«Conte, la verità è un’altra: l’Inter non lo voleva più. Pirlo? Anno fallimentare»
Sferzante e mai banale, Corrado Orrico analizza la stagione appena finita e tutte le novità: «Gattuso mi piace, farà bene alla Fiorentina ma guai a vendergli subito Vlahovic»
Conte? Un grande allenatore, ma incapace di gestire i rapporti fuori dal campo. «A Pirlo forse avrei concesso una seconda occasione, ma Allegri è un’altra cosa e la Juve può tornare a essere la squadra da battere». E ancora: «Come si fa a dire che Mourinho non è più quello di una volta? Cos’è, gli hanno cambiato il Dna? E vedrete che Gattuso farà bene nella culla del Rinascimento…». Parole e musica di Corrado Orrico, sferzante e mai banale nei suoi giudizi sul campionato, con un occhio al torneo appena concluso e il pensiero che corre a quello che verrà, con i frenetici movimenti di mercato che mai come quest’anno riguardano le panchine prima ancora dei giocatori.
In una mano l’inseparabile sigaro, nell’altra un calice di Candia dei Colli Apuani. La consueta chiacchierata sulla Serie A non può che andare in scena nella splendida cornice del Pancino 2, il ristorante ai Ronchi di Marina di Massa dove ritrovi gli stessi profumi di sempre, tra aria di mare e buona cucina. Il Maestro di Volpara passa in rassegna le big del campionato, incalzato anche da Gianluca Baldini, il proprietario del Pancino e per anni chef di Moratti a bordo del suo yacht, dall’amico Luigi Balloni, volto storico della Versilia e ottimo conoscitore del pallone, e Valentina Buttini, “tuttofare” del calcio femminile e responsabile del settore rosa della Carrarese. L’intervista si trasforma così in una discussione a più voci – sapientemente orchestrate da Orrico – in cui si spazia dal calcio alla filosofia.
Mister Orrico, neanche il tempo di festeggiare lo scudetto che subito l’Inter si ritrova a fare i conti con lo shock dell’addio di Conte. Quanto perdono i nerazzurri dopo questa separazione?
«Perdono tanto, perché i meriti di Conte sono stati enormi, nonostante fosse partito male, snaturandosi e facendosi contagiare dalla moda del possesso palla, che dall’estero ha condizionato anche il calcio italiano. Un’interpretazione del gioco che, quando è esasperata, non ha senso, perché cambia la finalità dal fare gol a tenere il pallone. Fortuna per l’Inter che poi si sia ravveduto: la squadra ha ripreso a giocare alla maniera di Conte: più in verticale, sfruttando tutto il potenziale della coppia Lukaku-Lautaro. Intorno a loro è cresciuto tutto il gruppo, grazie alle capacità del tecnico che riesce a tirare fuori il meglio da ogni giocatore, portandolo a rendere più di quanto sarebbe l’effettivo valore del singolo. Per questo lo scudetto ha la sua impronta, e per lo stesso motivo dubito che l’Inter di Inzaghi si possa ripresentare sugli stessi livelli la prossima stagione».
Che idea si è fatto di quanto accaduto tra il tecnico e la società?
«È stata la conferma di una caratteristica precisa del personaggio. C’è il Conte di campo, che vince da tutte le parti, che porta dentro a una squadra valori forti e decisivi, e che crea un gruppo coeso e valido. E poi c’è un Conte fuori dal campo, più opportunista e meno capace di tenere rapporti duraturi con l’ambiente. La liquidazione concessa dalla società al tecnico è emblematica: non c’è rammarico per la sua partenza, anzi la proprietà ha spinto in maniera convinta in questa direzione. Non è stata una questione economica, perché tra buonuscita e stipendio a Inzaghi siamo sulle stesse cifre di Conte. Ha pesato piuttosto il comportamento di un allenatore che, ben consapevole delle difficoltà finanziarie della società, è andato a far polemica dopo neanche due settimane dalla vittoria dello scudetto. Nella liquidazione si vede insomma la volontà dell’Inter di togliere di mezzo un allenatore sì vincente, ma che stava chiedendo cose impossibili».
Cambia anche la Juventus, nonostante qualcuno abbia valutato la stagione di Pirlo da “insufficiente” a “positiva” nel giro di una settimana, grazie a Coppa Italia e quarto posto…
«Non scherziamo, la stagione della Juve non può che definirsi fallimentare a priori. E il giudizio lo ricavi dalla Champions, perché l’operazione Ronaldo è stata fatta per questo, e i bianconeri non sono mai andati oltre ai quarti negli ultimi 3 anni. In campionato è un altro discorso: dopo 9 successi consecutivi è anche probabile attraversare una stagione in cui non vinci. A me dispiace per Pirlo, perché è una figura tipicamente juventina, per la sua storia, il suo stile e il suo comportamento. Ma il campo non gli ha dato ragione e lui ha commesso i suoi errori, che non sono stati certo mascherati da due “coppette” o dal raggiungimento del quarto posto in extremis. Attenzione: ha ragione chi dice che il tecnico avrebbe meritato un’altra chance. Perché se gli fai fare esperienza sulla tua pelle, buttandolo nella mischia alla sua prima stagione da allenatore, allora poi è una contraddizione non proseguire insieme nel percorso di crescita. Però, diciamolo, Max è un’altra cosa…»
I primi due anni dell’era Commisso non sono stati particolarmente felici sul piano dei risultati. Con Gattuso arriverà il tanto sperato cambio di marcia per la Fiorentina?
«Credo e spero di sì. Perché vedi, a prima vista uno potrebbe chiedersi: come potranno convivere nella stessa città Gattuso e la Primavera del Botticelli? Firenze è la culla del Rinascimento, è attratta dal bello. In campo invece Gattuso era un agonista, un grintoso, un battagliero. Uno che “ringhiava”, per l’appunto. Ma la sua pur giovane carriera da allenatore ci dice altro. Ci dice che le sue squadre hanno un’anima diversa rispetto alla sua tempra da calciatore. Quando è stato al completo, il Napoli ha giocato bene, era bello da vedersi, degno di essere esposto in un museo. A questo Gattuso ha saputo unire anche la praticità. A Napoli ha avuto la sfortuna di avere a che fare con un presidente convinto di sapere sempre tutto lui. Qualcuno dice che con Commisso è passato dalla padella alla brace? Ma no, Commisso l’hanno fatto passare tutti per un americano ma è un “calabrese doc”, e ha scelto un vero calabrese come lui. La trovo una cosa bellissima. Sono convinto che Gattuso farà bene alla Fiorentina, e viceversa la Fiorentina farà bene a Gattuso. E non posso immaginare una Viola senza Vlahovic, o almeno non adesso. Magari in futuro arriverà il tempo di nuove esperienze anche per questo ragazzone, ma nel frattempo, e per qualche anno ancora, può fare bella Firenze».
Tra le “sette sorelle”, Milan e Atalanta sono le uniche ad aver scelto la continuità. Nel complesso, voto più alto per i ragazzi di Pioli o per quelli di Gasperini?
«L’Atalanta ha impressionato tutti per lunghi tratti della stagione, ed è la migliore interprete di un calcio “a drappelli”, che propone tanti uomini là dov’è la palla. Ma la verità è che il Milan mi è piaciuto da morire. E ho come la sensazione che quell’incrocio all’ultima giornata possa rappresentare un “passaggio di testimone”: la Dea è arrivata cotta a fine campionato, e temo che quest’anno abbia raggiunto il suo massimo. Il Milan invece può ripartire da questa ottima annata per rincorrere un ulteriore step, grazie all’organizzazione che ha ritrovato dentro e fuori dal campo. Due mosse in particolare dimostrano la crescita della società: una è la gestione della vicenda Donnarumma: la dirigenza ha anticipato gli eventi con l’acquisto di un altro portiere di valore e poi ha avuto persino l’eleganza di coprire il ragazzo invece di gettargli la croce addosso. L’altra è l’operazione Ibrahimovic: ci sarà senz’altro bisogno di un altro centravanti con cui alternarlo, è impensabile che giochi tutte le partite, ma la sua importanza si misura anche nello spogliatoio, dove la sua presenza è complementare a quella di Pioli. Il tecnico ha grande eleganza e sensibilità, ma con Ibra la squadra si assicura anche pura rabbia agonistica. Per il Diavolo, la conquista della Champions può essere il primo passo verso il ritorno stabile alle posizioni di vertice. L’Atalanta proverà nuovamente a stupire tutti, ma il prossimo anno sarà ancora più difficile, perché dovrà fare i conti con diverse avversarie scontente e in cerca di riscatto…».
In questo senso, Napoli e Roma sono le grandi deluse del campionato. Fuori dalla Champions i partenopei, piuttosto anonima la stagione dei giallorossi. Ora cercano la svolta con Spalletti e Mourinho: da chi si aspetta la stagione del riscatto?
«Da entrambe, perché hanno puntato su due grandi allenatori, per di più molto simili tra loro. Mourinho avrà il solito, forte impatto sul campionato italiano. Sbaglia chi crede che non sia più quello di una volta: che vuol dire, che gli hanno messo addosso il Dna di un altro allenatore? Mourinho sarà sempre Mourinho, con i suoi pregi e i suoi difetti. Ha una capacità totale di rovesciare le situazioni, cura un po’meno gli aspetti tattici e a volte propone un gioco un po’improvvisato, ma ha un carisma fondamentale nel calcio moderno, dove hai a che fare con dei fagottoni viziati. Vero, ha incontrato alcune difficoltà nelle sue ultime esperienze, ma l’Italia è il suo ambiente e tirerà fuori il meglio di sé. E mi aspetto lo stesso impatto da Spalletti: è il profilo giusto per il Napoli, perché con i napoletani condivide molte caratteristiche: è intelligente, fantasioso, scaltro. Il legame con il pubblico è assicurato. Più difficile sarà il rapporto con De Laurentiis, ma in questo caso sarà il presidente a doversi ridimensionare, altrimenti sarà lui a perdere. Spalletti ha messo in riga Totti alla Roma quando aveva tutto l’ambiente contro, figuriamoci se si farà problemi a Napoli dove sono già tutti dalla sua parte. Ecco, forse il punto d’incontro loro due lo hanno nel “cinema”: da un lato l’attività hollywoodiana di De Laurentiis, dall’altra lo spirito da attore di Spalletti. Insomma, è probabile che più che esonerarlo, il presidente gli proponga piuttosto di recitare in uno dei suoi film…». —
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