roma Mou voleva rimanere a tutti i costi, «sono disponibile a qualsiasi tipo di progetto». Ma la favola, anzi la colossale allucinazione di massa, ora termina qui. Mourinho lascia col bilancio di due finali europee conquistate e di una vinta, ma anche con la pesante responsabilità di non aver mai portato la Roma in Champions League. Troppo poco per una squadra col monte ingaggi inferiore solo all’Inter e alla Juve. Forse è vero che la sua stella stia declinando, la Roma è il quarto esonero consecutivo della sua straordinaria carriera, di certo di Mourinho non vi libererete così e quando meno ve lo aspetterete il Fu Special One rispunterà da qualche parte del mondo, magari in una di quelle squadre dei campionati arabi dove certamente lo ricoprirebbero d’oro.

Dan Friedkin stavolta l’aereo lo ha preso non per portare a Roma il grande allenatore, ma per venirgli a dire in faccia che era finita. Arrivò, Mou, che sembrava di stare in un film, l’aereo e i tifosi all’aeroporto, lui su un murales in Vespa come Gregory Peck in “Vacanze Romane”, presentato al Campidoglio sotto la statua del Marco Aurelio, che lui abilmente citò: “Nulla viene dal nulla, nulla ritorna nel nulla”. Lui vince anche perdendo. Boa sorte, Josè. 

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