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Berti, l’Inter è il luogo dell’anima «Scudetto? Non mi fido della Juve...»
A Parma la sfida del suo passato. «Barella è il vero fenomeno. Conte? Io preferisco il Trap»
Luca Tronchetti
L’Inter è casa sua, la squadra della sua vita e dei suoi successi, quella che gli ha spalancato le porte della nazionale. Parma è la mamma, il luogo del cuore, i primi passi verso il calcio vero quello dei campioni e degli stadi pieni. Nicola Berti, classe 1967, per tutti gli Internati «Cavallo Pazzo», è il doppio ex di una sfida fondamentale sia per i destini dei ducali sia per la corsa della Beneamata verso lo scudetto.
«Con il Parma ho debuttato a Trieste in C1 a 16 anni con il povero Bruno Mora in panchina. Andate a rileggere le cronache: io indossavo la maglia numero 9 e dalla panchina è entrato un tizio dalla folta chioma ricciuta che oggi è sparita lasciando spazio ad una testa lucida. Era il mio amico Stefano Pioli, tecnico dei cugini del Milan. Entrò lui e fece gol la Triestina. Mah... Diciamo che sono io che ho lanciato in orbita il Parma. A parte gli scherzi in Emilia sono stato allevato dal mister delle giovanili Maurizio Battistini e da Riccardo Sogliano. Soprattutto il direttore sportivo credeva ciecamente nelle mie doti tanto che due anni dopo ho giocato titolare in B. Peccato che è l’unica volta in vita mia che sono retrocesso».
Quando lei giocava con la maglia nerazzurra al Tardini l’Inter non ha mai vinto.
«Meno male che adesso non gioco più. All’epoca era un campo ostico perché il Parma di Scala stava iniziando l’ascesa verso il “gotha” del calcio italiano. Vincere al Tardini era quasi proibitivo».
Mai come quest’anno l’Inter può aspirare a vincere lo scudetto.
«Mi tocco, ma lo spero con tutto il cuore. La squadra è cresciuta negli ultimi due mesi ha acquisito consapevolezza nei propri mezzi e con l’inserimento di Eriksen c’è maggior equilibrio e più qualità. Ma il cammino è ancora lungo e sarebbe un errore gravissimo pensare che è già fatta. Credo che, al di là della partita odierna, sarà importante la sfida con l’Atalanta che forse è la formazione che gioca il più bel calcio della serie A e può vincere con tutti. In fondo il Milan è ancora a quattro punti e poi ci sono loro...».
Prego?
«Non mi faccia fare nomi che porta male. Quelli con la maglia a strisce bianconere. Devono recuperare una partita e hanno la miglior difesa del campionato. Si vada a leggere la tabella dei gol subiti: loro ne hanno presi 20 e noi nerazzurri 24. Non sono tranquillo. Anche se oggi abbiamo sette punti di vantaggio. Quelli hanno sette vite come i gatti. Bisogna stare sempre in campana, mai abbassare la guardia».
Nicola Berti e Nicolò Barella, similitudini e differenze.
«L’unica somiglianza sono le iniziali N.B. Per il resto siamo due giocatori differenti. Premetto: lui è fortissimo. Lui ha maggiore qualità tecnica rispetto al sottoscritto. La corsa è la stessa. Solo che io per struttura fisica essendo più alto di lui avevo il passo più lungo rispetto a Barella. Credetemi: lui è il miglior acquisto dell’Inter. Un giocatore fortissimo, direi stratosferico. Incarna esattamente l’Interismo, lo spirito indomito e indomabile della nostra squadra. Lui è il capitano ideale per i prossimi dieci anni. Farà le fortune del club e sarà protagonista anche in maglia azzurra. Alla fine, e lo dico con un pizzico d’invidia, lui è più forte di me. Certo, davanti con quella coppia di attaccanti (Lukaku e Lautaro Martinez) perfettamente assortiti le difese avversarie sono perennemente in difficoltà come ha dimostrato la partita di S. Siro contro il Genoa».
Analogie tra la squadra del Trap, la sua Inter, e quella Conte.
«Il calcio è profondamente cambiato ed è Impossibile fare paragoni. All’epoca si giocava in modo differente rispetto ad oggi dove l’azione parte del basso con il portiere che prima doveva essere bravo con le mani e avere i riflessi felini e oggi invece deve impostare ed essere bravo con i piedi. E ogni tanto anche in serie A si vedono delle robe da Mai dire gol. Certi errori un tempo erano inammissibili. Portieri e difensori sarebbero stati lapidati sulla pubblica piazza.
Tra Trapattoni e Conte, non me ne voglia Antonio con cui ho giocato in Nazionale e che considero un amico oltre che un bravo allenatore, tengo tutta la vita il Trap. Volete mettere la simpatia, l’attrattiva, il modo di comunicare di “Giuan”. Il fischio da pastore, la gestualità, l’autoironia. Unico e inimitabile. Come il calcio di Berti e di quegli anni là». —
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