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Abbiamo i talenti ma non li facciamo giocare: la triste storia degli Azzurrini campioni d'Europa

di Tommaso Silvi
L'Italia Under 19 alza al cielo la coppa di campioni d'Europa conquistata battendo il Portogallo in finale (Foto: Nazionale Italiana Calcio)
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L'Italia Under 19 alza al cielo la coppa di campioni d'Europa conquistata battendo il Portogallo in finale (Foto: Nazionale Italiana Calcio)

Nell’undici titolare dell’Italia Under 19 che ha trionfato all'Europeo solo in quattro hanno trovato spazio e minuti con i “grandi” nel nostro Paese. I prospetti migliori se li prendono all'estero, dove hanno il coraggio di scommettere sui ragazzi

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La festa continua e deve continuare. Perché l’impresa dell’Italia Under 19 agli Europei è una straordinaria iniezione di fiducia per il nostro calcio, sempre meno abituato a vincere.

Dopo le sconfitte nelle finali delle tre coppe europee di Fiorentina, Roma e Inter – oltre al deludente Europeo dell’Under 21 e il ko degli Azzurri nell’ultimo atto del Mondiale Under 20 vinto dall’Uruguay –, nella sera di domenica 16 luglio finalmente abbiamo esultato anche noi. L’Italia che vince è una fabbrica di talenti appena maggiorenni che, però, non trovano gloria nei nostri massimi campionati. Ed ecco l’amara riflessione: ma noi in questi ragazzini ci crediamo davvero? I numeri dicono di no.

“Troppo giovani”

«Manca la programmazione nei nostri settori giovanili». E ancora: «I bambini non giocano più a calcio per strada come un tempo, oggi passano i pomeriggi davanti al cellulare». Quante volte abbiamo sentito queste – e molte altre – frasi fatte e colme di retorica negli ultimi anni? Tantissime. Riproposte a mitraglia soprattutto dopo le disfatte con Svezia, nel 2017, e Macedonia del Nord, che ci hanno portato a guardare due edizioni consecutive dei Mondiali dal divano. Senza la nostra Nazionale. Il trionfo dell’Under 19, però, ci racconta che c’è roba buona nel vivaio Azzurro. C’è la spazio per sperare in un nuovo ciclo, in altri successi, in altre serate passate in strada con la bandiera tricolore sulle spalle immersi nei clacson delle auto in festa. Più che l’assenza di prospetti il grande problema ora sembra un altro: i primi a non credere nei nostri giovani siamo proprio noi. Perché in Italia c’è ancora un evidente timore di scommettere sui ragazzini, lanciarli nella mischia insieme ai grandi, concedere loro una possibilità. Siamo ancora intrappolati in quel pensiero tutto italiano secondo il quale i “troppo giovani” non possono giocare in prima squadra.

I numeri

Non è una considerazione filosofica. La nostra difficoltà a dare fiducia ai ragazzi che col pallone tra i piedi ci sanno fare viene fuori dai numeri. In particolare, dai minuti giocati nelle prime squadre nella scorsa stagione. Senza dilungarsi troppo con la statistica, basta prendere in esame gli undici che sono scesi in campo nella finale con il Portogallo. Soltanto in quattro hanno collezionato almeno una presenza in una delle tre serie professionistiche del nostro calcio. Stiamo parlando di ragazzi di 18 anni, non di bambini. A quell’età si può giocare con i grandi, lo confermano alcuni esempi – tra poco scenderemo nel dettaglio – più e meno recenti. Ora partiamo con i dati. Il portiere dell’Italia campione d’Europa Under 19 è Davide Mastrantonio, classe 2004, di proprietà della Roma: 990 minuti nella scorsa stagione in Serie C alla Triestina, dove spesso è finito addirittura in panchina. Nel ruolo di terzino destro – nel 4-3-3 del ct Bollini – c’è Filippo Missori: anche lui è un 2004 e lo scorso anno ha racimolato 180’ in Serie A con la Roma di mister Mourinho, uno dei tecnici più coraggiosi quando si tratta di schierare i giovani. I centrali Alessandro e Lorenzo Dellavalle, entrambi 2004 tesserati rispettivamente con Torino e Juventus, hanno giocato nella cantera dei loro club senza mai assaggiare la Serie A. Così come il terzino sinistro dell’Atalanta, Iacopo Regonesi (2004). E come il braccetto destro di centrocampo, della Juventus, Luis Hasa. Il metronomo dell’Under 19, Giacomo Faticanti, ha messo a referto 13’ in Europa League con la Roma. E dei tre attaccanti solo Samuele Vignato, classe 2004, ha visto la Serie A con 57 minuti, e pure la Coppa Italia – 58’– con la maglia del Monza. Va detto che Francesco Esposito, centravanti dell’Inter, è l’unico 2005 nell’undici titolare della finale. Così come è giusto sottolineare che Michael Kayode, esterno offensivo destro, è stato preso dalla Fiorentina nel 2021 dopo 34 presenze e due reti in Serie D con il Gozzano. Lui, quindi, il calcio dei grandi – anche se nei dilettanti – lo ha vissuto. Da menzionare pure i 320 minuti in Serie A del fantasista Luca D’Andrea – che però non è partito titolare nella finalissima del 16 luglio – col Sassuolo.

Imparare dall’estero

Manca uno degli undici che domenica sera hanno affrontato il Portogallo nella finalissima dell’Europeo. È Cher Ndour, centrocampista con caratteristiche offensive che farà 19 anni il 21 luglio. La sua storia è la testimonianza plastica del fatto che se i giovani giocano in prima squadra maturano alla svelta. E diventano presto giocatori pronti. Anche ai grandi palcoscenici. E all’estero lo hanno capito bene. Anche ad altissimi livelli. Cresciuto nell’Atalanta, nell’estate di tre anni fa Ndour è stato acquistato dai portoghesi del Benfica. A differenza di quanto accade in Italia – dove fino a ora l’unico club ad avere una squadra “B” in cui far giocare i ragazzi del vivaio è la Juventus, iscritta alla Serie C – , in Portogallo la squadra “B” del Benfica gioca in Serie B. E proprio nel secondo torneo più importante del Paese, Ndour nell’ultima stagione ha messo insieme 2.401 minuti, ovvero 30 presenze, arricchite da quattro reti e un assist. Contrariamente ai compagni di nazionale, Ndour ha sulle spalle un’annata intera in un campionato probante, che in termini di esperienza significa tantissimo. E infatti Ndour da qualche giorno è un nuovo giocatore del Psg. Scelto e acquistato da uno dei club più ricchi e importanti del mondo.

Gli esempi

Cominciamo da quelli recenti. Nel 2019 Erling Halaand – classe 2000, ora al Manchester City – giocava titolare e segnava a raffica col Salisburgo nel massimo campionato austriaco. E poi Kylian Mbappé, stella del Psg nato nel 1998: 29 gare e 15 reti nella stagione 2016-17 al Monaco. Ancora più attuale l’esempio di Bellingham, del 2003, fresco acquisto del Real Madrid, che a 16 anni fu lanciato in prima squadra dal Birmingham. Storie dall’estero. Dove nei giovani ci credono.l

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