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Spalletti, l’allenatore-attore un po’ Benigni e un po’ Monni

di Fabrizio Bocca
Spalletti, l’allenatore-attore un po’ Benigni e un po’ Monni

Dagli show in diretta televisiva ai presunti complotti negli spogliatoi ora il tecnico di Certaldo ha trovato a Napoli la sua consacrazione  

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«Che tutti gli italiani siano intelligenti ma che i toscani siano di gran lunga più intelligenti di tutti gli altri italiani, è cosa che tutti sanno ma che pochi vogliono ammettere», scriveva Curzio Malaparte, il grande scrittore toscano della prima metà del 900. Ma se vi chiedete perché i toscani, nel luogo comune, diventano automaticamente tutti toscanacci, non dovete per forza passare da Curzio Malaparte, potete benissimo soffermarvi sull’ampia famiglia degli allenatori toscani, da Lippi ad Allegri. E in particolare su Luciano Spalletti per ergerlo a paradigma del toscano eccellente.

Provo a descrivere Spalletti con una manciata di aggettivi: bravo, capace, esperto, giusto, geniale, spettacolare, furbo, egocentrico, presuntuoso, eccessivo, aggressivo, insopportabile, provocatore, salace, fumantino, teatrale. Mettete il tutto nel cratere vesuviano del Napoli e saliranno al cielo i fuochi artificiali di una squadra che fa calcio come non si vedeva dai tempi di Maradona. Il football italiano ai piedi del Napoli di Osimhen e dell’impronunciabile Kvaratskhelia, con Luciano Spalletti a mezza via tra Vinicio “O’ Lione” e Roberto Benigni.

L’allenattore

Per descriverlo con un solo termine, a Spalletti è stato cucito addosso un vocabolo perfetto: “allenattore”. Con due T, come toscano appunto. Ossia l’allenatore che a ogni partita va in scena e fa il suo show. Prima, durante e dopo la partita. E’ una categoria che da Trapattoni in poi si è molto arricchita e ormai gli allenattori sono tanti. Il contraltare di Spalletti è sicuramente José Mourinho, l’allenattore per antonomasia, che oggi lo chiama amichevolmente Spallettone. “Oh Spallettone, grande! Ma che davvero le vuoi vincere tutte?” Nel dizionario di Mourinho, maschio alfa dominante nel grande zoo del football, Spallettone potrebbe essere benissimo anche Spallettuan. Ossia Numero 1.

Spalletti viene dal borgo del Boccaccio, Certaldo. Vicino a Firenze, città che però ha solo sfiorato, professionalmente, agli inizi della sua storia calcistica, poi da centrocampista o allenatore ne è sempre girato al largo. E anzi oggi ai fiorentini lo Spalletti non è che sia tanto simpatico e ogni volta sono litigate e scintille.

Le qualità tecniche dell’allenatore non si discutono, dove va Spallettone ci si diverte, il calcio è veloce e d’attacco, tosto e grintoso, l’uomo ha fatto la gavetta, calpestato i campi di provincia, e proprio lì ha maturato fondamentali e canoni del suo metodo. Ognuno al servizio dei compagni e tutti al servizio di Spalletti.

A Roma il nostro ha raggiunto picchi di bel gioco e incrociato il proprio vernacolo in uno scontro sanguigno e a tutto campo con il romanesco di Totti. Due galli da combattimento nello stesso spogliatoio non potevano coesistere ed è finita che ci hanno fatto persino una serie Tv, con Spalletti interpretato ottimamente da Gianmarco Tognazzi, finito talmente dentro il personaggio da dire: “Oh, incontro la gente a Roma e mi insultano”.

Dopo tanto girovagare, e centinaia di partite in Serie A, dall’Empoli alla Samp, dall’Udinese alla Roma, dall’Inter al Napoli, Spalletti passerà alla storia per due grandi fatti che lo hanno marchiato a vita. Quello che ha fatto smettere Totti, ma è anche tra coloro con cui il numero 10 della Roma dette più spettacolo - “In certi momenti della partita - diceva di lui l’allenatore - Totti è come una volpe nel pollaio” - e quello che ha riportato il Napoli in cima al calcio italiano trent’anni dopo Maradona. Scatenando l’Armageddon dopo decenni di dominio dei grandi club del Nord.

Dalla Russia a Napoli

In un momento di rigetto del calcio italiano finì anche in Russia a San Pietroburgo, per vincere lo scudetto russo ed esibirsi a torso nudo sul campo a dieci gradi sotto zero. Ovviamente anche lì fece uno dei suoi tanti show in tv e litigò col mondo intero. Sul microfono di un giornalista russo rovesciò tutto il suo acido slang certaldese. E in Russia l’episodio è passato alla storia, come l’epico “Strunz” di Trapattoni ai tempi del Bayern divenne cult in Germania.

Il Napoli oggi gli permette di colmare quel gap di ambizione personale, di doversi sentire sempre un gradino al di sotto di tanti suoi colleghi che hanno vinto più di lui ma non sono più bravi di lui. Fino a oggi ci era arrivato solo il suo calcio ricco di gol e di spettacolo, anche vincente, ma mai abbastanza vincente per placare la sua ambizione. E alla fine il personaggio aveva finito per sovrastare sempre il capacissimo allenatore. Un po’ come se lui recitasse e non riuscisse mai a uscire dalla parte del gallo cedrone.

E così di Spalletti erano rimaste più che altro finora le sue uscite da allenattore, appunto. Le sue esplosioni in diretta tv fanno parte ormai della grande commedia del calcio italiano.

Non si contano i suoi post partita al vetriolo, i poveretti che gli porgevano il microfono esposti ai suoi scatti iracondi. I vari Caressa & company ne hanno fatto le spese ma anche usufruito di uno show supplementare, un mangia microfoni imprevedibile in diretta e dall’audience assicurata.

A ogni appuntamento una lezione, un’esibizione. A volte trenta secondi tra una parola e l’altra, ragionamenti contorti pieni di “andiamo a mettere”, “andiamo a riempire”, “andiamo a lavorare”, “si va a fare”, “si va a dire” “si va a esprimere”… Altre volte scoppi d’ira e spettacoli da teatro, tipo lui che sbatte ripetutamente la testa sul suo tavolo davanti a microfoni e telecamere. Oppure frasi a effetto: “Qui c’è gente che stappa se mi levo dai coglioni!”

Spalletti è ossessionato dalle spie dello spogliatoio e da quelli che lui chiama “i riportini”, ossia le soffiate che coloro che hanno accesso alle stanze più segrete - giocatori, staff, dirigenti - fanno uscire fuori a proprio comodo.

Congiure e nemici

Spalletti vede congiure e nemici dappertutto, vede il calcio a volte come il massimo della propria felicità altre volte come un percorso di sopravvivenza, pieno di trappole, insidie, nemici. Un mondo tutto suo, in cui lui solo sa orientarsi. Una volta si mise a battere ripetutamente il palmo e il dorso della mano sul tavolo per dire cosa non gli piaceva del calcio: “E il tacco e la punta, e il tacco e la punta e il numero, se non si fa i contrasti e un si vincano le partite”. Recitato quasi come una nenia insopportabile, proprio a orrore di quel tipo di football fatto solo di egoismo e di esibizionismo. “Tanto scelgo io e decido io”. Più chiaro di così…

Da Totti a Cannavaro, da Batistuta a Beckham, da Baggio a Ronaldo nel sua bella e grande fattoria nella campagna toscana, dove accoglie ospiti e coltiva da uomo della terra l’uva per il vino e le olive per il suo olio, Spalletti ha ricavato un’intero caveau pieno di cimeli e maglie dei giocatori che ha allenato o incontrato. Nel cuore della Toscana ha costruito pazientemente il suo io e anche il suo personaggio, che riassume una carriera intensa.

Spalletti nasce proletario, si abbona all’Unità per far colpo sulla moglie, è un convinto progressista, ma anche molto orgoglioso dello status alto borghese raggiunto, gli piace pavoneggiarsi del personaggio di successo, complesso ed evoluto che ha creato. Non un semplice allenatore, ma molto di più, il protagonista di un film.

Un po’ Benigni, un po’ Monni

Nel suo profondo c’è sicuramente la vena dei personaggi di Roberto Benigni o l’ira proletaria e scomposta di Carlo Monni ai tempi sguaiati ed eroici di Televacca. Le galline del Cioni da lui citate vengono appunto da lì. “Le galline del Cioni hanno bisogno di mezzo chilo di granturco al giorno e bisogna dargli da mangiare. Il Cioni è quello che abita vicino a casa mia a Certaldo, io bisogna che governi tutti i giorni le galline del Cioni”. Il perché lo dica è spesso comprensibile solo a lui stesso, ma l’importante è la scena, la recitazione.

Questa inflessione, questa platealità unita a un carattere spigoloso ed esibizionista usa il toscano non solo come interpretazione, ma come profonda filosofia di vita e di identificazione totale con la sua gente. “Io non sono nato in Toscana, io sono voluto nascere in Toscana” ha detto una volta. E questo, francamente, è chiarissimo.

La teatrale e ricercata stretta di mano a favore di telecamera ad Allegri dopo avergli inflitto 5 gol a Napoli, è una perfidia classica a simboleggiare quasi un passaggio di testimone tra due superstar della panchina e tra i maggiori interpreti del moderno calcio all’italiana.

Spalletti è ormai una tendenza sui social, una scuola filosofica che si declina in una serie di divertenti neologismi: Spallettiland è il mondo di Spalletti, le Spallettiadi sono una stagione attraversata dominando dall’alto l’intero calcio, lo Spallettismo è la maniera di porsi davanti al calcio facendone una scuola, un po’ come Guardiola e il Guardiolismo, lo Spallettesimo è addirittura l’epoca di Spalletti che si starebbe aprendo adesso. Ben oltre ormai la soglia dei 60. Insomma tutto contribuisce a costruire l’epopea e inculcare finalmente, dopo anni, la corona d’alloro sull’orgogliosa pelata.

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