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Inter, così fa male L’Europa è un tabù Fa festa il Siviglia
Giostra di emozioni nel primo tempo, Lukaku e Godin vanno a segno Decide una rovesciata di Carlos deviata dal belga. E’ mancata la brillantezza
Aspetti per dieci anni. Una vita. Sudi, soffri, speri. Ma alla fine questa maledetta Coppa, che un tempo si chiamava Uefa, la alzano sempre g,li stessi, quel terribile Siviglia, la squadra-melassa che non ti scrolli mai di dosso, che toi entra sotto la pelle. All’Inter crolla il mondo addosso: squadra, società, tifosi vedevano già la Coppa spuntare dalla scaletta dell’aereo, come fu per Picchi, Ronaldo e Zanetti. E invece no, il sogno finisce nel modo più beffardo, addirittura con l’autogol dell’uomo che si era caricato l’Internazionale sulle spalle e l’aveva portata fin qui, alle soglie dell’estasi.
Facile, scontato usare tutto il linguaggio consolatorio di queste occasioni. Usciamo a testa alta, certo. I meriti restano, certo. La crescita a livello europeo anche, è chiaro. Anche la finale l’Inter se l’è giocata tutta, fino all’ultimo. Ma la linea che divide i vincitori dai vinti, quando si tratta di una Coppa europea, è profonda come un canyon. Lo stesso Conte lo aveva detto alla vigilia: puoi giocare bene, meritare, ma alla fine nel ricordo resta solo chi ha vinto. E per la sesta volta l’Europa League sorride al Siviglia, incredibile esempio di squadra che sa risorgere dalle sue ceneri: va sotto, sembra affogare, te la ritrovi poi sulla cresta dell’onda, come un surfista.
La Beneamata torna a casa con gli occhi umidi e una fastidiosa sensazione di incompiuto. Perchè nell’atto conclusivo non si è vista la stessa squadra, lo stesso piglio. Come se la desuetudine a giocare certe finali (mancava da dieci anni, non a caso) avesse bloccato il fluire del gioco, i meccanismi. Lukaku, autogol sfortunato a parte, non è mai stato innescato, Lautaro ha vivacchiato al largo. Il centrocampo, compassato, non ha mai dato il cambio di ritmo. La difesa ha preso due gol di testa da de Jong, che non è Van Basten, e ha concesso al centrale Diego Carlos una sforbiciata da figurine Panini. Peccato, l’Italia interista (ma forse per una volta erano tutti dalla stessa parte), rinfodera - mesta - champagne, clacson e bandiere.
E pensare che il primo capitolo era stato troppo bello per essere vero, come sognare Monica Bellucci appena chiudi gli occhi: il lancione profondo innesca i cingoli di Lukaku che si scrolla di dosso il massiccio Diego Carlos come un fastidioso moscone. Il centralone sivigliano, ragazzo ingenuo, si attacca al colosso e lo sbatte a terra appena dentro l’area: è rigore dopo 3 minuti, troppa grazia. Conte ha colto di sorpresa l’alchimista Lopetegui con un classico dell’italica pedata, il lancio lungo e fuga vincente della punta. Dal dischetto il belga non esce dal freezer: destro secco nell’angolo e partita stappata.
Bisognerebbe gestirla, certo, ma è una parola: davanti ci sono 87 minuti, un’era geologica. E contro questi è difficile speculare, perchè hanno vinto cinque finali su cinque e al posto del cuore hanno un ghiacciolo. Iniziano il loro flamenco, gli andalusi: triangoli supersonici su una fascia, poi quando l’avversario collassa cambio di gioco e l’esterno che trova spazio per far male. Ocampos (ma è quello del Milan?) salta sempre l’uomo, dall’altra parte c’è un professore della linea laterale, Jesus Navas: al 12’ il suo cross è maligno e arcuato, de Jong svernicia Godin, già, proprio l’uomo della garra e fulmina Handa di testa da dieci metri. Si mette male, perchè il mood della partita è nelle mani degli spagnoli. Maestri provocatori, la mettono in caciara anche Conte ci casca e va a muso duro verso Banega, uno che non ha la simpatia come tratto distintivo: giallo per il tecnico. Al 32’ la salita diventa scalata per l’Inter: punizione di Banega sul secondo palo e spunta ancora questo diavolo di un de Jong, scelto da Lopetegui dopo il gol al Manchester, che di testa la indirizza sul palo opposto. Sconforto. Che dura un minuto e mezzo, finchè spunta proprio lui, l’uomo della gara uruguagia, che proprio non vuole starci. Punizione pennellata da Brozo, Godin si arrampica su tutto il Siviglia e la incorna dentro. Il popolo interista respira.
Si riprende e dal rock del primo tempo si scade in un lento, come alle feste di un tempo. Scelta del Siviglia, che aspetta senza troppo pressare. L’Inter si perde nella melassa andalusa, e a parte una mezza occasione di Gagliardini non riesce mai ad armare i due davanti. Troppo compassata la squadra di Conte, che manda a scaldare Eriksen, colui che potrebbe sparigliare le carte. Un’intuizione di Barella spalanca a Lukaku le porte del paradiso, ma stavolta Rom sbatte sull’uscita di Bono, bravissimo nell’occasione. La sentenza, maledetta, arriva al 73’: cross, sforbiciata di Diego Carlos che Lukaku accompagna in rete. Bruttissimo finale di romanzo che ci era piaciuto, e tanto, leggere. —
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