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Il commento

Jannik e Adriano: costanza e “pazzia”, i gemelli diversi del tennis italiano

di Giorgio Billeri
Adriano Panatta e Jannik Sinner
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Adriano Panatta e Jannik Sinner

Sinner e Panatta ora sono idealmente insieme, seduti al tavolo degli immortali della racchetta

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Jannick e Adriano: la regola e la trasgressione, la costanza e il talento, la regola e la gioia di vivere. Yin e yang, opposti al di là del tempo che li divide. Sinner e Panatta, da martedì 3 ottobre idealmente insieme, seduti al tavolo degli immortali del tennis, al numero quattro del mondo. La racchetta di legno e quella, leggera come una piuma, in fibra di carbonio. La maglietta col colletto abbondante della Fila e quella hiper-tech in materiale da astronauti. Il tocco contro la folgore, il back soffice di rovescio contro la bordata a 200 orari, il sorriso piacione da dolce vita romana contro i rari slanci emotivi di un altoatesino cresciuto in valle. Panatta, 47 anni fa, divenne numero 4 del mondo dopo aver vinto in sequenza Roma, Parigi e la Davis.

Adriano eseguiva le sue sinfonie fatte di discese a rete e veroniche di michelangiolesca bellezza soltanto quando la posta in palio ne soddisfaceva l’ego. Sinner, da ieri numero 4, è programmato per vincere, per scalare le gerarchie planetarie. Sa dove prendere i punti, ha uno staff di cinque persone che vivono per lui, seleziona con cura i tornei, i viaggi, ma alla fine ha rinunciato veramente soltanto a una cosa: la Coppa Davis, tra lo sconcerto dei puristi e degli integralisti della maglia azzurra. Panatta, per dire, non lo ha mai fatto: per lui l’Insalatiera è stato sempre un moto dell’anima, i doppi con l’amico Bertolucci, la sublimazione del suo talento e dello spirito cameratesco che animava quella favolosa squadra, dove Pietrangeli era il capitano odiamato e Barazzutti e Zugarelli due giocatori così diversi ma perfettamente complementari ad Adriano e Paolo.

Magari Jannik capirà e tra un mese e mezzo sarà a Malaga, pronto a dare l’assalto alla Davis che manca, e ci risiamo, da quel leggendario 1976 che cambiò per sempre la percezione dell’Italia per il tennis. Intanto si gode il quarto gradino del mondo e dalla parte del rosso di Sesto Pusteria c’è un compagno di squadra formidabile: il tempo. Però, benedetto ragazzo, dovresti sorridere di più, essere meno computer e più sportivamente ribaldo. I colpi, la tecnica sono già perfetti: manca quello spirito un po’ picaresco che trasforma il campione in leggenda. Panatta, Newcombe, Nastase, Tiriac, Pietrangeli erano giocatori paradisiaci che si godevano la vita. Perché giovani si è una volta sola. Sorridi, Jannik: come Adriano.

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