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Dal circo dei sogni al calciomercato fatto solo di finanza
Nella nostra Serie A tutto ha un prezzo: siamo diventati i fornitori delle piazze ricche
Una bancarella: i Tonali stanno a 80, i Vicario a 20, e gli Osimhen, un po’ più cari, a 180. Gli Allegri al momento stanno a 30 a stagione e a Riad sono richiestissimi. Se i sauditi del potentissimo fondo Pif del Newcastle non si fanno troppi scrupoli a spendere tanto per il bravo centrocampista milanista che però non è ancora diventato Pirlo o Tardelli, se mandare un portiere emergente dall’Empoli al Tottenham è facile come fermarsi in gelateria, sicuramente qualcuno (il Psg, il Chelsea?) potrebbe spendere quanto richiesto da De Laurentiis per capocannoniere e icona del Napoli campione d’Italia. I gol, si sa, costano cari e fanno la differenza. Presto fatto, in men che non si dica siamo già arrivati dalle parti di Mbappé, che il Psg pagò al Monaco 180 milioni ormai sei anni fa.
Pallone futuro
Se ci mettiamo poi a inseguire la frontiera del calcio futuristico dell’Arabia Saudita e dei suoi club – Al Nassr, Al Ittihad, Al Hilal, Al Ahli... – al nuovo turbinio di campioni che riguarda Ronaldo, Benzema, Kanté, Ruben Neves, e magari Lukaku o Koulibaly, si fa presto a perdere la bussola.
Le cifre del calciomercato a quel punto si confondono con quelle del Pil, della manovre economiche e della finanziaria di uno stato medio.
Stupore o anche una sana indignazione sono opportuni per i 200 e passa milioni all’anno a Ronaldo e Benzema, salvo poi ricordarsi che già ci stupimmo nel ’97 per i 45 miliardi di lire di Ronaldo all’Inter, e nessuno ricorda che il muro dei 100 milioni di euro fu infranto dieci anni fa per Gareth Bale al Real Madrid, e che prima della guerra già i soldi spesi per Meazza e Piola, divinità del calcio di allora, destavano scandalo. La bolla, dicono tutti, presto esploderà. Ma intanto continua a gonfiarsi all’infinito.
Ricchi e poveri
La Serie A oggi è un mercato rifornitore di mercati più ricchi.
Un po’ come se fossimo il Brasile o l’Argentina anche noi, con la differenza che loro vendono quasi esclusivamente il loro prodotto locale, i loro talenti naturali, noi ai nostri – in verità abbastanza pochi – aggiungiamo pure tutti quei calciatori che qui in Italia hanno fatto il salto.
E da perfetti sconosciuti sono così diventati superstar pronte per il gran salto nel calcio più ricco, economicamente e ormai anche tecnicamente dominante.
Da Osimhen a Kvaratskhelia, da Chiesa a Vlahovic, da Lukaku a Onana, da Milinkovic Savic a Berardi, da Tonali (già venduto) a Frattesi, oggi in Italia non c’è un solo giocatore sicuramente incedibile, tutti hanno un prezzo.
Se poi la Premier League o il primo sceicco che passa vuol metterci sopra uno dei suoi jack pot allora si vende proprio tutto. La grande differenza oggi è che i fondi americani speculano e cercano il guadagno, gli sceicchi comprano potere e immagine. I vecchi proprietari italiani cercano così di restare a galla.
Non solo calciatori
L’effetto è destabilizzante e non riguarda solo i calciatori. Dall’Arabia Saudita continuano a rimbalzare proposte indecenti per Max Allegri, che un po’ per l’orgoglio di dimostrare di poter smuovere la Juve dagli “zero tituli” un po’ perché all’estero non ha mai voluto lavorare, finora ha resistito.
Ma intanto l’offerta dell’Hal Hilal che ha già rastrellato Koulibaly e Ruben Neves e potrebbe addirittura tentare Modric, è salita a 30 milioni a stagione.
L’Italia così vende e ricompra a prezzo più basso. È il fenomeno della “giuntolizzazione” della Serie A. Cristiano Giuntoli, manager attualmente separato in casa, ha smantellato il vecchio Napoli, lo ha rinnovato e consegnato a Spalletti per lo scudetto. Ora tutti sperano di fare lo stesso, a cominciare dalla Juve che proprio di Giuntoli vuol fare addirittura la mente strategica.
L’importante così è fare maquillage, rendere “sexy” – come avrebbe detto Steve Jobs – l’operazione di rinnovo. L’arrivo dei figli d’arte Weah jr alla Juve e Thuram jr. all’Inter rientrano in questa ristrutturazione di club oberati da debiti (oltre 800 milioni per l’Inter, unico club che non ne ha la Fiorentina) e pesanti passivi. Quasi tutti i club, Napoli compreso, vogliono chiudere il mercato in attivo.
C’era una volta
Il calciomercato non è più da decenni quello che conoscevamo noi ai tempi del Gallia e Milanofiori, un fantastico ma semplice circo dei sogni.
Oggi il calciomercato è finanza e addirittura politica estera. Oggi Messi gioca in Florida, perché nello stato più repubblicano e liberista degli Usa, può guadagnare 60 milioni di dollari l’anno, avere enormi risparmi fiscali, intraprendere business con Apple e un’altra quindicina di marchi mondiali. L’Arabia Saudita può pagare qualsiasi cifra le superstar del football perché vuole i Mondiali di calcio, l’Expo e soprattutto fare operazione di “sportwashing”. Ossia pulire l’immagine di un paese che non rispetta i diritti umani.
No, davvero, non è più il mercato di Capello al Milan e Benetti alla Juve (1976).
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