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Dissolvenza di una leggenda: Federer, sei stato il tennis

di Giorgio Billeri
Roger  Federer
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Roger Federer

I pochi che lo hanno battuto, pensiamo a Volandri, potranno raccontarlo ai nipotini. Ora godiamocelo a Londra, godiamoci quella volèe discesa direttamente dall’Olimpo

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Adesso capiamo la sensazione di chi, quella sera d’estate del 1978, si fece ammaliare per l’ultima volta dalla voce di Mina sotto il tendone di BussolaDomani. O chi pianse, senza vergognarsene, quando il codino di Roberto Baggio e la bella faccia romana di Totti scomparvero in dissolvenza per sempre da un campo di calcio. O gli occhi che videro il sipario chiudersi sull’estremo recital di Pavarotti, sull’ultimo concerto dei Genesis con Phil Collins malfermo e vecchio.

Capiamo tutto questo, oggi, perché il tennis ha perso l’uomo che ha cambiato questo sport. Che l’ha trasformato nel gesto, nel tratto, dell’eleganza, anche nell’impatto mediatico. L’ultimo erede, e forse la sublimazione massima, della tradizione dei “gesti bianchi” cantati dalla penna di Gianni Clerici: la classe che vinceva sulla violenza del colpo, il tocco che prevaleva sulla tracotanza atletica che oggi, per dire, proietta in testa alle classifiche mondiali Alcaraz e Ruud. Con tutto il rispetto, ma non è la stessa cosa.

Sono tempi frettolosi, dove sui social si annuncia quello che un tempo (felice) sarebbe stato affidato a una lunga, emozionata e palpitante conferenza stampa. A domande, risposte e singhiozzi. King Roger ha imboccato la strada dell’eternità agonistica con un post su Instagram: freddo, certo, ma capace di trafiggere milioni di cuori in un nanosecondo. «Devo riconoscere che è arrivato il momento di mettere fine alla mia carriera – ha scritto la leggenda elvetica – la Laver Cup della prossima settimana (a Londra) sarà il mio ultimo torneo. Come sapete, gli ultimi tre anni mi hanno presentato delle sfide sotto forma di infortuni e operazioni. Ho lavorato tanto per ritornare a una forma completamente competitiva. Ma conosco anche i limiti e le capacità del mio corpo e il suo messaggio è chiaro. Ho 41 anni. Ho giocato più di 1500 partite in 24 anni. Il tennis mi ha trattato più generosamente di quanto io potessi immaginare, ma ora è arrivato il momento di capire di dire basta e terminare la mia carriera da professionista. Tra i tanti regali che il tennis mi ha fatto il più grande senza dubbio, è avermi permesso di conoscere tante persone lungo la via. I miei amici, i miei avversari e, ancor più importante, i miei tifosi che danno vita allo sport». E poi la moglie Mirka e i quattro figli: «Vedere la mia famiglia fare il tifo per me è una sensazione che porterò con me sempre».

Ce l’hai combinata grossa, Roger. Perchè tutti sapevamo che il sole stava per tramontare, ma come in ogni storia che intrecci sostanza e spirito, realtà e mitologia in fondo c’era la speranziella di rivedere il Re rossocrociato, magari invecchiato, magari fermo sulle gambe ma sempre in grado di recitare il dritto troppo perfetto per essere vero, il rovescio a una mano come il tennis dei padri fondatori comanda, il servizio forte e chirurgico, ma soprattutto quello che i mortali non hanno mai avuto: la perfetta conduzione di palla nella transizione tra palleggio e attacco e quella chiusura a rete di precisione e bellezza quasi apollinea.

Su questi gesti, regalati dalla natura eppure affinati giorno per giorno da un allenamento feroce e maniacale, Roger ha creato un impero tecnico (ed economico, di conseguenza) che ci ha accompagnato per due decenni. I numeri raccontano, ma non spiegano tutto: 103 titoli Atp, meno soltanto di Jimbo Connors. 1251 partite vinte, 257 perse. Venti Slam: sei Australian Open, un Roland Garros, otto Wilbledon, cinque Us Open. Sei Atp Finals, un’oro Olimpico a Londra 2012. Una Davis nel 2014. Numeri che scintillano, ma non spiegano abbastanza del campione e dell’uomo. Roger è stato uno dei Fab Four di questo sport (con Djokovic, Nadal e Murray) ma solo lui era e poteva essere John Lennon: ispiratore, esempio, paroliere per generazioni di ragazzini che, con la prima racchetta in mano, ne studiavano le mosse, la leggiadra interpretazione tecnica, quella superiorità anche visiva per la quale mentre gli altri arrancavano tra sudore e gemiti primordiali lui sembrava quasi non sudare, correre su una nuvola.

Come ogni grande vedette, come Greta Garbo e Gloria Swanson, come Mina e Michel Platini ha deciso, complici gli inevitabili acciacchi, di scomparire piano piano. Da quasi due anni il tennis lo aveva perso, era sceso al numero 150 del mondo, lui che è stato al comando delle classifiche mondiali per lustri. I pochi che lo hanno battuto, pensiamo a Volandri, potranno raccontarlo ai nipotini. Godiamocelo a Londra, godiamoci quella volèe discesa direttamente dall’Olimpo. Poi, in dissolvenza, sarà eternità.

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