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Ferri, una vita in nerazzurro: «La volta che dissi no alla Juve»
Il difensore dell’Inter dei record ha spento ieri la sua sessantesima candelina. «Tutto iniziò con un provino a 12 anni: presero soltanto me e “zio” Bergomi»
È stato per 13 stagioni e 418 partite il “ministro della Difesa” dell’Inter, sicuramente uno dei marcatori più forti a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, abilissimo nell’anticipo e nel gioco aereo. Sessant’anni e non sentirli per Riccardo Ferri, il Carabiniere della Beneameata: implacabile, tenace, combattivo, deciso, umile e generoso a tal punto da sacrificare la sua ambizione individuale per il bene della squadra. Da un anno l’ex stopper – capace di annullare celebrati campioni del calibro di Van Basten, Maradona, Vialli e Giordano – è tornato all’amore della sua vita: l’Inter. Ricopre il ruolo di club manager a stretto contatto con il tecnico e i giocatori. «Sognavo da tempo questo incarico che vedevo lontano e irraggiungibile. Adesso mi sembra di essere tornato un bambino che per la prima volta sale sulle giostre. Per me è gratificante figurare nei quadri del club della mia vita, vivere da vicino lo spogliatoio, essere coinvolto nelle scelte e cercare di rendermi utile al gruppo per il bene dello staff e della società. Il modello di riferimento? Giacinto Facchetti. Al di là dell’amicizia che mi lega con la sua famiglia, lui è stata una persona priva di malizia che, senza mai alzare la voce, attraverso garbo e buonsenso sapeva trovare sempre le soluzioni giuste».
In un periodo storico dove in nome del dio denaro si mettono da parte convinzioni e ideali, si ammainano bandiere e si stracciano contratti dopo aver giurato amore eterno a una squadra dieci minuti prima, Ferri è stato sempre un esempio di coerenza. Lui, qualche giorno dopo la semifinale dei mondiali di Italia ’90, era in predicato di passare alla Juventus che gli offriva il 40% in più di ingaggio, ma ha saputo dire di no: «E pensare che mio padre, operaio all’Olivetti che con mamma casalinga ha fatto tanti sacrifici per tirare avanti una famiglia con tre figli maschi, era tifoso bianconero e io da adolescente volevo imitare, per il suo dinamismo e sua la personalità in campo, Marco Tardelli, che poi ho avuto la fortuna di conoscere condividendo la camera in ritiro ad Appiano Gentile quando lui passò all’Inter. L’emissario di Boniperti mi chiamò al telefono chiedendomi la disponibilità di passare alla Vecchia Signora con uno stipendio molto più elevato di quello che prendevo all’Inter, ma non ci pensai neanche un secondo. Con l’educazione, che si deve sempre avere nella vita, ringraziai e rifiutai. Non sarei mai riuscito a infilarmi la casacca della Juventus come credo che nemmeno Scirea, Maldini o Baresi sarebbero riusciti a indossare quella dell’Inter. Questione di cuore. Nella mia generazione e in quelle precedenti c’era un senso di appartenenza, un coinvolgimento emotivo, un rispetto verso la maglia e verso i tifosi che ci impediva, al di là dei soldi, di compiere certi passi che noi stessi consideravamo un tradimento verso quei colori, quei dirigenti, quella società che aveva creduto in te e ti aveva dato fiducia quando eri un signor nessuno. Devo dire che per quanto mi riguarda il presidente Pellegrini, una persona onesta e perbene, dopo essere venuto a sapere del contatto con i piemontesi mi mandò a chiamare e mi allungò il contratto in scadenza facendomi un triennale».
Regalo di compleanno
Sabato sera, vigilia del suo compleanno, l’Inter ha debuttato in campionato contro il Monza degli ex D’Ambrosio, Gagliardini e Carboni. «I ragazzi mi hanno fatto il più bel regalo che potessi chiedere: per festeggiare il traguardo dei 60 anni una bella vittoria contro una squadra che l’anno scorso ci ha tolto quattro punti. E domenica ho trascorso la giornata in famiglia con figli e fratelli in un caratteristico agriturismo nelle campagne del bergamasco».
Nerazzurro nel destino
Nero e azzurro sono i colori del destino: «Sono nato a Castelnuovo, frazione di Crema, in aperta campagna. Giocavamo sul sagrato della chiesa e nei campi accanto al cascinale dove abitavano diverse famiglie. Spesso eravamo in 30-40 dietro a un pallone, l’unico oggetto di divertimento, con regole improvvisate e alberi o cartelle al posto dei pali. A trasmettermi la passione per il calcio è stato il mio vero idolo: mio fratello maggiore Giacomo, classe 1959, 260 partite con il Torino. Mio babbo sognava un figlio in serie A e se ne è ritrovati due che gli hanno pure fatto cambiare squadra. Il terzo, Giampaolo, è arrivato sino all’Interregionale con la Pergolettese. A sei-sette anni la mia prima squadra si chiamava Atalantina e aveva i colori del cielo e della notte. E al primo provino quando avevo 12 anni mi chiamarono l’Inter e l’Atalanta. Giocavo negli Esordienti della Capralbese e un osservatore della zona, Piero Buzzi, propose a mio padre di portarmi a un provino a Linate. Superai la prova e dissi subito di sì all’Inter, tanto che Bergamo l’ho vista soltanto quando ci ho giocato contro».
Uno Zio per amico
Quel provino – che dura due giorni e a cui partecipano 4-500 ragazzi – risulta talmente selettivo che alla fine solo due under 14 verranno arruolati nel settore giovanile: Riccardo Ferri e Giuseppe Bergomi: «Con lo Zio arrivammo assieme al primo giorno. A 13 anni aveva già i baffi tanto che lì per lì lo presi per l’autista del pulmino che ci aveva portato al provino. Mi colpì per la serietà e la maturità dimostrata al momento in cui i selezionatori fecero i nostri nomi. Io esultai come se avessi fatto gol, lui rimase freddo e impassibile. Quel giorno non sapevamo che insieme avremmo fatto la storia dell’Inter. Beppe è uno dei miei più cari amici. È uno di famiglia e con lui ho vinto uno scudetto, una Coppa Italia, due Coppa Uefa e una Supercoppa italiana. Anche se, a causa dei nostri impegni, ci vediamo poco, so che io posso sempre contare su di lui e lui su di me. Eppoi mi ha trasmesso, io che adoro il tennis, la passione per il padel. Siamo una coppia fantastica».
Bersellini, Trap, Vicini
Da ragazzino Ferri giocava all’ala destra poi al vivaio dell’Inter lo hanno trasformato in mediano per imparare la fase difensiva e da quella posizione è ulteriormente arretrato dapprima sulla linea dei terzini e poi, grazie al Trap, come difensore centrale: «Bersellini è stato il tecnico che mi ha fatto debuttare in Serie A a 17 anni e mezzo (San Siro, 11 ottobre 1981, Inter-Cesena 1-1). In lui rivedevo gli atteggiamenti di mio padre: poche parole, tanto lavoro. Con uno sguardo mi faceva capire cosa dovevo e cosa non dovevo fare. È stato fondamentale negli anni della mia formazione».
Trapattoni è stato l’allenatore della svolta: «Prima di lui eravamo stati eliminati per due volte dalle Coppe dal Real Madrid. Al Bernabeu sembrava sempre di giocare con il campo in salita. Giovanni è stato fondamentale per la crescita del gruppo. Io ho giocato stabilmente stopper sulla punta centrale avversaria affermandomi tra i migliori nel ruolo e il mister era un trascinatore in campo e fuori. Una persona equilibrata che sapeva gestire il gruppo facendo sentire importanti sia i titolari che le riserve. Ricordo che a Malgioglio, il secondo di Zenga, consentiva di saltare l’allenamento pomeridiano per raggiungere la sua palestra per disabili a Piacenza. Quando arrivarono i tedeschi (Matthaus, Brehme e successivamente Klinsmann) noi avevamo qualche problema con la lingua, ma lui riusciva a far comprendere loro i particolari e gli schemi anche in dialetto milanese. Non è per caso che con il Trap abbiamo vinto lo scudetto dei record per i campionati a 18 squadre. Fu una cavalcata memorabile e a fine campionato subimmo solo 19 gol. Purtroppo non riuscimmo a ripetere l’impresa perché in quegli anni dovevamo fronteggiare due superpotenze: la Juventus di Agnelli e il Milan di Berlusconi».
Vicini è stato il suo allenatore in maglia azzurra: 45 partite, 4 reti con un gol al debutto di testa contro Malta il 6 dicembre 1986 : «L’ho avuto nell’Under 21 e ai Mondiali del 1990. Scelse me accanto a Baresi con Zenga in porta e Bergomi marcatore destro. Un uomo, come anche Bagnoli nelle mie ultime stagioni in nerazzurro, che non si fermava di fronte alle difficoltà, una persona di una lealtà e di un’onestà feroce capace di difendere il gruppo e di assumersi in prima persona ogni responsabilità».
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