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Aspettando la mourinhata. Il portoghese torna allo Stadium
Amato e odiato, c'è da scommettere che quella di domani sarà per lui un'altra partita speciale. In attesa di parole nuove o gesti diversi per arricchire il catalogo dei colpi di teatro. L'ennesima mourinhata.
L'ultima "mourinhata" all'Allianz Stadium, stadio che pure porta decisamente male ai giallorossi (11 sconfitte in 12 partite, a differenza del confronto diretto tra il mister e Allegri, 4 successi, 2 pareggi e 2 ko), risale al 7 novembre 2018. Mou si rivolge ai tifosi bianconeri, alza la mano destra all'orecchio, sogghigna beffardo come per dire "Non vi sento". Il suo United ha appena sbancato il forziere verde della Juventus in Champions League per 2 a 1. Per tutti i 90 minuti il portoghese è stato il bersaglio di un inimmaginabile dizionario di insulti e di offese, conseguenza di un odio atavico che nasce dai tempi delle baruffe con l'Inter. La fotografia, ennesima posa plastica del ricchissimo campionario di immagini e gesti che José Dos Santos Mourinho Felix ha regalato e continua a regalare (oggi con maggiore parsimonia, sarà il karma...), farà il giro del mondo e suggellerà, semmai ce ne fosse bisogno, l'eterna rivalità fra la Beneamata, come la chiamava Gianni Brera, e la vecchia Signora del calcio italiano. Perché non è il Mourinho del Manchester che i bianconeri sberleffano, ma l'uomo che ha portato il Triplete nella bachecha del biscione.
Quello che molti ricordano con la mano alzata con le tre dita al cielo (perché il Triplete è un prodotto esclusivamente nerazzurro). Ma anche fare il gesto delle "manette" contro la "sudditanza arbitrale" esibizione teatrale durante Inter-Samp del 2010, il "binocolo" in Real-Borussia per stigmatizzare il comportamento dell'arbitro troppo distante dall'azione. Stavolta Mou siede sulla panchina della Roma. Ma è chiaro che il posticipo di domani sera ed il suo ritorno allo Stadium avranno, per lui, un effetto particolare. Come la sfida con Massimiliano Allegri, uomini così diversi ma in fondo così simili: Mou cresciuto davanti all'Atlantico a Setubal, Max sugli scogli della sua Livorno. Mou che sembra ammorbidito dagli anni, Max più rigido e cinico. Cosa preparerà lo Special One (o ex Special, fanno notare i detrattori dopo gli ultimi anni trascorsi quasi mai al vertice) davanti alla platea bollente dello Stadium? Molto dipenderà dal risultato. Ma il campionario degli affondi dell'ex interista verso la Juve («squadra che non potrò mai allenare dopo essere stato all'Inter», disse nel 2009) è denso di episodi. Alcuni consumati anche davanti ai microfoni dei giornalisti come quando, il 3 marzo del 2009, un mese prima della sfida a Torino, dichiarò: «Non si parla mai di una Juve che ha fatto tanti punti con errori arbitrali».
Quella sfida finirà in parità, 1 a 1, tanto che nel movimentato dopopartita il portoghese dirà: «Il miglior omaggio che potevamo ricevere è vedere lo stadio di una squadra gloriosa festeggiare per aver pareggiato con noi». Il 5 dicembre, appena otto mesi dopo, troviamo Mou che viene cacciato ed esce a testa alta dallo Stadium, schiumando rabbia, dopo aver applaudito platealmente l'arbitro Saccani per una decisione dubbia contro i nerazzurri. Non contento, in Coppa Italia il 28 gennaio 2010, pur vincendo 2 a 1 coi bianconeri, il tecnico di Setubal dichiarerà ai quattro venti: «Basta. È il calcio che chiede quel rigore, non l'Inter». E poi i battibecchi con Bettega e con lo staff dirigenziale juventino, sempre all'ordine del giorno. Istrionico, presuntuoso, antipatico, brillante. Amato e odiato, c'è da scommettere che quella di domani sarà per lui un'altra partita speciale. In attesa di parole nuove o gesti diversi per arricchire il catalogo dei colpi di teatro. L'ennesima mourinhata.
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