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Bedin, la verità di un mastino «L’Inter è pronta per l’Europa»
«Squadra solida, coesa e con due punte che non ha nessuno. Helenio Herrera, il Genio che ha cambiato la mia vita»
LUCA TRONCHETTI
Per lui che in quattordici anni di militanza nerazzurra da calciatore ha vinto tre scudetti, una Coppa dei Campioni e una Intercontinentale questa Inter di Conte somiglia tremendamente alla sua Inter del Mago Herrera ed è destinata a lasciare un segno e ad aprire un ciclo anche a livello Europeo. Oggi pomeriggio Gianfranco Bedin, 75 anni, mediano della Grande Inter e attuale consulente tecnico della Beneamata, non sarà a San Siro a festeggiare in presenza la Vittoria dello scudetto numero 19. Ma le partite dei nerazzurri le ha viste tutte e la memoria è ancora quella dei tempi migliori.
SQUADRA PERFETTA
Per Bedin non c'è bisogno di aggiungere top player alla rosa attuale per arrivare in alto in Europa: «L'Inter del girone di ritorno con questa forza, questa mentalità, questa coesione oggi sarebbe stata nelle quattro semifinaliste di Champion's. Ditemi voi quali sono le squadre nel mondo che possono permettersi una coppia di attaccanti come Lukaku e Lautaro. E vogliamo parlare dei centrali difensivi: Skriner, De Vrij e Bastoni, sono elementi formidabili che hanno caratteristiche differenti, ma che giocano a memoria. E poi Barella: un predestinato che diventerà la bandiera dell'Inter. Guardi, sono passati sessant'anni dall'Inter di Angelo Moratti, il calcio è cambiato, c'è maggiore fisicità, ma in questa Inter ci rivedo la mia Inter».
IL TRENO IN ORARIO
Bedin, il mastino del centrocampo, l'uomo destinato a mettere la museruola ai più grandi numeri 10 di quel periodo - da Rivera a Netzer sino al grande Pelé- deve la sua fortuna a un treno arrivato in orario. Nasce sul Piave, a San Donà, da una famiglia indigente che abitava in una baraccopoli ribattezzata Mauthausen. «Quando pioveva dovevamo aprire l'ombrello perché l'acqua passava dal tetto in legno. Per sbarcare il lunario a 12 anni lavoravo a cottimo alla Morassutti un'azienda che montava le ruote alle carrozzine. Il calcio era svago, divertimento, passione. Giocavamo scalzi, perché avevamo un solo paio di scarpe, all'oratorio. Io giocavo all'attacco e segnavo. Tanto e in tutti i modi». A 13 anni la prima squadra: il Fossalta in Seconda categoria. "Grazie al sindaco di Fossalta, Silvestri, il fratello di Arturo ex calciatore e poi allenatore del Milan ebbi la possibilità di fare un provino a Pordenone che all'epoca era affiliato alla Juventus che aveva già preso Zigoni. Ma su quel treno incontrai l'allora direttore generale dell'Inter, Giulio Cappelli, che aveva saputo di quella selezione e, in modo discreto, venne ad assistere alla partitella. Passano un paio di settimane e tramite l'allenatore del Fossalta mandano a chiamare mio babbo: mi vuole l'Inter. Avevo 15 anni e partì per quest'avventura che mi cambiava la vita: giocavo a pallone e andavo a scuola. Niente poteva fermarmi». Nel settore giovanile con Maino Neri e Livio Fongaro, Bedin cambia ruolo:«Mi spostano in mediana. Allievi, De Martino, campionato riserve. Capisco che posso farcela quando nelle partitelle del mercoledì vedo il Mago che studia i miei movimenti in campo". In quel ruolo l'Inter schiera Carlo Tagnin, 33 anni, ormai al capolinea».
HERRERA DIXIT
«E chi se lo scorda quel 14 febbraio 1965. Herrera al termine dell'ultima seduta prima della partita della domenica congedava chi non avrebbe utilizzato mandandoli nelle camere per cambiarsi, lasciare il ritiro e andare a casa. Quella volta stavo per incamminarmi verso la mia stanza quando il mister mi chiama: "A te non ti va proprio di giocare visto che stai andando a cambiarti". Giocai titolare a San Siro con la Lazio e vincemmo 3-0, poi contro il Genoa 4-1 e annullai Zigoni e ancora un 3-0 alla Roma sino ad arrivare ad un 5-2 nel derby con Il Milan e al mio primo gol in A contro il Bologna. Per farla breve 14 partite con 12 vittorie e 2 pareggi, vittoria dello scudetto e poi vittoria della Coppa dei Campioni e infine il trofeo intercontinentale».
DEBUTTANTE RECORD
Bedin detiene ancora oggi un record: il primo debuttante ad aver vinto a 19 anni tutti i trofei possibili all'epoca in un club. Herrera, Mourinho e Conte: tre allenatori vincenti: «Herrera l'ho conosciuto da vicino. Ti parlava e ti faceva sentire un campione. Un istrione che non conosceva il significato della parola sconfitta e che aveva un'altissima considerazione della sua squadra. Pensi che una volta in pullman mentre stavamo andando allo stadio per una partita c'erano delle auto che intralciavano il traffico e restammo bloccati con il semaforo rosso. Il Mago non sentì ragione si avvicinò e gridò all'autista: "Passi, passi, svelto". Lui di rimando: "Ma non lo vede che è rosso?" ed Herrera lapidario: "Lo so, ma noi siamo l'Inter".
MOU L’AFFABULATORE
«Mourinho ho avuto modo di conoscerlo e spesso pranzavamo insieme alla Pinetina tanto che mi ha regalato un pregiato vino portoghese (Cartuxa). Come Herrera è un grande affabulatore e riesce a isolare la squadra focalizzando l'attenzione su di sé. Geniale come lo era stato il Mago cinquant'anni prima. Conte invece a livello verbale è meno incisivo, ma sul campo è forse il migliore di tutti».
LA SAMP E IL MARE
La domanda sorge spontanea: un interista doc come Bedin perché nel 1974 lasciò l'Inter? «Suarez mi voleva far giocare libero. E in quel ruolo stava per cimentarsi il mio grande amico Giacinto Facchetti con cui, per un periodo post ritiro ho lavorato nelle assicurazioni Ras. Mi ero accordato con il Bologna. All'ultimo tuffo però ci fu un problema con l'Inter e me ne tornai alla mia casa di Jesolo. A convincermi fu l'amico Mario Maraschi. "Vieni alla Samp, c'è il mare, si sta bene e il presidente è pieno di soldi". Ci ho giocato 4 stagioni e per tre anni ci siamo salvati. Il patron era Lolli Ghetti, titolare dei cantieri navali Nai. Mi voleva pagare in parte in contanti e in parte in azioni. "Mi dia i soldi anche a rate, le azioni le lasci agli altri". Sapete com'è andata a finire? Tre anni dopo la sua azienda e fallita e chi è stato pagato in azioni è rimasto fregato». —
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