I 90 anni del Signor Tennis, Nicola Pietrangeli e una vita con la racchetta: «Panatta? Non lo perdono»
Il tennista: «Ho vinto tanto ma guadagnato poco». Su Panatta: «È stato il fratello che non ho avuto, ma non gli perdono il suo tradimento»
Il grande vecchio del tennis italiano - terzo nel ranking mondiale nel 1959 e nel 1960 e campione assoluto con i suoi 48 trofei e i 66 match tra nazioni in Coppa Davis (dal 1954 ed il 1972, record mondiale) - oggi con un morbido tocco di rovescio conquista il traguardo dei 90 anni. E Nicola Pietrangeli, unico capitano non giocatore ad aver vinto la Coppa Davis nel 1976, lo fa a modo suo, con la consueta e proverbiale vis polemica, colonna sonora di una vita piena in sintonia con le note di "My way" brano simbolo di Frank Sinatra, uno dei suoi cantanti preferiti.
Il Signore del tennis è tra i pochi sportivi viventi ad avere un impianto sportivo che porta il suo nome: nel 2006 in occasione della 76esima edizione degli Internazionali d’Italia gli venne intitolato lo stadio della Pallacorda al Foro Italico, teatro di tante imprese sue e degli azzurri che oggi è per sempre Campo Pietrangeli.
La testa è lucida e il fisico tiene botta tanto che da stamani è atteso da uno stress test da festeggiamento: «Un autentico evento come la Presa della Bastiglia ai tempi della Rivoluzione francese. La mattina al Coni, dove è previsto un brindisi con il presidente Giovanni Malagò e quello della Fitp Angelo Binaghi, la sera al Circolo Canottieri Roma di cui sono socio onorario. Ci saranno 200 persone e per l’evento vorrei ci fossero il presidente Sergio Mattarella, il principe Alberto di Monaco, visto che il padre Ranieri è il personaggio che è stimato più di ogni altro, e pure il "traditore" Adriano Panatta anche se lui non mi ha chiamato per i suoi 70 anni. Ho invitato anche la mia ex Licia Colò, conduttrice e autrice televisiva, che ha aderito con entusiasmo. Ho un ultimo sogno: tornare a vivere con lei».
Sinner o Berrettini?
«Jannik per età e mentalità. Un ragazzino di 22 anni, mezzo tedesco con una feroce determinazione e voglia di arrivare e migliorarsi. Non partecipa al turno di Davis? Se sta male, e si vede bene, lo giustifico. Deve curarsi per tornare al meglio. Diverso il discorso se il ragazzo disertasse la competizione per partecipare a tornei internazionali. Allora meriterebbe una maxi squalifica. Certi comportamenti non sono tollerabili. Matteo invece è romano come me: gioca bene, è un bel ragazzo, già ricco, fidanzato con una bellissima donna dello spettacolo. Nessuna polemica nei suoi confronti, solo una constatazione di fatto suffragata dai problemi fisici emersi nell’ultimo periodo che hanno pesato sul suo rendimento nei vari tornei. Sull’esclusione di Fognini dalla Davis da parte del ct Volandri sono perplesso. Fabio ha un pessimo carattere e meriterebbe un’ammonizione in ogni partita, ma nella massima competizione per squadre nazionali ha sempre dato l’anima e non vedo quale sia il problema se la settimana prima partecipa a un torneo visto».
Dal calcio al tennis
Il simbolo del tennis nasce a Tunisi da padre italiano e madre di discendenze russe e danesi. Figlio unico, come il padre Giulio - un abruzzese-napoletano cresciuto in Nord Africa ed espulso dalla Tunisia per trovare riparo a Roma nel dopo guerra lavorando prima all’ambasciata francese come capo becchino e poi come rappresentante italiano delle magliette Lacoste appassionato rugbista e tennista amatoriale - anche Nicola ha praticato tutti gli sport: «Se avessi avuto tempo avrei fatto anche il salto in alto e il nuoto sincronizzato. Ma a pallone me la cavavo proprio bene. Nel 1951, dopo essermi iscritto prima al Circolo Venturini e poi al Tc Parioli, partecipo a una leva di ragazzini della Lazio. Giocavo punta e al provino segnai un paio di gol tanto che mi fecero firmare il cartellino. Alla fine scelsi il tennis per il mio desiderio di viaggiare e infatti ho girato il mondo. Alla Lazio al massimo mi avrebbero mandato in prestito alla Viterbese o alla Ternana. Mi rifeci a fine carriera quando per un po’ di tempo lavorai a Torino per la Lancia e andavo a pranzo con Causio. Un giorno mi porta al campo e disputo la partitella. Feci due gol a Zoff: il primo casuale, il secondo con un bel pallonetto. Dino non la prese bene...».
La prima vittoria
La prima vittoria è come il primo amore: non si scorda più: «Campionato italiano under 18 nel 1951 a Firenze. Era la mia prima competizione ufficiale e mi imposi in finale su Michele Pirro. In Coppa Davis ho debuttato a 20 anni nel 1954 e la prima delle mie 164 partite l’ho vinta contro lo spagnolo Carlos Ferrer mentre nello stesso anno ho conquistato con Giorgio Fachini il titolo italiano di doppio. È stato il primo dei miei 22 scudetti, sette dei quali nel singolare. Ma tengo molto anche alla medaglia d’oro ai IV Giochi del Mediterraneo di Napoli nel 1963 quando ho battuto l’avversario più ostico dei miei tempi, lo spagnolo Manuel Santana, e quella di bronzo nel doppio assieme a Sirola». Pietrangeli ha vinto due Roland Garros (1959 e 1960) e due Internazionali d’Italia (1957 e 1961). «Ma sono stato competitivo anche sull’erba e il mio più grande rammarico e quello di non aver vinto la semifinale a Wimbledon nel 1960 sconfitto al quinto set dal coetaneo Fraser. Sono certo che avrei battuto in finale l’australiano Laver». Un record durato 62 anni sino al 2022 quando Matteo Berrettini ha conquistato la finale sconfitto da Djokovic. «Ho giocato sino a 41 anni e vinto 120 match. Il mio appartamento romano è pieno di targhe, coppe, trofei tanto che la gente pensa che abbia guadagnato tanto soldi. Niente di più falso: quando ho vinto il primo Roland Garros mi hanno premiato con 150 dollari, vale a dire 620 lire, oggi duemila euro circa».
La Davis e Modugno
È un’icona della Coppa Davis: ha giocato 66 incontri tra nazioni e assunto il ruolo di guida in campo della squadra azzurra trascinandola a due finali (1960 e 1961). Ma è ricordato come il capitano non giocatore del 1976, prima e unica volta che l’Italia ha vinto la Davis: «L’anno prima la nazionale era uscita al primo turno. Con me ha ottenuto un primo e un secondo posto in Australia nel 1977». Su quello storico trionfo scinde i meriti: «La squadra ha vinto a Santiago sul campo, io li ho portati in Cile». Si era scatenata una battaglia politica con la piazza che cantava "Non si giocano volée con il boia Pinochet". «Telefonate anonime a casa con minacce di morte anche alla mia famiglia tanto che per strada avevo la scorta dei carabinieri. Eppure due anni dopo, quanto la nazionale di Bearzot è partita per l’Argentina, paese anch’esso guidato da una dittatura militare, nessuno ha boicottato gli azzurri del calcio. In quel periodo persino un cantante popolare come Domenico Modugno compose una canzone contro la nostra trasferta in Cile. Conoscevo bene Mimmo lo affrontai e gli chiesi il motivo di questo brano, lui serafico mi rispose: "Scusa Nicola, me l’hanno chiesto". Ricordo ancora la partenza per l’aeroporto di Fiumicino con la scorta della polizia a sirene spiegate».
Panatta e il tradimento
Se si parla di Howe, Laver, Rosewall, Fraser, Borg, Mc Eroe, Federer e Djokovic, Pietrangeli si alza in piedi: «Per gli altri resto seduto. Ma un’eccezione la faccio per Adriano Panatta». Con lui c’è da tempo un rapporto di amore-odio: «Per me era il fratello minore che non ho mai avuto. Rispetto agli italiani è stato un giocatore di un altro pianeta. Ma non gli perdono il tradimento del 1978. Degli altri tre non me ne frega nulla, lui se avesse voluto avrebbe evitato quel processo e quell’esonero probabilmente orchestrato dal presidente federale Galgani, al Jolly Hotel di Firenze. Ma l’anno dopo senza il "problema Pietrangeli" quella squadra di "fenomeni" fu eliminata al primo turno dalla modesta Ungheria del cameriere Szoke. Dico la verità: ho goduto un botto».
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