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Blade Runner con i tacchetti: Napoli, futuro e fantascienza

di David Biuzzi
Blade Runner con i tacchetti: Napoli, futuro e fantascienza

Attacco stellare, ma a impressionare è la fase di non possesso della squadra di Luciano Spalletti

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Ho visto cose che voi umani... No, non sono le navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione del film Blade Runner, ma il Napoli. Quello di Spalletti. Che, in fondo, qualcosa in comune con l’immortale capolavoro di Ridley Scott (1982) ce l’ha: futuro e fantascienza.

Sono i due soli scenari dove è possibile collocare una squadra che domina in Italia (65 punti in 24 giornate, 18 di vantaggio sulle milanesi, per una pazzesca media di 2,7 a partita e una proiezione finale tra i 102 e i 103) e incanta l’Europa (più di un piede nei quarti di Champions dopo aver già preso a schiaffi Liverpool e Ajax nel girone). E lo fa con un’espressione di gioco che, appunto, appartiene già al domani. Perché è una venata d’aria fresca che diventerà (per tutti) modelli da imitare. O almeno provarci. Essere il Napoli di oggi, infatti, non è affatto facile e non è da tutti. Anzi.

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D’altra parte anche Spalletti, che questo progetto calcistico lo ha firmato, ci ha messo mille e più panchine per arrivare a tanto. Arrivare, cioè, a un’armata che sembra l’antico esercito romano. Perché nel Napoli tutti fanno tutto. Quando la palla ce l’hanno, gli azzurri sono uno spettacolo: i gol dell’uomo mascherato Osimhen, le magie del folletto Kvaratskhelia, le accelerazioni dello sprinter Lozano. Un tridente pazzesco appoggiato da interni con Zielinski e Anguissa che diventano quasi rifinitori, dalla spinta dei terzini Di Lorenzo, Mario Rui e Olivera che sono ali aggiunte. Guidati da un professore del centrocampo come Lobotka, insomma, attaccano tutti. E resistere, restare dentro la partita senza sbagliare è maledettamente complicato. Eppure quello che impressiona davvero della capolista è sì la partecipazione globale quando la palla ce l’hanno gli avversari. Si chiama fase di non possesso, per i tecnici, ma in pochi riescono davvero a farla di squadra, cioè con tutti, come il Napoli.

Nell’ultima sfida di campionato a Empoli, tanto per cambiare vinta, due episodi l’hanno evidenziata, entrambi dopo l’espulsione (sciocca) di Mario Rui. Il primo è che in attesa dell’ingresso di Olivera, a ricomporre il quartetto difensivo, l’esterno di difesa è andato a farlo proprio il georgiano d’oro Kvaratskhelia (che, dunque, ha talento e idee aggiunge semplicità e umiltà, chapeau); il secondo è che con l’uomo in meno il Napoli ha sì difeso (era già avanti di 2) ma lo ha fatto occupando quasi sistematicamente la metà campo dell’Empoli coi 9 giocatori di movimento rimasti. Roba da non credere.

Quasi mai vista in Italia, dove gli anni di dominio Juventus erano figli di un altro modo di interpretare il calcio, e anche i recenti squilli di Inter e Milan avevano matrici differenti. Sicuramente non così totali, non così dominanti. «Ingiocabile»: così l’allenatore dell’Empoli (che, a proposito di armate non è certo una in stile Brancaleone) Zanetti ha fotografato la partita di sabato scorso al Castellani. Non a torto, visto che se pensi di aspettare il Napoli basso (leggasi con il caro vecchio pullman parcheggiato nell’area di rigore) loro ti assediano, ma se cerchi di prenderli alti ti infilano che lancio lungo sopra la linea.

Questo Napoli, insomma, oggi sembra davvero avere quei mille colori che Pino Daniele ha cantato addosso alla sua città. Merito, forse, di un’anima doppia. Quella del popolo del Vesuvio, chiaro, e quella Toscana. Già, perché oltre ai meriti di Spalletti ci sono quelli del ds Giuntoli (fiorentino) e quelli sempre poco sbandierati del responsabile della preparazione atletica Francesco Sinatti (che è di Arezzo).

A Napoli ce lo portò Maurizio Sarri. Ovvero l’uomo che il sogno tricolore lo ha sfiorato e che ora, con la Lazio, cercherà di fermare la marcia di uno squadrone finora implacabile. E che deve continuare a esserlo, sia chiaro, per non ricordare anche un’altra parte di Blade Runner. Già, questo Napoli non merita di perdersi come lacrime nella pioggia.

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