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La storia del pugilato

La farfalla e la roccia: 50 anni fa iniziò la sfida tra i giganti della boxe

Giorgio Billeri
La farfalla e la roccia: 50 anni fa iniziò la sfida tra i giganti della boxe

Era l’8 marzo 1971 quando Muhammad Ali fu messo ko da Joe Frazier 

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«Ehi Joe, mi dai un passaggio fino a New York? ». «Certo, amico: accomodati». Da Philadelphia al cuore della Grande Mela ci sono meno di 200 chilometri. Un’ora e mezzo, forse due se il traffico (e quel giorno accadde) è congestionato. Pensateci: Joe Frazier e Muhammad Ali insieme sul sedile posteriore di una spropositata auto americana all’alba degli anni Settanta. A parlare di tutto, di boxe, ma anche di vita. Per un attimo sembrarono amici. Il tempo, per Ali, di scendere dall’auto, ringraziare Joe e già la storia era cambiata: a un gruppo di ragazzi che lo avevano subito circondato sul marciapiede, il ragazzo di Louisville iniziò a gridare: «Vedete quello? È un pagliaccio. Io ti metto giù Joe Frazier, ti metto giù».

La boxe americana, a quei tempi, era così. Sostanza, certo, ma anche molta (troppa) forma. Le sceneggiate, gli show a uso delle telecamere. Gli scontri, non si è mai saputo quanto artefatti, al momento del peso, dove la psicologia prendeva il posto dei pugni, dove spesso si decideva un match. Ma l’8 marzo del 1971, sul ring del “vecchio” Madison Square Garden, non andò in scena soltanto un incontro tra le due massime espressioni del boxing planetario. No, quello fu un regolamento di conti. Tra l’America progressista, che vedeva nell’ex Cassius Clay il simbolo della battaglia contro la guerra in Vietnam (la renitenza alla leva e i quattro anni di sospensione dal ring fecero il resto) e in Smoking Joe, figlio dell’America poverissima e rurale, l’immagine tanto cara ai conservatori, che della guerra si cibavano in chiave nazionalista. In realtà, se Ali cavalcava la sua immagine “politicizzata”, Frazier la subiva soltanto: lui era una macchina da pugni, una quercia solida e potente, e che allo showbiz pensasse il suo rivale.

L’onda mediatica fu travolgente, mai un evento sportivo aveva avuto quella cassa di risonanza. Smoking Joe faticava lontano dalle telecamere, come Rambo in attesa di Apollo Creed, mentre Ali si allenava a favore dei media, prendendo a pugni un orso di pezza e dicendo: «Sei tu Joe Frazier? ». Quella sera di 50 anni fa, a bordo ring, c’era l’America che contava. Woody Allen, il frac immacolato di Frank Sinatra, lo sguardo da duro di Burt Lancaster. La vittoria di Ali, la sua completa redenzione, la riconquista del titolo dei massimi strappato sette anni prima a Sonny Liston, tutto sembrava tanto, troppo scontato. Ma la boxe non perdona, non ci sono scappatoie: se l’altro ne ha più di te, perdi. Clay-Ali condusse tre riprese con la classica tattica “vola come una farfalla, pungi come un’ape”: una gragnuola di jab che Frazier sembrava accusare.

Ma gli anni lontano dal ring avevano annacquato la fame, la spietatezza, la forza del pugile più grande di tutti i tempi. Che si lasciò condurre oltre le colonne d’Ercole della decima ripresa, dove solo la resistenza e il coraggio avrebbero fatto la differenza. E infatti: all’undicesimo round un gancio sinistro si abbatté con la forza di un maglio sul volto di Ali; tappeto. Lo stesso colpo alla quindicesima, stesso epilogo: il fuoriclasse ko, lo sguardo perso nel vuoto, una celeberrima foto lo testimonia. Campana: prima sconfitta da professionista di Muhammad Ali con verdetto unanime, l’America a bocca aperta, Smoking Joe campione del mondo.

Ali viveva a mille all’ora, come sempre. Con la fiamma della rivincita che ardeva in fondo al cuore, e le giornate che correvano veloci tra ring, incontri, conferenze, persino comizi. Perché non era solo il miglior fighter, ma l’icona del mondo afroamericano, alla stregua di Malcom X o Martin Luther King. L’idolo dell’America che voleva cambiare non poteva finirla lì. Aveva 30 anni, ormai, e le gambe non erano più di una farfalla, il sublime danzatore tra le corde aveva lasciato posto a una figura più massiccia, che accettava il corpo a corpo, che si faceva picchiare aspettando il colpo risolutore. Dopo due incontri contro Ken Norton, uno vinto e l’altro perso, il secondo capitolo della sfida che il mondo attendeva andò in scena, sempre al Madison Square Garden, il 28 gennaio 1974. Frazier non era più campione del mondo, la corona gliel’aveva tolta l’anno prima George Foreman. Ali, che aveva intelligenza strategica di marketing come sul quadrato, sapeva che per avere Foreman doveva prima passare dal colosso di Philadelphia che lo aveva battuto. Stavolta fu tutto un altro match. Ali prese subito velocità, colpendo Smoking Joe che già al secondo round cominciò a perdere sangue. In qualche modo, attingendo dal suo coraggio, chiuse in piedi, ma perse ampiamente ai punti. Muhammad Ali ebbe così Foreman, e lo battè in una strana location, Kinshasa, nel 1974. Un match voluto dal dittatore Mobutu di cui si ricorda, a parte il terribile gancio che mandò Foreman nel mondo dei sogni, anche il coro “Ali bumaye” (Ali uccidilo) che divenne la colonna sonora di quel “rumble in the jungle”.

Per chiudere il cerchio Ali, di nuovo campione, voleva dirimere la questione con Frazier. E gli organizzatori, a caccia di soldi e nuovi mercati, scelsero le Filippine, chiamando l’incontro “Thrilla in Manila”. Era il 1° ottobre 1975, le 10 del mattino al coperto, un caldo asfissiante. Uno degli incontri più violenti che la storia ricordi, un numero di colpi record che arrivarono al volto dei due. «La cosa più vicina alla morte che abbia mai provato», disse poi Ali. Che vinse per ko tecnico quando il secondo di Frazier, che era ormai una maschera di sangue, lanciò l’asciugamano. Qualcuno ha detto, e forse non aveva torto, che il calvario di Ali, il Parkinson che poi lo portò alla morte, iniziò proprio quel giorno a Manila. Lui e Smoking Joe, con gli anni, tornarono a essere amici come quel giorno in auto, verso New York. Ali volle essere presente alle esequie di Frazier, morto nel 2011. Perché i pugni, le provocazioni fanno parte del gioco. Ma due uomini, e due pugili del genere, non potevano non lasciarsi così: con un sorriso, da amici. —

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