Il Tirreno

Sport

l’intervista 

«Van Basten dava del tu al pallone ma ero io l’uomo della Provvidenza»

Luca Tronchetti
«Van Basten dava del tu al pallone ma ero io l’uomo della Provvidenza»

Daniele Emilio Massaro oggi ha messo in fresco lo champagne per festeggiare il Milan e i 60 anni. Trapattoni gli disse «Verrai con Boniek e Platini». Lui: «Vi piace vincere facile». E scelse Galliani 

7 MINUTI DI LETTURA





Provvidenza è un predestinato. Cerca sempre il massimo perché è nato per vincere e per stupire. Per lui De Cubertain è morto da un pezzo. E oggi che compie sessant’anni attenderà con trepidazione il risultato della partita del suo Milan per festeggiare, in caso di vittoria, il ritorno del Diavolo in Champion’s League dopo un’assenza di sette anni. “Provvidenza” è il soprannome di Daniele Emilio Massaro, dieci anni e oltre duecento partite condite con 50 gol con il rossonero cucito addosso come una seconda pelle.

Ieri all’occorrenza terzino, centrocampista, ala e punta centrale grazie ad una versatilità fuori dal comune, oggi brand ambassador e uomo marketing dell’unico vero grande amore della sua vita: il Milan.

Con quella squadra ha vinto tutto: quattro scudetti, due coppe dei campioni, due coppe intercontinentali, tre supercoppe europee e quattro supercoppe di Lega. E pazienza se la maglia azzurra gli ha voltato le spesso le spalle. Quindici partite e un gol, ma un piccolo-grande record: due convocazioni ai mondiali a distanza di dodici anni l’una dall’altra con un titolo di campione del mondo in Spagna nel 1982 e la finale persa ai rigori con il Brasile ad Usa 1994.

Massaro, quando entra nella sua vita il pallone?

«Nasco in Brianza da una famiglia operaia. Il babbo lavorava alla Philips, la mamma alle industrie dolciarie Motta, quelle del panettone milanese. Io da bimbo ero un moto perpetuo. Scorrazzavo in bicicletta, scavalcavo la rete di recinzione dell’autodromo di Monza per vedere i bolidi sfrecciare durante le prove e correvo felice dietro a un pallone. A salvarmi dalla strada è stato l’oratorio. Sono partito da lì con la mia prima squadra, la Juvenilia fondata da tre amici tra cui l’attuale vice presidente del Monza» .

C’è una persona nella sua vita a cui deve buona parte della sua carriera?

«Sì, Adriano Galliani. Lui mi volle al Monza, lui mi cedette in A alla Fiorentina assieme a Monelli e lui mi cercò appena sbarcato con Berlusconi al Milan per portarmi in rossonero. Pensi che ero già in parola con la Juventus e Trapattoni, durante una premiazione per il Guerin d’Oro, mi aveva annunciato che avrei giocato in coppia con Boniek e Platini. E io di rimando: “Vi piace vincere facile” . Ma in cuor mio avevo già deciso che non sarei andato: prima dei soldi per me ci sono i valori. E realizzare il sogno di indossare la maglia della mia squadra del cuore non aveva prezzo. Così nell’estate del 1986 diventai il primo giocatore acquistato dal Cavaliere».

Come fu il suo rapporto con Galliani?

«All’inizio fu un mezzo disastro. Primavera del 1976. Vengo convocato in una selezione di una rappresentativa lombarda Allievi e sugli spalti ci sono numerosi osservatori di club professionistici. Tra loro Adriano Galliani all’epoca dirigente del Monza. Avevo il raffreddore e forse un po’ di febbre e mia mamma che non era affatto interessata al calcio, ma teneva particolarmente alla mia salute mi mise nella tasca dei pantaloni un fazzoletto di stoffa. Iniziamo a giocare e dopo un po’ con la palla lontana istintivamente prendo il fazzoletto e mi soffio il naso. Dalla tribuna si alza un signore che poi scopro essere Galliani che mi indica agli altri scout “Quello là non diventerà mai un calciatore”.

Quando la nasce la passione per il Milan?

«Alla fine degli anni Sessanta, da bimbo vedendo le gesta di Rivera e soprattutto di Prati, il mio calciatore preferito. Per la verità il mio idolo era Johan Cruijff, un giocatore completo che ha segnato un’epoca. E io ho avuto la fortuna di allenarmi tutti i giorni con il suo erede naturale: Marco Van Basten, un talento naturale che dava del tu al pallone come non ho più visto fare da nessuno» .

Massaro e la Toscana: cosa rappresentanto per lei i cinque anni trascorsi a Firenze.

«Ho debuttato in B nel Monza a 18 anni facendo il gol della vittoria alla Spal e conquistandomi pian piano il posto di titolare e ho sofferto per certi condizionamenti arbitrali nelle ultime tre partite che ci hanno impedito nel 1980 di salire in serie A. Nella Fiorentina si è ripetuta in modo più amplificato la stessa scena. Nel 1982 meritavamo lo scudetto o quantomeno di disputare lo spareggio, ma anche lì certe direzioni di gara favorirono chi aveva un peso maggiore. Alla Fiorentina sono stato benissimo. Sono cresciuto come calciatore arrivando alla nazionale e sono stato impiegato in diversi ruoli: da centrocampista centrale a laterale sinistro. Cinque anni formativi che mi hanno consacrato al ruolo di giovane di prospettiva in una città favolosa e in una piazza che vive per la sua squadra. Ai tifosi della viola non basta vincere, devi ottenere il risultato attraverso il gioco. E questa mentalità mi è servita molto nel Milan degli Invincibili» .

Sacchi e Capello, pregi e difetti.

«Arrigo Sacchi è il più grande insegnante di calcio dell’era moderna. Con lui ho trascorso quattro anni incredibili: ho segnato due gol in una mitica finale di Coppa dei campioni e sono stato gratificato dalla convocazione a 33 anni al mondiale negli Stati Uniti. Un martello durante la settimana che in certi frangenti arrivavi persino a odiare, ma che ti faceva migliorare sia tecnicamente che tatticamente. Lo conoscevo già dai tempi in cui allenava la Primavera della Fiorentina e quando sbarcò a Milanello mi disse chiaramente che non mi riteneva idoneo. “Tu nelle mie squadre non giocherai mai” . Mi ferì nell’orgoglio e lavorai ore e ore sul fisico e sui fondamentali. Non avevo le qualità di Van Basten, l’esplosività di Gullit o il dribbling di Donadoni, ma alla fine diventai un elemento indispensabile di quel Milan. Capello invece è stato bravo a gestire il gruppo, a inserire un paio di giocatori all’anno senza stravolgere quanto di buono era stato costruito. Credo che la forza di quel Milan era l’unità dello spogliatoio. Chi stava in panchina senza giocare anche per tre-quattro settimane non polemizzava, non si rivolgeva ai media, ma lavorava sodo per farsi trovare pronto. I confronti, anche aspri e duri, restavano nel chiuso dello spogliatoio. Se mi dice chi è stato il mio migliore amico in quel decennio non so rispondere. Con Chicco Evani per cinque anni tutti i giorni andavamo assieme a Milanello, con Carletto Ancelotti ho condiviso per lo stesso periodo la camera nei ritiri e ogni mattina dovevo piegargli le ginocchia che non riusciva a piegare da solo per potersi alzare. Quel gruppo è formato da fratelli che si sentono ancora in chat quasi ogni giorno».

Il soprannome Provvidenza?

«Negli ultimi anni di carriera al Milan mi capitava di entrare a partita in corso e segnare gol decisivi. Una volta, due volte, tre volte. Alla fine sono diventato per tutti l’uomo della provvidenza che sbloccava le partite o risolveva le sfide impossibili» .

Dopo il calcio ecco il golf e il rally.

«Credo di essere stato il primo giocatore a inaugurare la moda del golf. Nel 1990 in vacanza in Sardegna in attesa di andare in ritiro per restare in forma vado sul green e provo a giocare. La cosa mi piace e mi diverte e al rientro a Milanello mi porto i ferri e una cinquantina di palline. Di sera, a fine allenamento, per scaricare la tensione mi metto a giocare a da solo scatenando la curiosità dei compagni. Nel giro di un mese più di mezza squadra ha iniziato a giocare a golf. Spesso ci troviamo per fare i tornei dove io, Donadoni, Tassotti e Van Basten ci contendiamo il primato. Per uno che è nato a Monza la passione per le auto è una cosa normale. Tanto che appena ho potuto mi sono comprato una Ferrari. A fine carriera mi è capitata l’opportunità di correre rally al volante di un’Opel. Diciamo che non mi posso lamentare: ho vinto due competizioni nazionali ad Asti e Cremona»

Stasera come festeggia i suoi primi sessant’anni?

«Ho dato appuntamento a mia figlia per una cena dopo la partita con l’Atalanta. Spero di stappare lo champagne prima della mezzanotte. A una condizione: la vittoria del Milan. È quello il regalo più bello » . —

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Muore nello schianto contro la vettura dell’ex compagno: ipotesi omicidio volontario

di Redazione web