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Sullo Zoncolan ti aspetti l’impresa e la fa Fortunato Bernal resta in rosa

Antonio Simeoli
Sullo Zoncolan ti aspetti l’impresa e la fa Fortunato Bernal resta in rosa

Il bolognese va in fuga e centra il primo successo fra i pro Il leader della corsa controlla senza rischiare mai nulla

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Antonio Simeoli

MONTE ZONCOLAN. Un padrone del Giro, assoluto, bellissimo perché Egan Bernal è un mix perfetto di forza, classe e intelligenza, e una storia meravigliosa, d’un giovane bolognese, Lorenzo Fortunato che dai colli (in bici, non in vespa) di “cremoniniana” memoria s’inventa re per un giorno del Kaiser, la salita più dura d’Europa e centra la prima vittoria tra i pro. Ecco il verdetto dello Zoncolan, la tappa più attesa del Giro che ha regalato, come era nell’aria, un finale da capogiro su quella scalata impazzita verso il cielo negli ultimi tre km, fortunatamente risparmiata dal maltempo per quel che bastava a consentire il passaggio dei corridori.

Il menù della Cittadella-Monte Zoncolan era scritto, fuga da lontano, con i soliti coraggiosi (stavolta undici) a cercar gloria, e dietro i leader a studiarsi prima del finale da paura. C’erano volponi come George Bennett (Jumbo) e Bauke Mollema (Trek), ma l’impresa l’ha fatta Lorenzo Fortunato da Castel de Britti, la patria di Alberto Tomba. Dietro? I big hanno cominciato a darsi battaglia nella discesa del primo gran premio della montagna, Forcella di Monte Rest. Deve essersela ricordata Beppe Martinelli, ora ds alla Astana. Al Giro 1987 era sull’ammiraglia della Carrera quando in quella discesa Roche cominciò a mettere in difficoltà la maglia rosa e compagno di squadra Roberto Visentini iniziando quello che è entrato nella storia come il “golpe di Sappada”. Per questo ha fatto attaccare i suoi per Alexander Vlasov (Astana). Davanti, Bernal (Ineos) lesto ad andargli dietro e gli altri big costretti a inseguire. Poi è toccato allo Zoncolan decidere tutto.

A 10 km dalla fine, però, davanti sono arrivati i pretoriani di Brernal. Narvaez, Moscon, Castrovejo uno tira l’altro come le ciliegie. Dietro il colombiano va sul velluto. A 7 km dall’arrivo finisce un’era, quella di Vincenzo Nibali (Trek) che si fa da parte e sale del suo passo. Chapeau, è sempre un grande e ci ha provato nonostante i guai fisici. Arriverà a 12 minuti, proverà a vincere una tappa.

Eccoli i tre, terribili, chilometro finali, ancora la neve a bordo strada, spettatori che si sgolano per i beniamini, spettacolo. Il ritmo di Daniel Martinez fa male, Remco Evenepoel (Deceuninck) si stacca gli altri fanno fatica, La maglia rosa controlla, si gira. A 1,5 km Simon Yates (Exchange) attacca a fondo. Getta la maschera che aveva tenuto per due settimane l’inglese, sta bene. Bernal digrigna i denti ma non molla di un millimetro. Lui sempre seduto in sella, l’altro ogni tanto sui pedali. Davanti Fortunato zigzaga, sbuffa, sale a velocità quasi di stallo, a un certo punto il solito spettatore cretino rischia anche di farlo cadere, dietro lo sloveno Ian Tratnik (Bahrain) quasi si ferma con quelle pendenze di ribaltamento. Anche il giovane Alessandro Covi (Uae), che bravo il piemontese, regge. Il bolognese, che corre nella Eolo di Ivan Basso eroe del Kaiser 2010 vince, secondo lo sloveno Covi terzo.

E quei due big? Bernal a 500 metri dal traguardo molla di brutto Yates e finisce al quarto posto, scusate la semplificazione, ma più o meno con la pipa in bocca. Sì, è lui il padrone assoluto del Giro d’Italia. Yates si risolleva in classifica, ora è terzo a 1’33”, non un’eternità occhio, un incredibile Damiano Caruso (Bahrain) è sempre terzo a 1’51” col russo Vlasov a 1’57”. —

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