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rugby: intervista al ct azzurro 

L’Italia e la paura degli ultimi metri, la ricetta di Smith

Alessandro Cecioni
L’Italia e la paura degli ultimi metri, la ricetta di Smith

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C’è la paura degli ultimi cinque metri, ma si fanno due chilometri in più a partita, c’è un piano per il primo tempo e un piano per il secondo. E c’è una preghiera prima di ogni match. Franco Smith, ct dell’Italia del rugby, sa bene che è venuto il momento di vincere, soprattutto con le squadre che ci stanno davanti nel ranking, non tanto e non solo per il movimento rugbystico, quanto per gli stessi giocatori. Per questo è deluso di non aver giocato sabato scorso con le Fiji (29 positivi al Covid fra i figiani in tour in Europa quando in tutte le Fiji dall’inizio della pandemia si sono contati 35 casi).

«Sono deluso, ma prendiamo il lato positivo, con la Francia (sabato prossimo 21,10, diretta su Canale 20 digitale terrestre e 151 Sky) avremo una partita in meno nelle gambe».

Con la Scozia, a Firenze, siamo arrivati a un passo dalla vittoria, a cinque metri dalla meta perdiamo lucidità. Le altre squadre quando entrano nei nostri 22 portano a casa punti, noi no. Che succede?

«Potrei sintetizzare con un “abbiamo paura di sbagliare”. Questo ci rende nervosi e toglie concentrazione. Negli ultimi cinque metri, ma anche negli ultimi minuti della partita, soprattutto se siamo avanti o vicini nel punteggio. Guardiamo il tabellone per vedere quanto manca, perdiamo di vista che il nostro problema è cosa dobbiamo fare, non cosa vogliamo».

E come avete affrontato la questione?

«Creando un profilo per ogni giocatore, perché ci sono quelli che puoi strigliare e quelli a cui devi parlare per vie traverse. Poi lavorando con Claudio Robazza, il mental coach, e mettendo in campo dei piccoli accorgimenti. Per esempio cambiando le stanze delle riunioni perché dopo ogni partita ci sia un nuovo inizio».

Questo sotto il profilo mentale. E su quello del gruppo, della crescita, a che punto siamo?

«Lo so che dirlo non ha molto senso, ma noi vediamo un cambiamento tangibile, allenamento dopo allenamento. Non sono sensazioni, sono numeri. Con la Scozia dalla partita del Sei Nazioni (persa a Roma per 17-0, ndr) a quella di una settimana fa a Firenze abbiamo fatto 2 chilometri di più di corsa per giocatore, 31 in totale. È molto, ma non è abbastanza. Facciamo quello che fanno le altre nazionali, ma la loro esecuzione in campo è migliore. La strada è questa, dobbiamo percorrerla meglio».

Ed è un lavoro collettivo?

«Io credo che il rugby sia uno sport individuale giocato da un collettivo. L’impegno è personale».

Poi però c’è il piano di gioco, la strategia collettiva.

«Anche qui stiamo cambiando molto. Io scelgo la formazione partendo dalla panchina e quando è il momento faccio cambi multipli perché voglio incidere con chi entra. Quindi in panchina vanno giocatori che so che mi aiuteranno a cambiare il verso della partita. Giocatori di impatto. E ho un piano per il primo tempo e uno per il secondo».

Prima delle partite lei si inginocchia dietro ai pali. Scaramanzia?

«No, prego. Considero il rugby la strada per migliorare la vita degli altri e ringrazio Dio per l’opportunità che ho ricevuto. Otteniamo molto da questo sport dobbiamo impegnarci per restituire. Vorrei che i nostri ragazzi si sentissero dei nuovi eroi e che diventassero un punto di riferimento per le loro comunità». —


 

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