Italia
La Juve licenzia Sarri: era l'uomo giusto al posto sbagliato
Il commento di Giorgio Billeri al ribaltone bianconero: in dodici ore dopo l'eliminaione di Champions il club silura l'allenatore e sceglie Andrea Pirlo
Il filtro della sigaretta masticato, le imprecazioni sempre sopra le righe, la tuta preferita al completo d’ordinanza. La vita monastica, staccata dalla realtà, nell’eremo della Continassa, lontano dal glamour e dal cuore di Torino. La Juve, e ieri è stato evidente, ha puntato sul toscano sbagliato. È passata da Allegri, prima di tutto bon vivant, grande comunicatore e infine ottimo allenatore, a un tipo di persona che con le regole della Real Casa non ha mai avuto un singolo punto di contatto. Alla Juventus bisogna vincere, certo, ma anche perpetuare l’immagine di una società perfetta, patinata, dove non si perde mai un capello. Dove si va lavati e stirati in conferenza stampa o in panchina, dove anche la tenuta di allenamento è marchio di eleganza. Alla Juve si parla a bassa voce e raramente si esprimono concetti forti: se Antonio Conte, per fare un esempio, si fosse sfogato qui come ha fatto all’Inter, con un attacco frontale alla dirigenza, non l’avrebbe passata liscia.
Sarri era l’esatto contrario di tutto questo. Lui sta a Boniperti come un paio di sci su una spiaggia, era perfetto per Napoli, meno per la Londra del Chelsea, zero per il mondo bianconero. Si era capito subito, in verità: il club l’estate scorsa ribadì per settimane che l’ex bancario di Figline era la prima scelta, salvo poi corteggiare disperatamente Guardiola per poi ripiegare su Maurizio quando il Pep declinò l’offerta. E anche a livello di filosofia tattica, di modo di intendere il calcio alla Continassa sono passati dal giorno alla notte, dal pragmatismo allegriano, dove l’1-0 non era una diminutio ma il core business, al calcio offensivo di Maurizio, quel 4-3-3 fatto di possesso, improvvisi ribaltamenti, tagli e sovrapposizioni. Sistema funzionato alla perfezione con Insigne e Callejon, con un Napoli che seguiva alla lettera i dettami, dove non c’erano superstar ad oscurare lui, il filosofo. A Torino il limite è stato subito evidente: personalità come Cristiano Ronaldo e Dybala non potevano essere ingabbiati in un rigido sistema di gioco, vecchi draghi come Bonucci hanno remato subito controcorrente (anche perché Chiellini non c’è mai stato), il centrocampo che per anni è stato braccio e mente si è bloccato e intristito, su tutti Pjanic che infatti, alla fine, ha preferito la pensione dorata a Barcellona piuttosto che seguire uno spartito che non era nella sue corde.
Sarebbe però sbagliato dimenticare che Sarri ha comunque vinto lo scudetto, il nono consecutivo e il più complicato della storia visto il lungo stop per la pandemia. Vincere non è mai facile, e questo dev’essere riconosciuto a Maurizio, che se ne va da Torino comunque a testa alta. Il ko di Champions, con le perdite economiche conseguenti e il danno d’immagine è stato troppo per Agnelli e il suo management: c’era l’impressione che non si vedesse l’ora di chiudere questa pagina e di aprirne una tutta nuova. Inzaghino, Zidane, Pochettino, persino un governo Allegri 2 erano ipotesi percorribili, fino al folle pomeriggio che ha incoronato Andrea Pirlo. Ma la Juve dovrà, come prima cosa, svecchiarsi e rifondare: Kulusevski e Arthur sono buoni segnali, ma la sensazione è che, per arrivare a prendere per le orecchie quella maledetta Coppa, ci vorrà ben altro. Gente pronta, giovane, da Juve. –
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
