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Zilioli, l’eterno secondo amato da Eddy Merckx «Farò 80 anni a casa sua»

Luca TRONCHETTI
Zilioli, l’eterno secondo amato da Eddy Merckx «Farò 80 anni a casa sua»

58 corse vinte, sei giorni in maglia gialla al Tour ma anche tante sconfitte sul filo di lana «Quella volta che staccai Anquetil in salita lui me la fece pagare: vinse senza guardarmi» 

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Luca TRONCHETTI

L’eterno secondo oggi compie 80 anni accompagnato dal suono gioioso e al tempo stesso malinconico della sua fisarmonica che ha imparato a suonare con maestria una dozzina d’anni fa quando ha detto stop alla collaborazione per l’organizzazione delle corse. Italo Zilioli, passista scalatore e spericolato discesista, per tre volte (1964, 65 e 66) a un passo dall’impresa di vincere il Giro d’Italia, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta è stato uno dei ciclisti italiani più famosi con 58 corse vinte in 14 anni di carriera professionistica indossando nel 1970 per sei giorni la maglia gialla, simbolo del primato, al Tour de France e per sette volte quella azzurra ai campionati del mondo. Zilioli, per tutti “Coppino” un po’ per le sue origini piemontesi e molto per una certa somiglianza con il Campionissimo, è stato un personaggio schietto, genuino e fuori dagli schemi negli anni in cui prima «L’uomo dell’orologio», alias Jacques Anquetil, specialista a cronometro, e poi «Il Cannibale» Eddy Merckx, monopolizzavano le corse in linea e quelle a tappe. E proprio con il campione fiammingo, suo grande amico e compagno di squadra nella «Faemino», stasera taglierà il traguardo tanto ambito: «Sarò a casa sua in Belgio e taglierò la torta con le candeline assieme alla mia e alla sua famiglia. Mi ha invitato per l’occasione visto che in questa settimana iniziano i festeggiamenti voluti in suo onore».

Nato da una famiglia umile originaria della Val Seriana nel bergamasco i suoi genitori – babbo calzolaio, mamma domestica – si trasferirono in cerca di fortuna in una casa di ringhiera a Torino. La bicicletta entra prepotentemente nella sua vita a 14 anni: «Fu un coetaneo che aveva una Bianchi dello stesso colore di quella di Fausto Coppi a farmi venire la voglia di correre. Così, durante le vacanze, un po’ aiutando mio zio carpentiere e un po’ grazie al contributo di babbo Battista, racimolai i soldi necessari per acquistare la mia prima bicicletta: una Frejus modello Tour de France. Praticamente un segno del destino visto che il momento più alto della mia carriera, almeno nelle corse a tappe, è stato indossare la maglia di leader alla Grand Boucle con la benedizione del mio capitano Merckx che la sera in albergo, appoggiandomi una mano sulla spalla, mi disse “Tranquillo Italo, tanto me la riprendo”. E sei giorni dopo puntuale tornò saldamente al comando trionfando sotto la Torre Eiffel». Zilioli inizia a correre con Allievi ed Esordienti nella Gios di Torino: «Era il 1958. Ricordo l’emozione della prima corsa. Mi piazzai all’undicesimo posto e mi sembrava di aver vinto il mondiale». Ma il ciclismo in quegli anni non era un “lavoro”: «Preso il diploma di disegnatore alle scuole serali ero impiegato alla Magnadyne ( azienda elettronica) e mi allenavo di notte tra Rivoli e Alpignano correndo il rischio di essere investito» . L’ascesa di Zilioli inizia nel 1959: «Vinsi il campionato nazionale Allievi a Lecco. A vedermi venne pure mio nonno. Ricordo che raggiunsi un gruppetto di corridori tra cui c’era Roberto Poggiali e li superai all’arrivo». Il passaggio alla Carpano segna l’approdo al professionismo: «Era uno squadrone da fare invidia ai moderni gruppi sportivi. C’era un dirigente, Vincenzo Giacotto, avanti anni luce. Avevano una squadra dilettanti, a cui venni aggregato, e una di professionisti composta da otto campioni belgi tra cui De Bruyne e altrettanti italiani con Franco Balmamion, detto il Cinese che vinse due Giri, e Nino De Filippis. Appena ingaggiato mi presero come impiegato alla Carpano (azienda produttrice di vermouth)».

Tifoso di Coppi, ha incrociato nel suo cammino assi del pedale come Anquetil, Gimondi e Merckx. «Pensi che da Allievo in una gara in notturna a dare il via c’era proprio il Campionissimo. Ce la misi tutta per vincere e poter stringere la mano al mio idolo. Ma alla premiazione lui se n’era già andato. Il soprannome Coppino me lo hanno dato durante il mio primo Giro dell’Appennino sulla Bocchetta quando, sorprendendo tutti, andai all’attacco. I cronisti dell’epoca scrissero che avevo un modo di stare sui pedali che ricordava Fausto Coppi. Anquetil era un calcolatore. Faceva la differenza a cronometro e teneva botta in salita. Era simile ad Indurain, concedeva poco allo spettacolo. Ricordo una tappa del Giro a Roccaraso. Lo colsi di sorpresa e in un paio di chilometri gli diedi 30 secondi. Se la legò al dito. A Montepulciano mi si mise a ruota e non mi mollò. Gli altri andavano via e lui mi teneva a ruota. Negli ultimi quattro chilometri scatta e io dietro. Non mi chiese mai il cambio: arrivò sul traguardo sempre in testa e vinse senza neanche fare lo sprint. Un modo per dirmi: “Ragazzino, hai imparato la lezione?”. Merckx è stato il più grande di tutti i tempi. Tutti i giorni per 30-40 chilometri guidava il plotone in fila indiana. Era talmente forte che in un circuito riuscì a doppiarci tutti. E al di là delle sue qualità fisico-atletiche era un fenomeno nel gestire la tensione: dormivo in stanza con lui e appena si coricava impiegava cinque minuti per addormentarsi. Giro, Tour, mondiali, classiche, lui non conosceva la pressione. Io invece non prendevo sonno. Mi giravo e mi rigiravo nel letto e avevo spesso gli incubi. Per anni mi sono sognato il campionato italiano perduto per pochi centimetri allo sprint con Dancelli. Ero un istintivo e probabilmente ho perso il giro del 1966 vinto da Gianni Motta per la mia incapacità di usare la tattica in corsa. Quando stavo bene attaccavo e non pensavo alle conseguenze legate a crisi di fame o al mutamento di clima. Gimondi? Come me anche Felice era un diesel. Con una differenza: aveva una forza di volontà, una caparbietà, un’applicazione feroce e assoluta che non ho visto a nessun altro corridore. L’ho avuto come compagno di squadra: non era un mostro, ma aveva un’intelligenza tattica e una metodicità militaresca. Era un maniaco della precisione. La sera, quando noi uscivamo per fare due passi, lui saliva in camera, sistemava il numero sulla maglia per il giorno dopo, controllava pantaloncini, borraccia e sacca».

Zilioli attinge al cassetto dei ricordi dove sono presenti anche Toscana ed Emilia. «Non posso dimenticarmi, in un Giro dell’Appennino, mentre arrancavo sul San Baronto nel pistoiese un tifoso a bordo strada che mi porse una bevanda fresca: “Italo, una coca”. Afferrai la bottiglia come fosse oro. L’ultima corsa da professionista l’ho fatta proprio al Giro dell’Emilia nel 1976. Avevo 35 anni. Il piazzamento? Secondo dietro De Vlaemink».

Scorrendo le immagini del tempo è contento della sua carriera in bicicletta? «Sognavo di fare il corridore e di diventare un grande campione. E se i sogni li lasci nel cassetto li mangiano le tarme. Purtroppo a volerli troppo, come facevo io, spesso svaniscono. Io i sogni li gradivo, ma li pativo».

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