Il presidio
Violenza negli stadi, la ricetta della giudice lucchese al vertice della Serie B: «Riconoscimento facciale e squalifiche severe»
Ines Pisano, dalla procura di Lucca al vertice della giustizia sportiva: «Contro il razzismo serve fare di più. Prendiamo ad esempio giocatori come Riva e Zola»
Le leggi e i codici sono stati sin dall’adolescenza il suo brodo primordiale, ma in famiglia ha sempre respirato i valori dello sport grazie alla passione del fratello arbitro e di papà Efisio, un arzillo ottuagenario campione mondiale veterani di tennistavolo. Così il calcio, dopo il boom della nazionale femminile guidata da Milena Bartolini e il recente debutto in Serie A della giovane arbitro Maria Sole Guerrieri Caputi, cerca di avvicinarsi alla parità di genere anche attraverso i vertici della giustizia sportiva con la nomina, a giudice sportivo della Lega di B di Ines Pisano che ha ricoperto i ruoli di sostituto procuratore a Lucca e Roma prima di diventare magistrato al Tar del Lazio ed essere eletta nel consiglio di presidenza della giustizia amministrativa: «È avvenuto tutto così in fretta che non ho avuto neanche il tempo di riflettere. Il presidente della Lega di B Mauro Balata, dirigente di grande sensibilità, ha pensato a me dopo che, già in passato, il consiglio federale aveva nominato una donna come giudice sportivo (Germana Panzironi, ndr). In questa inedita veste posso contare sui preziosi consigli di uno staff e di una collaboratrice come Stefania Ginesio nel calcio da 25 anni e che conosce ogni risvolto della materia».
Una donna giudice nel calcio: qualcuno storcerà la bocca.
«Credo che il pallone abbia solo da guadagnare come sensibilità e serenità di giudizio oltre a un minor coinvolgimento emotivo che ti aiuta a prendere la giusta decisione. Dico la verità, almeno in questo prima mese di attività credo di essere stata agevolata dalla chiarezza espositiva degli arbitri».
Da giovane ha fatto sport e oggi nonostante gli impegni riesce a conciliare il lavoro con l’attività fisica?
«Dai 14 anni sino ai 25 quando sono entrata in magistratura ero troppo concentrata negli studi e ho respirato sport per interposta persona soprattutto perché mio padre e i miei fratelli che non si perdevano un avvenimento sportivo in tv. Oggi ho capito l’importanza dello sport nella nostra vita e cerco di recuperare facendo jogging o giocando a tennis nei momenti liberi».
C’è una squadra per cui tifa e ci sono calciatori che le ispirano fiducia?
«Ho lavorato in Toscana, vivo tra Roma e Bologna, ma le mie origini sono sarde ed è normale un po’ di simpatia per le squadre dell’isola. Ma più che i club ho tre calciatori che ritengo punti di riferimento. Gigi Riva che rappresenta un bell’esempio di fedeltà e attaccamento ai colori; Gianfranco Zola, testimonianza vivente di come la passione unita al talento possa portare un ragazzino senza particolari doti fisiche che viveva in un paesino sperduto dell’Oliena a diventare un campione e il mio compaesano Giovanni Sulcis arrivato a debuttare in serie A segnando un gol anche alla Juve, ma poi si è ritirato a 28 anni per dedicarsi alla professione medica».
Nelle sanzioni è più severa con i giocatori o con le componenti tecniche in panchina?
«Mi infastidisce maggiormente il comportamento delle persone più mature che, attraverso l’esempio, dovrebbero insegnare il rispetto e la lealtà. Devo dire però che non mi piace affatto quando i calciatori cercano con proteste veementi, talvolta infarcite di epiteti irripetibili, di condizionare gli arbitri. Ricordo di partite, anche infuocate, negli anni Ottanta e Novanta dove solo il capitano aveva la facoltà di discutere con la giacchetta nera e molto spesso, andava a chiedere chiarimenti tenendo le mani incrociate dietro la schiena mentre oggi si formano vocianti capannelli di giocatori che finiscono per mettere le mani addosso a chi ha l’onere della decisione. Per questo genere di proteste sarei propensa a una maggior fermezza in tema di squalifiche e ammende. Tecnici e calciatori non devono dimenticare che sono sotto i riflettori di milioni di persone, tra cui tantissimi giovani, che prendono esempio dal loro comportamento. Hanno una grande responsabilità a livello educativo per le nuove generazioni e debbono esserne pienamente consapevoli. I gesti di fair play, purtroppo assai rari, debbono diventare la normalità».
Cori razzisti negli stadi che fomentano l’odio: bastano le multe alle società e le chiusura della curve per risolvere l’annosa questione?
«Si tratta di palliativi che non risolvono la questione. Il modello inglese può rappresentare l’extrema ratio. Serve una diversa formazione culturale e una nuova educazione sportiva a partire dalle scuole dell’obbligo. Gli addetti ai lavori dovrebbero far visita agli istituti scolastici e ai centri di aggregazione per sensibilizzare gli sportivi e far nascere un tifo sano in contrapposizione con quello, troppo spesso becero e xenofobo, che si professa nelle curve. So che quello che dico non andrà giù al garante della privacy, ma il riconoscimento facciale all’ingresso degli stadi garantirebbe la certezza della pena per coloro che vanno alla partita come a una guerra». l
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