Il presidio
Cesare, un condottiero umile “adottato” dalla città e dai tifosi
Tommaso Silvi
Gli Uffizi visti dall’alto, l’erba soffice dei campi da golf nel Mugello. Il figlio che in casa canta i cori della Curva Fiesole. Spesso la spiegazione a ciò che sembra assurdo è sotto al naso. La cerchiamo lontana, ed invece è lì. Vicina.
Cesare lo dice nella sua lettera. L'avventura sul pianeta Pallone è giunta al termine. Lo ha capito col passare dei giorni negli ultimi quattro mesi. Da quando è stato richiamato in Viola dieci anni dopo l’ultima volta, per salvare la squadra da una situazione disperata. Di classifica e di morale. Cesare ha combattuto con un demone interiore che gli ha fatto notare sempre di più quanto questo calcio sia lontano anni luce dalla sua pacatezza, dai suoi modi di fare gentili, dal suo amore per l’arte e la cultura. Il mister, comunque, ha indirizzato i ragazzi verso la salvezza. Il massimo obiettivo di una stagione orribile per chi ha il Giglio nel cuore.
Sono lontani i tempi in cui – tra un pranzo pre-partita e l’altro – la squadra gli aveva dedicato addirittura una salsa: radicchio rosso e maionese. L’inventore del piatto gourmet? Luca Toni. E la mente di chi ama il calcio – perché certe storie affascinano e fanno innamorare tutti, al di là del colore della sciarpa – torna indietro a quando Cesare viveva in piena armonia nel panorama pallonaro. «Ho conquistato due volte la qualificazione in Champions per poi vederla dal divano, è un record mondiale». Una frase ripetuta in varie interviste. Schietta, diretta e leggiadramente sofferente. Bagnata da quella voglia di sorridere nonostante tutto, tipica del popolo fiorentino.
Cesare, un Re arrivato su Ponte Vecchio in punta di piedi, in una calda estate del 2005. Vincente e sfortunato, ostinatamente innamorato dell’impossibile. Segnato dalla morte della moglie Manuela, che nel 2004, al manifestarsi della grave malattia che la strapperà all’affetto della famiglia, lo porta a salutare la Roma prima ancora di iniziare ad allenarla. Dal 2005 al 2007 con la Viola arriva due volte tra le prime quattro in Serie A, ma “Calciopoli e dintorni” lo retrocedono in classifica in entrambi i casi. Non mancano i giorni difficili nella sua casa sulle colline sopra Firenze, con vista sugli Uffizi. Ma Cesare ormai è fiorentino nell’anima. Abituato a combattere dalla notte dei tempi. E chi se ne frega se è nato nel Bresciano. Nel 2009 si spalancano le porte del sogno europeo: Liverpool battuto due volte in Champions, prima dell'eliminazione agli ottavi – col massimo dell'onore – per mano del Bayern Monaco. Da calciatore della Juve a idolo di una città in cui il bianco e il nero insieme scatenano rivalità e odio sportivo da sempre. Cesare. L’uomo che nel 2010 fece riscoprire a Firenze l’amore per la Nazionale. Perché gli Azzurri li guidava lui. La sua gente non l’ha mai tradito.
Nemmeno ieri. Un’onda gigante di messaggi sul web lo ringrazia, lo saluta, lo applaude. Anche oggi che la Fiorentina deve guardarsi le spalle dallo spettro Serie B. Perché certi legami non si spezzano. —
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