L’acuto di Domingo «I miei tre gol al Toro e la Coppa alla Dea: fu una notte unica»
LUCA TRONCHETTI
Quella finale del 2 giugno 1963 nel tempio del calcio (San Siro) l’ha ancora davanti agli occhi. E quella splendida tripletta al Torino regalò alla sua Atalanta l’unico (sinora) trofeo della sua storia ultracentenaria: la Coppa Italia. Angelo Domenghini, che il 25 agosto festeggia il traguardo degli 80 anni, è ancora in attesa di sapere se stasera sarà seduto in tribuna al Mapei Stadium assieme al presidente Percassi e ai sei compagni “superstiti” di quella storica impresa con metà Bergamo in trasferta a Milano (28.304 paganti). «Siamo rimasti io, i bergamaschi Pizzaballa (portiere) e Pesenti (difensore) e i lombardi Colombo (terzino), Veneri (mediano) e Mereghetti (centrocampista). Ci sarebbe anche il danese Flemming Nielsen (che chiusa la carriera ha fatto per decenni il giornalista sportivo in terra scandinava), ma non so se potrà esserci. Dalla società mi hanno chiamato proprio l’altra mattina e stavano pensando di portarci a Reggio Emilia per assistere alla finale con la Juventus. Sarebbe proprio una bella iniziativa e sono sicuro che dopo 58 anni il trofeo tornerebbe a casa».
“Domingo” quella partita non la potrà mai dimenticare: «Stasera l’Atalanta parte favorita per quanto ha dimostrato durante l’intera stagione. Una squadra che a livello fisico e agonistico sta benissimo, gioca a memoria e dispone di una rosa di giovani che sono tutti nel giro delle loro nazionali. Nella nostra finale invece erano i granata a godere dei favori del pronostico con una squadra che vedeva in campo i vari Bearzot, Poletti, Rosato, Ferrini, Hitchens e Peirò. Vincemmo facile grazie ad un’ottima disposizione tattica del nostro mister Paolo Tabanelli, un faentino in grado di infondere serenità alla squadra e di coccolare i più giovani come il sottoscritto che era d’indole ribelle ma aveva grande qualità nel dribbling e nella corsa. La mossa tattica di quella partita? Mancava il brasiliano Da Costa e Tabanelli schierò Veneri (poi allenatore di serie C) in marcatura rigida sullo spagnolo Peirò che poi ritrovai come compagno di squadra nell’Inter di Herrera. E il regista iberico, temuto da tutti, venne estraniato dal gioco».
La sua tripletta resta l’unica, assieme a quella del romanista Giannini, in una finale di Coppa Italia: «Vedere tutta quella gente che era venuta per noi mi diede una carica incredibile. Fu una partita a senso unico. Giocata sul ritmo e sulla velocità. Proprio come stasera dovrà fare l’Atalanta contro la Vecchia Signora. Io segnai in tutti i modi. Dopo quattro minuti su colpo di testa, arrivando da dietro, su una punizione pennellata di Nielsen; a inizio ripresa di rapina, inserendomi tra Magistrelli e un difensore granata e anticipando il portiere e al 37’ della ripresa con un dribbling ubriacante sulla destra mettendo a sedere prima il mio marcatore Buzzacchera e poi il portiere Lido Vieri. Due minuti dopo dal limite Ferrini segnò il gol della bandiera con un bel diagonale, ma ormai la Coppa era nostra. Il ritorno a Bergamo poi fu esaltante con manifestazioni spontanee delle persone comuni che porto ancora nel cuore. Grazie a quel campionato mi prese l’Inter di Moratti e la mia carriera decollò rapidamente. All’Atalanta prendevo un milione e mi sembravano tanti soldi visto che a Lallio, il mio paese natale, dormivamo in undici, nove fratelli e i miei genitori, in due stanze. Appena sbarcato in nerazzurro dissi al presidente di mettere sull’assegno la cifra che riteneva congrua. Lui scrisse quindici milioni e tra un po’ svengo. Ero arrivato a Milano con la Seicento ripartì per Bergamo con l’Alfa Duetto decappottabile».
Il calcio di oggi lo vede in tv e non gli piace. Eccezion fatta per la sua Atalanta: «Ai miei tempi si giocava a uomo, c’erano i duelli individuali e non si vedevano certi fallacci a palla lontana o con i gomiti alti che oggi sono all’ordine del giorno. C’era lealtà e rispetto perché un infortunio poteva voler dire addio alla carriera. In questo calcio mediocre fanno eccezione i ragazzi di Gasperini. Senza Papu Gomez la squadra è ancora più forte. In tutti i reparti sbagliano pochi passaggi, scaricano bene sulle punte, hanno gamba sulle corsie laterale e soprattutto corrono dal primo all’ultimo minuto e giocano sempre per vincere. Una squadra che assomiglia tremendamente alle mie caratteristiche e per questo mi esalta. Dico la verità: mi piacerebbe giocare contro la Juventus. Nei miei esordi con l’Atalanta mi divertivo a segnare contro i bianconeri. Ho fatto tre gol in quattro partite e la mia prima rete in serie A è datata 23 settembre 1962 al Comunale di Torino. Un tiro al volo dal limite nel sette. Vincemmo 3-2 anche se al ritorno ce le suonarono (6-3 con tripletta di Sivori e per i nerazzurri un gol del solito Domingo). In quegli anni se giocavi contro Juve, Inter e Milan ti ci voleva il pallottoliere. Adesso invece la Dea può davvero riscrivere la storia. E io, da bergamasco doc, vorrei vedere i nostri giocatori alzare un’altra Coppa Italia dopo oltre mezzo secolo». —
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