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Il più grande, come Nuvolari Veloce anche fuori dalla pista

paolo boldrini

Il personaggio: un po’ folletto, un po’ dottore, ha scritto la storia La sua precisione maniacale per i dettagli ha fatto scuola 

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paolo boldrini

E ora come faremo?

Il popolo che ai tempi d’oro saltava in piedi sul divano, incantato dal sorpasso mozzafiato dell’ultima curva, si sentirà mancare la terra sotto i piedi.

Valentino Rossi ha annunciato il ritiro a metà della sua peggior stagione e, se proprio gli si può muovere un rimprovero, è di essere arrivato in ritardo con l’appuntamento. Avrebbe fatto meglio a non iniziare questa stagione tribolata, al limite dell’umiliazione per chi è nato per vincere. Ma al folletto di Tavullia va perdonata una scivolata nella vita a 300 all’ora che ha regalato emozioni a non finire, creando un mito e una scuola di pensiero.

Uno spettacolo prima, dopo e durante i Gran premi che ha fatto impazzire le folle armate di bandiere gialle con stampato il numero 46.

Difficile azzardare paragoni, ma uno si può tentare: Valentino Rossi come Tazio Nuvolari, «il più grande pilota del passato, del presente e del futuro» secondo la definizione di Ferdinand Porsche che di motori se n’intendeva.

Ma mentre “il mantovano volante” ha trionfato prima con le moto (dalla Bianchi Freccia celeste alla Norton) e poi con le auto (Alfa Romeo, Maserati, Auto Union), Valentino Rossi si è lasciato tentare dalla Ferrari, ma non ha gareggiato con la Formula 1. E ha fatto bene, continuando nel mondo dove ha asfaltato uno dopo l’altro ottimi piloti come Max Biaggi, Sete Gibernau solo per citarne due, alimentato duelli rusticani a sportellate con Jorge Lorenzo e Marc Marquez.

Ha vinto in sella all’Aprila, alla Honda e alla Yamaha, ha accettato la sfida con la difficile Ducati pagando pegno e tornando all’ovile.

A dispetto della sua fama, il campione di Tavullia è stato un freddo calcolatore, stile Michael Schumacher.

Chi ha consumato le suole delle scarpe tra i motorhome dei circuiti sa che Valentino Rossi ha passato giorni e notti con gli ingegneri più che con le belle donne, a sistemare anche i più piccoli particolari della moto che è arrivato a baciare e ad accarezzare. Tanto genio e poca sregolatezza anche nel business che ha creato intorno alle corse, con le sue società e il suo team. Hanno detto che è stato il nuovo Giacomo De Agostini, in questa frenesia di accostare sempre un mito a un altro. Ma dopo Tazio Nuvolari, ecco un altro parallelo: con Omobono Tenni, una gloria italiana del motociclismo tra le due guerre, che gli inglesi hanno ribattezzato “The black devil”, il diavolo nero, ricordando la sua guida spericolata al Tourist Trophy.

Fu il primo non inglese a vincere “la gara delle gare” sull’isola di Man nel 1937 in sella alla Moto Guzzi.

Lo speaker del circuito pronunciò una frase rimasta nella storia: «Informazioni lungo tutto il percorso ci dicono che Tenni sta curvando con folle abbandono che suscita dubbi sul suo arrivo in un pezzo solo». Ma lui tagliò il traguardo e vinse, con il pubblico in delirio.

L’antenato di Valentino.

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