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L'ANALISI

Calcio femminile e professionismo: cosa dobbiamo fare per evitare un super fallimento

Tommaso Silvi
La Serie A femminile spalanca le porte al professionsimo (Foto di Andrea Vignoli)
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La Serie A femminile spalanca le porte al professionsimo (Foto di Andrea Vignoli)

L'analisi dell'ex calciatrice e allenatrice Carolina Morace: «Dobbiamo dare valore al nostro torneo. Marketing e stadi pieni. L’Inghilterra è un modello da seguire»

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Il tempo dei brindisi, dei festeggiamenti e delle dichiarazioni trionfalistiche deve chiudersi velocemente. Perché dietro a una svolta storica c’è l’inizio di un percorso obbligato. Fatto di lavoro, tanto lavoro. Strategie, iniziative, soluzioni. Quelle che dovrà trovare da subito il calcio femminile italiano, che da martedì 26 aprile ha spalancato le porte al professionismo, almeno per quanto riguarda la Serie A. «Dal primo luglio inizia il percorso del professionismo del calcio femminile, siamo la prima federazione in Italia ad avviare questo percorso», ha dichiarato il presidente della Figc, Gabriele Gravina, al termine del Consiglio federale che ha sancito il cambio di passo del pallone in rosa. Adesso, però, c’è da sviluppare un modello. Altrimenti resteranno gli applausi, ma all’orizzonte si staglierà la figura scura del fallimento. Un punto di riferimento da seguire c’è.

IL MODELLO

«L’Inghilterra ha il miglior campionato di calcio femminile del mondo. Per il livello del gioco e per il movimento che gli è stato costruito attorno. Marketing, pubblicità, coinvolgimento dei tifosi, stadi pieni. Abbiamo messo un mattone importantissimo, ma ora c’è da rimboccarsi le maniche». A parlare è una pioniera del calcio femminile: Carolina Morace, 58 anni, ex calciatrice e allenatrice. Una fuoriclasse del pallone. «Io sono entrata nel mondo del lavoro a 35 anni – dice –, perché fino a quando ho giocato a calcio non ero riconosciuta come “lavoratrice” vera e propria, in quanto non ero una professionista». Regolarizzare la posizione delle calciatrice del nostro massimo torneo era fondamentale. Ma ora c’è da raggiungere la sostenibilità del sistema. Questa è la missione numero uno del movimento calcistico italiano.

COSA CAMBIA

Ma cosa cambia per le giocatrici di Serie A femminile? «Prima di tutto le tutele in caso di maternità, ma anche di assistenza e previdenza. Sono donne che lavorano a tutti gli effetti», dice ancora Morace.

IL RISCHIO FLOP

Il ragionamento è semplice. E i dubbi nascono spontanei. Se i massimi club di calcio italiani fino a ora hanno pagato le calciatrici come non professioniste, dal prossimo torneo dovranno mettere a bilancio contributi e tutte le spese previste in un normale contratto di lavoro. Quindi, ogni calciatrice costerà di più. Non c’è il rischio che alcune società risentano di questa impennata dei costi del lavoro? «Ma infatti questa manovra – prosegue Morace – non si limita a dare più soldi alle ragazze, è un ragionamento molto più ampio. Dobbiamo creare un massimo campionato di calcio appetibile in tutto il mondo, di valore. E da quel valore reperire i fondi per supportare il lavoro delle società. Questa è la sfida». Se non ci diamo da fare con investimenti e strategie per far diventare “d’oro” il calcio femminile, allora andremo incontro al flop. Il professionismo da solo non fa miracoli.

L’OBIETTIVO

Come accennato in precedenza, il modello da seguire è quello inglese. L’obiettivo, invece, arriva dalla Spagna. Ed è rappresentato dai 91.553 spettatori della finale Champions League femminile tra Barcellona e Real Madrid, poche settimane fa. «Mi auguro di vedere lo stesso pubblico al derby femminile tra Lazio e Roma – conclude Morace –. Per l’Italia sarebbe un grande successo ».

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