Italia
Mancio, l’addio che non ti aspetti doveva arrivare dopo il flop mondiale
Lo ricorderemo per il trionfo di Wembley, ma anche per l’esclusione dal Qatar
Ora che Mancini ci ha mandato di traverso il pranzo di Ferragosto, lo ricorderemo come il trionfatore di Wembley o come il ct della seconda sconvolgente mancata qualificazione ai Mondiali?
Romantici e cinici si divideranno sulla risposta, io dirò che se dimissioni dovevano esserci sarebbe stato giusto e dignitoso presentarle, almeno fare il gesto, subito dopo l’oltraggio subìto dalla Macedonia del Nord. Sciagura per sciagura, almeno il lapidato Ventura aveva reso le armi alla Svezia…
Insomma Mancini avrebbe dovuto dimettersi nel marzo di un anno fa, e non adesso con la Nazionale in mezzo a un guado dove tutti l’hanno trascinata, lui compreso.
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Facendolo ora, lascia libero il campo a sospetti, insinuazioni, dubbi. Perché proprio ora? Pochi giorni fa ti fanno supervisore di tutte le nazionali, si presuppone che con te abbiano fatto programmi e progetti e tu ora pianti baracca e burattini così? Se la situazione non ti convinceva, se il panorama del calcio azzurro non ti dava fiducia, se pensavi che continuando ad affidarsi a Retegui e Scamacca non si andava lontano, se avevi dubbi sull’intero entourage, sul clan azzurro così mutato, perché non dirlo subito?
Siccome, diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, è chiaro che Mancini ha annusato l’aria che tira, che ha qualcuno che gli ronza attorno, e soprattutto ha occhi e orecchie sensibili ai richiami dell’Arabia Saudita. Dove girano contratti da decine di milioni di euro a stagione. Un fantasmagorico circo che sta sconvolgendo il calcio mondiale. e che ci sta toccando molto da vicino. Nazionale dell’Arabia Saudita a parte che pare pronta a ingaggiarlo con un super triennale che sistemerà tre generazioni di Mancini, non escluderei nemmeno che tra un po’ ci sia comunque un Al-qualcheccosa che vorrà cambiare allenatore e avrà convenienza di ingaggiare l’ex allenatore di Lazio, Inter, Manchester City, Nazionale italiana e così via. Insomma da Roma a Riyad la strada è breve, si viaggia in top class e ce ne è per tutti.
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Un mandato lungo 1917 giorni, 61 partite e 91 giocatori impiegati: un ct comunque non lo misuri in numeri. Mancini ha avuto il merito di rianimare la Nazionale dopo l’abisso di Ventura che aveva riportato l’Italia agli anni Cinquanta. Ma dopo l’Europeo vinto a Wembley, nella sostanza, a quel punto siamo tornati e campioni da lanciare in azzurro francamente non se ne vedono. A livello giovanile le nostre nazionali brillano, ma non tutte. Insomma è triste chiuderla così. La sensazione però è che la Nazionale si stesse lentamente cristallizzando in una mediocrità che alla fine ha spaventato lo stesso Mancini. Il quale si è furbamente apparecchiato il futuro e disposto a braccia aperte per accogliere gli sceicchi. Quando accadrà non ci sentiremo cornuti e mazziati e non ne faremo un dramma: lo ricorderemo per l’Europeo, la maledizione dei mondiali bruciati e il tormentone dei suoi spot in tv.
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Luciano Spalletti, Antonio Conte, Gennaro Gattuso, Fabio Cannavaro, Daniele De Rossi e Gianluigi Buffon. Si possono escludere i campioni del mondo di Berlino 2006 che il loro massimo l’hanno raggiunto per ora da giocatori e non ancora da allenatori. Bisogna scegliersi un costruttore di futuro, un demiurgo da campo. Il modello di tutti oggi come oggi è il Napoli che si è appena cucito lo scudetto sulla maglia: la Juve si è presa il factotum Giuntoli, Luciano Spalletti si è ritirato nel suo ranch toscano una volta capito che con Aurelio De Laurentiis non sarebbe stato facile ripetere i miracoli dell’ultima stagione.
Tutti gli allenatori sognano un passaggio in Nazionale. Luciano Spalletti ha una visione assolutista del mestiere, di sicuro stravolgerebbe i metodi di lavori di Coverciano – praticamente casa sua… – scuoterebbe la Nazionale da una piatta assuefazione al grigio, allo scontato, all’ineluttabile. Inventerebbe addirittura nuovi giocatori.
Anche Antonio Conte ha lo stesso approccio, spreme però le squadre come limoni, lo fece anche con la Nazionale che ben condusse agli Europei 2016, ma che poi lasciò su due piedi per andarsene al Chelsea.
Luciano Spalletti è tenuto per ora al guinzaglio da Aurelio De Laurentiis, ma i destini di lui e della nazionale azzurra sono chiaramente disposti alla fusione nucleare. «Uomini forti, destini forti, uomini deboli, destini deboli: non si scappa». Non si scappa, appunto…
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