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Il protagonista

Il contadino Luciano Spalletti e il campo dei sogni, quando al telefonino rispondeva: «Ora sono sul trattore»

di David Biuzzi

	Luciano Spalletti con Vincenzo Montella con la maglia dell'Empoli
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Luciano Spalletti con Vincenzo Montella con la maglia dell'Empoli

Un ritratto inedito del tecnico di Certaldo che ha riportato lo scudetto a Napoli. Una carriera, quella da allenatore, inizia quasi per caso nell’aprile del 1994 dopo un infortunio. E il suo rapporto con la terra, con la campagna, ha influito anche nel suo lavoro in panchina

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Se fosse un favola dargli un titolo sarebbe semplice: le mille (pardon, le 1.013) panchine e una notte (quella del 4 maggio 2023). Già, ma questa è una storia. Quella di Luciano Spalletti. L’uomo (e l’allenatore) che, 33 anni dopo, ha riportato il Napoli sul tetto d’Italia.

C’era riuscito, prima, Diego Armando Maradona. Ma la “mano di Dio”, stavolta, i partenopei l’hanno trovata sul timone di comando. Quasi un favola, appunto. Se non fosse che proprio lui, Spalletti, uomo di favole non lo è. Si è definito semplicemente «un lavoratore», appena tagliato il traguardo tricolore. Ed in effetti, stringi stringi, questo è: un grande lavoratore in campo e fuori. Uno di quei tecnici che vive la professione 24 ore su 24, 365 giorni all’anno (366 quando cade il bisestile). Come un contadino. E mica per caso. Il legame con la terra, infatti, per Spalletti è una cosa seria. Forse perché, in qualche modo, è di figlio di tante terre. Anche se vicine. Nato a Certaldo, infatti, cresce a Sovigliana, frazione del Comune di Vinci (nomen omen, evidentemente) a due passi da Empoli. Nei suoi primi anni da allenatore, poi, si fa casa (lavorandoci in prima persona) nella campagna della vicina Montespertoli per poi allargare di qualche chilometro il suo raggio e trasferirsi su una collina in zona Montaione. Sempre in mezzo alla natura.

Nei suoi primi anni in panchina, tra l’altro, capitava di cercarlo e sentirsi rispondere: «Ti richiamo io, sono sul trattore e gli altri contadini mi guardano male se parlo al telefonino». Era la seconda metà degli anni ’90, il suo azzurro era quello dell’Empoli e il telefonino, allora, non era esattamente nelle tasche di tutti. Era anche l’alba della favola (questa sì) della sua carriera. Primo assaggio nell’aprile del 1994. L’Empoli, di cui sarebbe giocatore, arranca in fondo alla C . Lui è infortunato e il presidente Fabrizio Corsi, suo amico da sempre, con l’avvallo del direttore sportivo Silvano Bini decide di affidargli la truppa. Prende il posto del povero Adriano Lombardi, portato via anni dopo dalla maledetta Sla, e si salva al playout con l’Alessandria. Attenzione, però, non è l’inizio ma l’antipasto. L’Empoli, infatti, gli offre di continuare ma lui fa un passo indietro: «Non sono pronto, datemi una squadra del vivaio». La saggezza che solo i contadini sanno avere.

Detto fatto, comunque. Si prende gli Allievi nazionali (vincendo il torneo Rocco, guarda caso) e i grandi se li riprende nell’estate del 1995. Jackpot: dalla C alla A in due anni e salvezza. È il nuovo che avanza, Spalletti. «Il calcio ti dà il pane e la sassata», dice sempre. E la sassata in effetti arriva. Anzi, le sassate. Passa alla Samp e non va bene, poi al Venezia e non va bene, parentesi a Udine e va così così. C’è da ricominciare. Come quando si porta avanti una coltivazione. E lui lo fa. Da Ancona, gennaio 2002, che salva in B a dispetto di una situazione (che trova) compromessa. Ma è tornato il momento del pane, perché l’Udinese si ricorda di lui e iniziano i fuochi d’artificio: Champions League, coi friulani, e nel 2005 il passaggio alla Roma, dove lo scudetto lo sfiora e vince due Coppa Italia e una Supercoppa. Per il primo scudetto, anzi i primi due, deve emigrare fino alla lontana, ma bellissima, San Pietroburgo. In Russia. Il resto è storia recente. Torna ancora a Rona, gennaio 2016, e all’Inter. Quindi, nell’estate del 2021, l’incontro (ed è subito amore) con Napoli e il Napoli.

In mezzo tante, ma proprio tante cose. Lo studio (del calcio, di cui continua a essere un innovatore alla faccia degli anni che passano), l’inglese (imparato pure quello), la vita, la compagnia di sempre, Tamara (conosciuta quando giocava nello Spezia), che diventa moglie. L’arrivo dei figli Samuele, Federico e Matilde. Ma anche tanto pallone, tante idee. L’amore per il campo che, proprio come quello per la terra, continuano ad accompagnare la sua vita. Non più, purtroppo, il fratello Marcello, portato via da una terribile malattia nell’estate del 2019. Si commuove, Luciano, dedicandogli lo scudetto. E, in effetti, anche la sua storia professionale dice che per lui certi legami contano e restano per sempre. Non a caso nel suo staff ci sono Marco Domenichini e Daniele Baldini. Il suo vice dai tempi degli inizi, il primo, e il capitano che volle a Empoli il secondo.

Eccolo, Luciano Spalletti. Il contadino del pallone. E se volete conoscere quello più vero, genuino, basta fare attenzione a come parla. Quando scatta il dialetto toscano è quello più autentico. Se volete sognare dategli un campo, di calcio, da coltivare. Lì cresceranno i sogni.

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